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Quando si parla di HIV e conflitti armati si tende spesso a dare per scontato che la guerra produca sempre gli stessi effetti: ospedali distrutti, farmaci che non arrivano, pazienti che interrompono le cure. La realtà è più complessa.

Negli ultimi anni ho scritto più volte della guerra in Ucraina e della situazione nei Territori Palestinesi. Non perché ritenga che i due conflitti siano identici – non lo sono – ma anche per un’altra ragione.

Ogni volta che si parla di Gaza, prima o poi qualcuno domanda: “E l’Ucraina?”. Come se richiamare una guerra servisse a sminuire l’altra. Come se fosse necessario scegliere quale sofferenza meriti attenzione e quale no.

Per chi si occupa di HIV, però, il confronto può essere utile per una ragione diversa. Non per stabilire graduatorie del dolore, ma per osservare come conflitti molto differenti producano effetti molto differenti sulla salute, sui sistemi sanitari e sulla possibilità stessa di accedere alle cure. In questo senso, il confronto non serve a dimostrare che una guerra assomiglia all’altra, ma esattamente il contrario.

L’HIV offre una prospettiva particolare. Le persone che vivono con HIV hanno bisogno di continuità assistenziale, farmaci, esami di laboratorio, supporto sociale, prevenzione e servizi territoriali. Una guerra mette tutto questo sotto pressione. Ma ciò che accade dopo dipende dalle scelte politiche, dalle risorse disponibili e dalla capacità delle istituzioni e delle comunità di reagire.

Ucraina: adattarsi alla guerra

Se c’è una lezione che arriva dall’Ucraina è che, anche sotto le bombe, un sistema può provare ad adattarsi.

Prima dell’invasione russa del 2022 una parte importante della risposta HIV era concentrata nei grandi centri urbani e nelle strutture specialistiche. Con la guerra milioni di persone si sono spostate, molte infrastrutture sanitarie sono state danneggiate e raggiungere un ospedale è diventato spesso un grosso problema.

La risposta è stata una progressiva decentralizzazione dei servizi.

Secondo Alliance for Public Health, nel 2024 oltre un terzo delle nuove diagnosi HIV in Ucraina è stato individuato attraverso programmi comunitari. Sono stati effettuati test mobili nelle aree di frontiera, distribuiti autotest, sviluppati servizi digitali e telemedicina, organizzate consegne di farmaci a domicilio e attivati programmi di supporto per rifugiati e sfollati interni.

I numeri sono impressionanti.

Nel solo 2024 oltre 24.000 spedizioni contenenti farmaci antiretrovirali sono state recapitate direttamente ai pazienti e quasi 50.000 persone hanno potuto continuare la terapia grazie a sistemi di tracciamento e supporto dedicati. Più di 120.000 accessi ai servizi HIV sono stati effettuati attraverso cliniche mobili. Oltre 40.000 richieste di aiuto sono state gestite da piattaforme online rivolte a persone con HIV e popolazioni chiave sparse in più di 50 Paesi.

Non solo.

Mentre la guerra continuava, l’Ucraina ha persino introdotto innovazioni come la PrEP long acting con cabotegravir e ha ampliato i programmi di riduzione del danno e terapia sostitutiva con agonisti oppioidi. Nulla di tutto questo significa che la situazione sia semplice. Significa però che esiste ancora un sistema sanitario, esistono istituzioni funzionanti, esistono organizzazioni comunitarie in grado di operare e, soprattutto, esistono finanziamenti internazionali che hanno consentito di mantenere in vita la risposta all’HIV.

La fragilità della dipendenza da PEPFAR

Proprio qui emerge un secondo insegnamento: nel gennaio 2025 il congelamento “temporaneo” degli aiuti esteri deciso dall’amministrazione Trump ha mostrato quanto il sistema ucraino dipenda ancora dal sostegno internazionale.

Un articolo pubblicato su The Lancet riportava che circa 118.000 persone ricevevano terapia antiretrovirale in Ucraina e che il programma PEPFAR stava sostanzialmente garantendo l’approvvigionamento dei farmaci per l’intero Paese. Le scorte disponibili erano stimate in circa sei mesi.

