Articoli

Ci sono progetti che si costruiscono in pochi mesi.

E poi ci sono progetti che richiedono anni di pazienza, ostinazione e fiducia.

La realizzazione del futuro ambulatorio del BLQ Checkpoint appartiene decisamente alla seconda categoria.

Quando, nel 2024, abbiamo deciso di intraprendere questo percorso sapevamo che non sarebbe stato semplice. Trasformare uno spazio di comunità in un luogo autorizzato a svolgere attività ambulatoriali significava confrontarsi con norme pensate per strutture ospedaliere, trovare risorse economiche che non avevamo e affrontare un iter amministrativo del tutto nuovo per una realtà come la nostra.

Ci sono stati momenti nei quali sembrava che tutto potesse fermarsi. Abbiamo raccontato più volte le difficoltà incontrate, gli ostacoli burocratici e i ritardi che hanno accompagnato questo progetto.

Eppure non ci siamo fermati.

Oggi possiamo dire di aver raggiunto un traguardo importante: i lavori di ristrutturazione sono stati completati e siamo finalmente nelle condizioni di avviare la procedura di autorizzazione dell’ambulatorio.
Sappiamo bene che il percorso non è ancora concluso. L’autorizzazione richiederà ancora tempo, impegno e confronto con le istituzioni. Ma oggi possiamo guardare a questa nuova fase con una certezza: fin qui non ci siamo arrivati da soli.

Ci siamo arrivati grazie a una comunità.

Grazie alle centinaia persone che hanno scelto di fare una donazione, spesso in forma anonima, attraverso PayPal, tramite la campagna di crowdfunding su Eppela o con un bonifico direttamente a Plus. Ogni contributo, piccolo o grande, è stato un pezzo di questo progetto.

Grazie alle aziende, alle fondazioni e alle associazioni che hanno deciso di investire in un’idea di salute pubblica costruita insieme alla comunità.
Un ringraziamento particolare va a Viatris, che ha sostenuto il progetto, alla Fondazione Carisbo, che ha contribuito alla sua realizzazione, e al Cassero LGBTI+ Center, che ha sostenuto la realizzazione dell’ambulatorio.

Un ringraziamento speciale va anche all’architetto Massimo Manfredini, che ha progettato gli spazi e ha seguito i lavori con professionalità e disponibilità, aiutandoci a tradurre un’idea in un luogo concreto.

Così come desideriamo ringraziare i tanti funzionari e professionisti delle istituzioni come Cristina Zambon e Giovanna Mattei che, pur dovendo operare nel rispetto delle norme, hanno compreso la specificità del BLQ Checkpoint e hanno cercato di costruire un percorso capace di conciliare i requisiti previsti dalla legge con la natura di un servizio community-based.

Per noi era importante che, nel realizzare un ambulatorio, il BLQ Checkpoint non perdesse ciò che lo rende diverso: un luogo accogliente, non giudicante, capace di costruire fiducia prima ancora di erogare un servizio.

In questi anni migliaia di persone hanno scelto di affidarsi a noi proprio per questo. Ed è anche per preservare questo patrimonio che abbiamo deciso di affrontare un percorso tanto complesso. In assenza di una normativa che riconosca e sostenga i centri community-based, la realizzazione di un ambulatorio autorizzato dal Comune, con il via libera dell’Azienda USL, è diventata l’unica strada concreta per permettere al BLQ Checkpoint di uscire da una lunga fase di start-up, consolidare quanto costruito finora e continuare a crescere senza rinunciare alla propria identità.

Se oggi possiamo finalmente guardare con fiducia alla fase di autorizzazione è perché, in questi due anni, tante persone hanno deciso di camminare insieme a noi. Ognuna ha contribuito in modo diverso: con una donazione, con il proprio lavoro, con competenze professionali o semplicemente scegliendo di credere in questo progetto quando era ancora soltanto un’idea.

A tutte e tutti voi va il nostro grazie più sincero. Questo ambulatorio sarà anche il risultato della vostra fiducia.

Salvio Cecere

Stamattina, aprendo la sede di Plus, ho trovato una busta bianca nella buchetta delle lettere.

Viene fuori, che conteneva un santino e alcuni post-it promozionali dello Zoloft. Sul retro, qualcuno aveva scritto: “Convertitevi”, “Dio ha creato l’uomo e la donna”, “Pregate!”, “A cosa serve il sesso?”.

Lo confesso: la prima reazione è stata ridere.

Per i più giovani, forse una spiegazione serve. “Invertiti” era uno dei termini con cui, fino a qualche decennio fa, venivano chiamati gli omosessuali. Era un insulto. Col tempo il movimento LGBT se n’è anche riappropriato, usandolo con ironia. Così, leggendo quel “Convertitevi”, il titolo del post è arrivato da solo: Chi converte gli invertiti.

Più che il contenuto, però, mi ha colpito il mezzo. Se senti il bisogno di affidare una crisi mistica a un santino e a dei post-it dello Zoloft lasciati anonimamente a un’associazione LGBTQ+, forse non è la nostra conversione la cosa più urgente. Forse è arrivato il momento di rivedere la terapia.

Il BLQ Checkpoint continuerà a fare quello che fa ogni settimana: test HIV e IST, prevenzione, ascolto e accoglienza. Senza santini, giudizi e senza lasciare messaggi anonimi nelle cassette degli altri.

