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Nicoletta Policek riporta il tema politico dell’HIV dentro il dibattito scientifico.

Simposio: “Intersectionality among cancer and ageism among PWH”

Tra gli interventi più politici e culturalmente densi del simposio “Intersectionality among cancer and ageism among PWH” presentato a ICAR 2026, particolare attenzione ha suscitato la lecture di Nicoletta Policek dal titolo “Missed opportunities: the impact of ageism on people aging with HIV”.

Un intervento che ha scelto deliberatamente di uscire da una lettura esclusivamente clinica dell’invecchiamento con HIV, riportando al centro il rapporto tra salute, potere, disuguaglianze e organizzazione dei sistemi sanitari.

Fin dalle prime slide, Policek ha messo in discussione una narrazione ormai molto diffusa: quella secondo cui l’allungamento della vita delle persone con HIV coinciderebbe automaticamente con un miglioramento della qualità della vita.

“Living longer, but not always living well”, recita una delle slide iniziali.

L’intervento ha evidenziato come l’invecchiamento delle persone con HIV sia spesso accompagnato da un aumento di tumori, patologie cardiovascolari, sindrome metabolica, declino neurocognitivo e multimorbidità. Ma il punto centrale della lecture è stato un altro: questi fenomeni non possono essere interpretati soltanto come conseguenze biologiche dell’invecchiamento o dell’infiammazione cronica.

Secondo Policek, esiste una “cronicizzazione della disuguaglianza”.

I dati clinici, infatti, vanno letti dentro l’interazione tra fattori biologici e fattori politici e sociali: stigma, povertà, esclusione strutturale, accesso diseguale ai servizi sanitari, marginalizzazione di alcune identità e fragilità economiche.

Uno dei concetti chiave dell’intervento è stato quello di intersectionality, riprendendo esplicitamente il lavoro di Kimberlé Crenshaw. L’invecchiamento con HIV — ha sottolineato Policek — non è un’esperienza uniforme.

Genere, orientamento sessuale, identità di genere, origine etnica, status migratorio, precarietà economica, disabilità e accesso alle cure non rappresentano dimensioni separate che “si sommano”, ma fattori che si producono reciprocamente, creando livelli differenti di vulnerabilità.

In questa prospettiva, l’ageismo non viene descritto come semplice pregiudizio individuale, ma come un dispositivo strutturale incorporato nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.

Tra gli esempi riportati:
• la banalizzazione dei sintomi (“è solo l’età”),
• l’esclusione delle persone anziane dagli studi clinici,
• percorsi di prevenzione meno accessibili,
• cure razionate sulla base di assunzioni implicite legate all’età,
• sistemi sanitari frammentati che obbligano le persone a muoversi continuamente tra infettivologia, oncologia, medicina territoriale e geriatria senza reali percorsi integrati.

Particolarmente forte il passaggio dedicato al rapporto tra stigma HIV e ageismo.
Policek ha definito lo stigma HIV non come un “residuo del passato”, ma come un vero e proprio strumento di governo sociale ancora attivo, che continua a produrre esclusione, invisibilità e gerarchie nell’accesso alle cure.

Quando stigma HIV e ageismo si sovrappongono — soprattutto per donne, persone trans, migranti o persone economicamente fragili — si produce quella che la relatrice ha definito una forma di “violenza strutturale stratificata”.

L’intervento ha avuto anche un forte carattere politico nel senso più alto del termine: non una denuncia astratta, ma una riflessione sul modo in cui i sistemi sanitari vengono progettati.

Secondo Policek, la frammentazione dei servizi non è un incidente organizzativo, ma il risultato di precise scelte di governance sanitaria. E questa frammentazione produce ritardi diagnostici, percorsi di cura discontinui, screening mancati e un crescente peso sulle capacità individuali delle persone di orientarsi dentro sistemi complessi e diseguali. Per questo, nella parte finale della lecture, è stata avanzata una proposta chiara: non basta “migliorare” il sistema, bisogna trasformarlo.

Tra le priorità indicate:
• costruire sistemi realmente integrati,
• superare approcci paternalistici e patologizzanti,
• includere le persone anziane con HIV nella ricerca,
• sviluppare politiche anti-ageismo,
• rafforzare la governance community-based dei servizi sanitari.
Non a caso una delle ultime slide riprendeva uno dei principi (di Denver) storici dell’attivismo HIV internazionale: “Nothing about us without us”.

Il messaggio conclusivo dell’intervento è stato probabilmente anche il più forte: la giustizia sanitaria inizia quando l’esperienza vissuta viene riconosciuta come competenza e non semplicemente tollerata come testimonianza. Un approccio che riporta dentro il dibattito scientifico alcuni temi storicamente centrali per le community HIV: dignità, partecipazione, autodeterminazione, continuità della presa in carico e lotta alle disuguaglianze strutturali.

In un congresso fortemente orientato ai dati clinici e all’innovazione terapeutica, la lecture di Nicoletta Policek ha avuto il merito di ricordare che la salute non dipende solo dai farmaci o dalle tecnologie disponibili, ma anche dai rapporti di potere, dall’organizzazione dei servizi e dalla capacità delle istituzioni di riconoscere la complessità reale delle persone che vivono con HIV.

Sandro Mattioli
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