Il problema, però, non riguardava soltanto le pillole.

Le sospensioni hanno colpito programmi di testing, attività di outreach, personale, supporto psicosociale, collegamento alle cure e prevenzione. In altre parole, tutto ciò che rende possibile arrivare alla diagnosi e mantenere una persona nel percorso assistenziale.

UNAIDS ha successivamente segnalato ritardi e blocchi nelle spedizioni di farmaci antiretrovirali e di TDF/FTC utilizzato per la PrEP.

A livello globale, i primi bilanci del 2026 mostrano una situazione preoccupante: mentre la continuità terapeutica è stata in gran parte preservata, si registrano forti riduzioni nelle nuove diagnosi, nel testing e nell’accesso alla PrEP.

La lezione è evidente: anche un sistema resiliente resta vulnerabile quando dipende in misura significativa da decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza… da un bullo imbecille.

Gaza: dal sotto-diagnosticato al collasso.

Ma l’esperienza di Gaza mostra che esiste anche uno scenario molto diverso.

Qui non stiamo osservando l’adattamento di un sistema sanitario sotto pressione.

Stiamo osservando il collasso di un sistema sanitario.

Uno studio pubblicato sul Journal of the International AIDS Society descrive il passaggio da una situazione di “chronic under-detection” a una di “acute collapse“.

Prima dell’attuale guerra, a Gaza risultavano ufficialmente registrate circa 50 persone con HIV.

Si tratta quasi certamente di una sottostima. Stigma, limitato accesso ai test, insufficienza dei sistemi di sorveglianza e difficoltà di accesso alle cure rendevano già difficile conoscere la reale dimensione dell’epidemia.

Oggi il problema è diventato molto più grave.

Un quadro drammatico emerge dall’articolo The Silent Epidemic: HIV in Gaza amid Healthcare Collapse di Rafał Majka e Samer Abuzerr. Citando dati del Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS), gli autori riportano che nel marzo 2026 la terapia antiretrovirale era disponibile in appena il 2% delle strutture sanitarie della Striscia di Gaza. Nell’aprile dello stesso anno il 94% degli ospedali risultava distrutto o gravemente danneggiato e solo l’1,5% dei centri di assistenza sanitaria primaria era ancora pienamente operativo.

Non si tratta più soltanto di garantire la distribuzione dei farmaci. Si tratta di capire se esistono ancora strutture in grado di effettuare una visita, un esame, una diagnosi o semplicemente conservare correttamente i medicinali.
Per le persone che vivono con HIV il rischio non è solo l’interruzione della terapia. È la scomparsa dell’intero sistema che rende quella terapia possibile.

Due guerre, una stessa lezione

Ucraina e Gaza raccontano due storie molto diverse.

In Ucraina vediamo una risposta HIV che, pur tra enormi difficoltà, ha cercato di adattarsi attraverso la decentralizzazione dei servizi, il protagonismo delle organizzazioni comunitarie e il sostegno internazionale.

A Gaza vediamo cosa accade quando la distruzione delle infrastrutture sanitarie raggiunge livelli tali da compromettere l’esistenza stessa del sistema, l’esistenza stessa della vita.

Entrambe le situazioni dimostrano però la stessa cosa: la salute non è mai neutrale.

L’accesso alle cure dipende da decisioni politiche.

I finanziamenti internazionali sono decisioni politiche.

La protezione degli operatori sanitari, o consentirne la loro sistematica uccisione, è una decisione politica.

La possibilità di ricevere o meno una terapia salvavita è una decisione politica.

Per quarant’anni il movimento HIV ha combattuto proprio per questo: perché nessuno potesse fingere che salute e politica appartengano a mondi separati.

Le guerre ci ricordano, nel modo più brutale possibile, quanto quella lezione sia ancora attuale.
Ci ricordano anche un’altra cosa che il movimento HIV ha imparato molto presto: il silenzio non è mai neutrale.