Dubito che qualche invertito si sia convertito. Dubito che qualche invertito si sia convertito. Noi, però, continueremo a cercare di capire a cosa serva il sesso. Una risposta, in fondo, la dobbiamo a questa anima pia.

Sandro Mattioli
Plus aps

Il presidente di Plus onlus Sandro Mattioli denuncia con fermezza lo stato in cui versa l’ambulatorio malattie infettive dell’ospedale Maggiore.

Un mese fa, Mattioli ha inviato alle istituzioni competenti – senza ricevere risposta – la lettera che trovate in coda al presente comunicato. A questo silenzio, Plus risponde con una richiesta chiara e forte: l’apertura di un confronto pubblico per comprendere la natura delle scelte che impattano sul setting sanitario. Scelte che andrebbero valutate insieme alle persone direttamente coinvolte e alle associazioni di pazienti.

Un ambulatorio malattie infettive, a maggior ragione in una città metropolitana, dovrebbe erogare servizi di eccellenza e fungere da safe space per i pazienti. A Bologna non è così. L’atmosfera opprimente e un’organizzazione sorda ai bisogni dell’utenza rendono le visite e il ritiro dei farmaci un’esperienza spiacevole e oltretutto frequente, che costringe i pazienti a presentarsi in ospedale a cadenza mensile.

Ce lo spiega Mattioli: “Al Maggiore i pazienti fanno il prelievo periodico e anche un esame delle urine. Ossia devo fare pipì in un bicchiere e poi metterla in una provetta. C’è un solo bagno in tutto il corridoio, il che allunga i tempi. Poi bisogna tornare ad attendere davanti all’ambulatorio, consegnare la provetta, presentarsi alla farmacista, chiedere all’OSS l’appuntamento per la prossima visita e all’infermiera la giustificazione per il lavoro”.

Non solo. “I pazienti hiv+ attendono in corridoio insieme a quelli degli altri ambulatori specialistici, provando un senso di imbarazzo dovuto allo stigma sociale. È legittimo aspettarsi una migliore gestione da parte dell’Azienda Ospedaliera. Noi, come associazione di pazienti, abbiamo delle proposte concrete”.

Ci sono oltretutto dei problemi strutturali. “L’ambulatorio del Maggiore, come tutti quelli gestiti dagli infettivologi del Sant’Orsola, dà un mese di terapia alla volta, costringendo i lavoratori a prendere 12 permessi l’anno solo per il ritiro dei farmaci, senza contare quelli per i prelievi e le visite. Ciliegina sulla torta: ai pazienti non è permesso essere seguiti sempre dallo stesso dottore, cosa assurda visto che l’infezione da hiv non è più un’urgenza medica ma una condizione cronica che richiede un rapporto continuativo con chi aggiorna la cartella clinica”.

Plus chiede a gran voce soluzioni convincenti per una situazione che toglie dignità alle persone sieropositive in cura a Bologna.

[Comunicato stampa scaricabile: plus_ospmaggiore_comstampa.pdf]

lettera del 12/09/16

locandina-omofobia

Avrebbe dovuto fungere da semplice reminder per chi passa davanti al BLQ Checkpoint: siamo chiusi fino al 7 gennaio, buone feste a tutti.

Invece, il manifestino della campagna lanciata lo scorso 1° dicembre per invogliare ancora più persone a fare il test HIV («Ci sta»), affisso all’entrata del Checkpoint, è diventato la tela di uno scarabocchio omofobico: il «Ci sta» s’è tramutato in «Ci state sul ca**o», accompagnandosi a un altro paio d’improperi ai danni delle persone omosessuali e, ciliegina sulla torta, è comparso un «a morte» con tanto di freccetta indirizzata alla coppia di uomini illustrata sul poster.

locandina-omofobia-0Che dire?

Purtroppo, l’omofobia e l’ignoranza che la spalleggia sono dure a morire, anche in un luogo storicamente inclusivo e all’avanguardia come Bologna. Lo dimostrano gli allarmanti dati di diffusione di HIV nella nostra città: stigma e discriminazione sono infatti alleati preziosi del virus.

Che fare?

Noi andiamo avanti. Nell’arco di soli tre mesi abbiamo testato quasi 400 persone. In particolare nell’ultimo periodo, a seguito dalla Testing Week, abbiamo registrato un’affluenza record. La formula test rapidi dell’HIV e dell’epatite C + counselling si sta rivelando vincente.

E il manifestino imbrattato resterà al suo posto. «Il cartello resterà dove si trova almeno fino a quando la città di Bologna non troverà il modo e i mezzi per fermare quello che, forse, è il modo principale con cui HIV si diffonde: l’omofobia» ha dichiarato sul facebook il presidente di Plus, Sandro Mattioli. «Giusto lasciare lì la testimonianza dell’imbecillità […] all’ingresso di un luogo e di un servizio che testimoniano l’esatto contrario», gli ha fatto eco l’Assessore alla Sanità Luca Rizzo Nervo.

Il BLQ Checkpoint riapre il 7 gennaio col solito orario: martedì e giovedì dalle 18 alle 21 (ultima accettazione ore 20:30). Per informazioni www.plus-aps.it/blqcheckpoint/