
Quando sono stati pubblicati i risultati degli studi PURPOSE, lenacapavir è stato salutato come una delle innovazioni più importanti degli ultimi anni nella prevenzione dell’HIV.
Una iniezione ogni sei mesi. Un’efficacia vicina al 100%.
Numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza.
Lenacapavir (Yeytuo in Europa), secondo EMA, viene somministrato mediante una iniezione sottocutanea ogni sei mesi. Le iniezioni possono essere effettuate nell’addome oppure nella coscia da parte di personale sanitario appositamente formato.
Ma come spesso accade nella storia dell’HIV, la domanda più interessante arriva dopo: cosa succede quando un farmaco esce dagli studi clinici ed entra nella vita reale delle persone?
Nei giorni scorsi EATG (European AIDS Treatment Group) ha segnalato un interessante articolo pubblicato da TheBodyPro dedicato ai primi dati di utilizzo reale di lenacapavir come PrEP negli Stati Uniti. Lo studio ha coinvolto 501 persone seguite in 17 programmi di prevenzione HIV tra centri universitari e servizi community-based.
Non si tratta di un nuovo studio sull’efficacia del farmaco, ma di qualcosa forse ancora più interessante: cosa accade quando una innovazione straordinaria incontra la realtà dei sistemi sanitari e della vita quotidiana delle persone.
I risultati sono molto interessanti perché raccontano una storia che chiunque lavori nella prevenzione HIV conosce bene.
Lenacapavir continua a funzionare molto bene. Il problema non è il farmaco. Il problema è tutto ciò che c’è intorno.
Tra la prescrizione e la prima iniezione sono trascorse mediamente quasi quattro settimane. Le principali cause dei ritardi? Assicurazioni private, autorizzazioni preventive e procedure amministrative.
Negli Stati Uniti buona parte delle difficoltà sembra essere legata al sistema assicurativo. In Italia, fortunatamente, non abbiamo questo problema. Sulla capacità di rallentare un percorso sanitario attraverso procedure, autorizzazioni e passaggi amministrativi, però, possiamo vantare una tradizione nazionale di tutto rispetto.
Lo studio ha inoltre evidenziato che una parte delle persone ha sperimentato reazioni nel sito di iniezione sufficientemente fastidiose da richiedere un contatto con il servizio sanitario.
Un elemento interessante emerso dallo studio riguarda proprio il sito di iniezione: tutte le interruzioni precoci osservate si sono verificate tra persone che avevano ricevuto l’iniezione nell’addome, mentre non sono state registrate interruzioni tra chi aveva ricevuto l’iniezione nella coscia. Anche per questo il tema della gestione dell’iniezione e del counselling sta attirando crescente attenzione.
Anche questo dato contiene un insegnamento importante: non basta somministrare un farmaco. Servono counselling, supporto, informazioni corrette e servizi capaci di accompagnare le persone lungo il percorso di prevenzione.
In altre parole, l’efficacia di una strategia di prevenzione non dipende soltanto dalla farmacologia. Dipende anche dall’organizzazione dei servizi.
È una lezione che il mondo HIV ha imparato molte volte nel corso della propria storia.
Abbiamo visto farmaci straordinari arrivare sul mercato e rimanere inaccessibili per anni a milioni di persone. Abbiamo visto terapie efficaci scontrarsi con disuguaglianze economiche, sistemi sanitari inefficaci, burocrazia e stigma. Abbiamo visto strumenti di prevenzione eccellenti faticare a raggiungere le persone che avrebbero potuto beneficiarne maggiormente.

Per questo l’HIV continua a essere una questione profondamente politica.
La domanda non è soltanto: “Questo farmaco funziona?”
La domanda è anche: “Chi riuscirà ad accedervi?”
Chi potrà permetterselo?
Quanto tempo servirà per renderlo disponibile?
Quali ostacoli burocratici dovranno affrontare le persone interessate?
Quali servizi saranno in grado di accompagnarne l’utilizzo?
Sono domande che conosciamo bene anche in Italia. Basta pensare alle liste d’attesa per la PrEP, alle differenze territoriali nell’accesso ai servizi, alla difficoltà di molte persone nel trovare informazioni affidabili o percorsi realmente accessibili.
Per chi vuole approfondire, ecco il link dell’articolo segnalato da EATG.
In questo senso, il vero valore di studi come questo non consiste nel dirci se lenacapavir funziona. Lo sapevamo già.
Il loro valore è ricordarci che tra una scoperta scientifica e il suo impatto reale sulla salute delle persone esiste sempre un sistema fatto di organizzazione, servizi, professionisti, scelte politiche e comunità.
Ed è spesso proprio lì che si decide il successo o il fallimento di una strategia di prevenzione.
Perché la storia dell’HIV ci ha insegnato una cosa molto semplice: l’innovazione scientifica è indispensabile, ma da sola non basta.
Sandro Mattioli
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