Negli anni Ottanta, quando governi e istituzioni ignoravano l’epidemia, gli attivisti di ACT UP sintetizzarono questa consapevolezza in uno slogan destinato a diventare uno dei simboli della lotta contro l’AIDS: Silence = Death.
Non era soltanto una denuncia dell’indifferenza. Era il riconoscimento di una realtà molto concreta: quando le persone smettono di parlare, di testimoniare, di denunciare e di chiedere conto delle decisioni politiche, le conseguenze continuano a prodursi. E spesso continuano a produrre morti.

Per questo parlare di HIV in tempo di guerra non significa allontanarsi dall’HIV. Significa andare al cuore della questione.
Significa parlare di continuità terapeutica e di accesso alle cure. Significa parlare di ospedali che restano in piedi o vengono distrutti. Di finanziamenti che arrivano o vengono sospesi. Di operatori sanitari protetti o uccisi. Di persone che possono continuare a vivere oppure vengono lasciate sole.

L’Ucraina e Gaza raccontano storie molto diverse. Ma entrambe mostrano che la salute non esiste nel vuoto. Esiste dentro decisioni politiche, economiche e militari che possono salvare vite oppure metterle in pericolo.

E proprio per questo, oggi come quarant’anni fa, il silenzio non è neutralità. È complicità.

Sandro Mattioli
Plus aps.

La plenaria di oggi era una cosa stranissima, difficilissima per virologi. Quasi sicuramente non avrei capito niente, per cui ho deciso di usare questo tempo per farmi qualche chilometro nella sala dei poster. Quest’anno, infatti, i poster – che sono abstract degli studi accettati, non cartelloni promozionali di qualcuno – sono tornati ad essere cartacei, qualcuno ha decido di usare una specie di stoffa sintetica al posto della carta, oltre a inviare un pdf per chi preferisce leggerli dal laptop.

Ognuno degli abstract inviati alla conferenza, sono sottoposti al giudizio di 10 revisori e, ciò nonostante, alcuni lavori sono decisamente insoliti… almeno per un attivista italiano. Ho trovato diversi abstract interessanti, notizie buone e altre meno. Quindi cominciamo con le buone, giusto?

Lo studio Cannabis use enhances mucosal immunity and and the microbiome in individuals with HIV, presentato dalla facoltà di medicina dell’università del Minnesota riguarda la cannabis e il buon lavoro che fa nel proteggere il microbioma e l’immunità delle mucose. Quindi, cari amici con HIV, ok che abbiamo avuto questa sfiga ma possiamo spararci canne come se piovesse. Sembra infatti che la cannabis abbia proprietà di ridurre lo stato infiammatorio e le alterazione del microbioma.

Uno studio importante e che va nella giusta direzione rispetto a quanto già detto sull’uso della doxy come pep per le IST, è Impact of Doxycycline as STI PEP on the gut microbiome, che cerca di capire cosa succede al nostro intestino assumendo quell’antibiotico. Il follow up è di circa 6 mesi per cui serviranno altri studi, ma per ora sembra non alteri in maniera significativa la flora batterica intestinale, tuttavia anche questo studio pone il dubbio perché accomuna le dosi di doxy PEP a un accumulo di ARG (antibiotic resistance genes) pur dicendo anche che servono ulteriori studi… insomma occhio a non fare troppo gli americani: funziona, lo uso.

Lo studio della Johns Hopkins su MSM sexworker (sic!), Optimizing PrEP outcomes for MSM who sell sex: the role of stigma, violence and menthal health, ci dice che in questa popolazione lo stigma è associato a un calo di aderenza nella PrEP orale daily, ma anche all’incremento di interesse per la PrEP long acting iniettiva. Quindi lo stigma è una barriera per l’accesso ai servizi sanitari. Aggiungo che una delle principali Università al mondo fa studi su prostituti maschi… la mente va alla persistente ignoranza cogliona presente nel nostro Paese dove non vengono neppure presi in considerazione… se e no si parla di sexworker donne, possibilmente cis.

Declines in HIV testing and diagnosis: unanticipated consequences of the Trump administrations’ 2019 sicuramente ha attirato la mia attenzione. Sta a vedere che Trump ha causato problemi anche in questo campo, nel caso stupirebbe quel “conseguenze inattese…”. Il programma di Trump sulla salute sessuale e riproduttiva era ben centrato sull’impedire l’aborto, da quel che ricordo. A quanto pare tutte le sue tirate sui valori della famiglia e bla bla bla hanno ottenuto una ripresa della corsa di HIV a seguito di un calo di test e un aumento di diagnosi. Fidatevi di questi esaltati conservatori!

Lo studio Long acting ART in a community Health Center, parla già da solo. Come ho letto il poster ho commentato ad alta voce “si può fare allora!”, si basta avere un sistema sanitario collaborativo e non chiuso a riccio sulla conservazione del proprio potere. Infatti lo studio evidenzia una collaborazione multidisciplinare che ha ottenuto un buon risultato. In sintesi i pazienti con HIV hanno fatto le iniezioni di cabotegravir e rilpivirina long acting in un centro di comunità. Lo studio rileva un alto tasso di mantenimento della soppressione virale e, cosa che preoccupa gli ospedali, un alto tasso di puntualità da parte dei pazienti.

Meno bello lo studio Older adult living with HIV have low expectation regarding aging, despite improved survival, mette il dito nella piaga e conferma quello che vado dicendo da tempo. E’ vero che viviamo più a lungo ma avremo una vita meno in salute dei pari età senza HIV. Per cui mi sembra ipocrita parlare oggi di aspettativa di vita – che ovviamente è un dato positivo – sarebbe più etico e corretto fare valutazioni sulla qualità della vita dopo anni che HIV ci gira dentro. Anzi lo studio lascia chiaramente intendere che il problema prescinde il numero di anni dalla diagnosi. Per cui sono necessari interventi relativi alla salute fisica e mentale di persone che spesso devono fronteggiare sindromi depressive, mancanza di supporto familiare o sociale, ecc.

Lo studio Effects of recent air pollution exposure on cognition, inflammation and neurodegeneration in HIV penso che parli da solo. Questo studio associa il comune inquinamento dell’aria all’incremento di marker infiammatori e al decadimento cognitivo, induce una risposta immunitaria nelle persone con HIV. Quindi rega tutti a Gran Canaria dove l’aria oceanica è più pulita e gli uccelli volano.

C’è poi lo studio, molto meno bello, Residual HIV viremia double CVD incidence indipendent of classical risk factor, dove, in pratica, si sostiene un’altra cosa che dico in giro da tempo: HIV è un rischio cardio vascolare in sé, che si aggiunge agli altri fattori di rischio. Anche con una viremia residuale comunemente detta non rilevabile. Infatti lo studio ha trovato marker infiammatori specifici alcuni dei quali sono presenti anche in popolazione senza HIV che ha avuto malattie cardio vascolari. Lo studio individua nella viremia residua il problema.

Da ultimo cito un case study relativo a un ragazzo di 23 anni in PrEP con i long acting iniettivi, ovviamente HIV negativo che ha dovuto interrompere le iniezioni alla quinta somministrazione a causa della perdita della tutela assicurativa. Dopo sei mesi si ripresenta in clinica per riprendere la PrEP iniettiva, fa un test anticorpale che risulta negativo e, dopo 20 giorni, riprende il trattamento. Dopo i soliti 28 giorni il ragazzo di ripresenta per il secondo set di iniezioni e ovviamente rifà il test per HIV che, poco dopo, viene restituito dal laboratorio con esito reattivo agli anticorpi e positivo al test HIV RNA con 451 copie/ml.
Due giorni dopo inzia la ART. Chiaramente lo hanno rivoltato come un calzino, esami su esami anche per studiare la sua situazione per futuro visto che, per fortuna, è molto rara. Esami sulla concentrazione del farmaco nel plasma, esami sulle resistenze che sono purtroppo arrivate, di farmacocinetica. Che dire… sappiamo tutti che il sistema sanitario USA fa acqua da tutte le parti ma questi non si rassegnano, che le assicurazioni così come gli ospedali antepongono il profitto alla salute, ecc. però è sempre qualcosa che fa resta basiti.

Di seguito trovate le foto che ho fatto ai poster, così potete darci un’occhiata anche voi.

Dopo questa vado al Bubba Gump Shrimp Co e urlo io mi chiamo Forrest Gump.

Sandro Mattioli
Plus aps