A Positive Journey è un progetto sulla salute sessuale e HIV rivolto alla popolazione migrante e a chi si occupa del tema. Il progetto si rivolte a tutte le persone migranti ma ha un focus sulle persone LGBTQIA+.
Da tempo assistiamo a una crescita lenta ma costante dei casi di nuove diagnosi di HIV nelle persone migranti in Italia e anche la nostra regione non è da meno, soprattutto dopo la crisi covid. Mentre le nuove diagnosi hanno ripreso a scendere dopo la crisi, quelle fra i migranti crescono e siamo già al 33%, un terzo del totale.
Secondo i dati ufficiali della Regione Emilia-Romagna “le persone straniere con diagnosi di infezione da HIV sono sensibilmente più giovani rispetto agli italiani e prevalentemente di sesso femminile“.
L’incidenza fra le persone migranti presenta un andamento costantemente più alto rispetto a quello degli italiani, anche se la differenza si è ridotta nel tempo.
Il termine “migrante” è estremamente generico e molto spesso la nostra comunità LGBTQIA+ assorbe una parte di quelle persone, una parte solitamente sotto rappresentata in entrambe le comunità, quando non discriminata.
Per cui abbiamo deciso di intervenire e organizzare un corso di formazione realizzato da Plus e IAM , che si occupa proprio di intersezionalità, per provare a fornire strumenti sia chi vive quotidianamente lo stigma perché migrante e magari anche omosessuale, trans, non binary, ecc. sul tema dei diritti, della salute sessuale, di HIV.
Porteremo le voci delle direttə interessatə sia quella di esperti e esperte (avvocati, assistenti sociali, attivistə), nonché dei servizi che sono già in essere e fruibili.
Il corso di formazione si terrà nei giorni:
13 dicembre 2025 09,30-18 14 dicembre 2025 09,30-18,15 presso CLUB 11:11via Galliera 40 Bologna.
Il corso è gratis con iscrizione obbligatoria, possibilmente entro il 10 dicembre, via mail a segreteria@plus-aps.it; è stato reso possibile grazie a un contributo non condizionato di Gilead Science.
Ma non è tutto qua. In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro HIV/AIDS, 1 dicembre 2025, esce una iniziativa correlata a A Positive Journey: take control, get tested che ha lo scopo di invitare tutte le persone migranti a prendere il controllo della propria salute e a prenotare un test di screening a risposta rapida per HIV presso il nostro BLQ Checkpoint.
Abbiamo tradotto lo slogan in tante lingue, trova la tua nella galleria qui sotto.
In occasione della Giornata Mondiale per lotta contro l’AIDS (WAD), ho pensato di riprendere la dichiarazione di UNAIDS. Superare le interruzioni (dei fondi), trasformare la risposta all’AIDS.
Per UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di HIV/AIDS, il tema della Giornata Mondiale per la Lotta contro HIV sarà un’occasione per evidenziare l’impatto causato dai tagli ai finanziamenti globali nella lotta contro HIV, nonché per mostrare la capacità di resilienza delle comunità che si impegnano per proteggere i progressi ottenuti nella risposta a HIV.
La crisi finanziaria di quest’anno minaccia di vanificare anni di progressi: i servizi di prevenzione contro HIV sono gravemente minacciati, i servizi gestiti dalle comunità maggiormente colpite sono gravemente compromessi. I servizi community-based, vitali per raggiungere le popolazioni emarginate, stanno perdendo priorità, mentre l’aumento delle leggi punitive che criminalizzano le relazioni omosessuali, l’identità di genere e l’uso di sostanze sta amplificando la crisi, rendendo inaccessibili i servizi per l’HIV.
La risposta globale all’AIDS è stata sconvolta negli ultimi mesi e siamo ancora lontani dal raggiungere l’obiettivo di porre fine almeno all’AIDS entro il 2030. Anzi, se i fondi tagliati dagli Stati Uniti non verranno rimpiazzati da altre fonti, UNAIDS prevede oltre 4 milioni di morti per AIDS entro il 2029.
Quindi non solo l’AIDS non è ancora stato debellato ma, dato il contesto attuale, se vogliamo mantenere i risultati fin qui ottenuti serve un approccio diverso. Gli Stati devono apportare cambiamenti radicali alla programmazione e ai finanziamenti per la lotta contro HIV. La risposta globale all’HIV non può basarsi solo sulle risorse nazionali, ossia il classico ognun per sé (o l’America agli americani se preferite). La comunità internazionale deve unirsi per colmare il divario finanziario, sostenere i paesi a colmare le lacune rimanenti nei servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV, rimuovere le barriere legali e sociali e responsabilizzare le comunità affinché possano indicare la strada da seguire.
La leadership politica è fondamentale per promuovere politiche che affrontino le disuguaglianze strutturali e proteggano le popolazioni vulnerabili. Sono necessari profondi cambiamenti per migliorare l’accesso ai servizi per l’HIV, eliminare definitivamente lo stigma e la discriminazione, garantire la tutela dei diritti di donne e delle persone LGBTQ+, che continuano a incontrare barriere sproporzionate nell’accesso all’assistenza sanitaria.
In particolare, il documento di UNAIDS si sofferma proprio sugli interventi dal basso, guidati dalle comunità maggiormente colpite e sulle conseguenze rovinose che questi tagli stanno avendo proprio su questi servizi che dipendono quasi interamente dall’assistenza esterna (89%). Le organizzazioni guidate dalle comunità di uomini gay e di altri MSM in Kenya, Mozambico e Vietnam sono state costrette dall’interruzione dei finanziamenti dei donatori a ridurre il personale, con licenziamenti che vanno da un terzo del personale organizzativo a quasi tutto il personale clinico (A. Spieldenner, MPACT, 8 ottobre 2025). Oltre il 60% delle organizzazioni per l’HIV guidate da donne ha perso finanziamenti o è stato costretto a sospendere programmi essenziali, lasciando intere comunità senza accesso a servizi vitali. Queste comunità locali erogano servizi di prevenzione, test, assistenza e trattamento dell’HIV; interventi di protezione sociale e sostegno economico, il rafforzamento dei sistemi e l’attivazione di facilitatori sociali, la prevenzione e la risposta alla violenza di genere. Un terribile articolo di The Indipendent ci da conto della situazione in Senegal e dei primi morti causati dai tagli di Trump a cui faranno presto seguito quelli decisi dal Regno Unito.
Fatti i dovuti distinguo, a ben vedere dalle nostre parti la situazione va nella medesima direzione. Certo, noi viviamo in un Paese del G20, non a basso reddito ma ricco, industrializzato. Noi di Plus viviamo in una delle regioni più ricche del Paese. Ma al primo accenno di crisi è il bilancio della sanità quello che riceve i colpi più duri e la prevenzione è sempre la cosa su cui i tagli sono assicurati.
Come tutti, spero, sappiamo per HIV non c’è alcuna cura né vaccino. La prevenzione è la nostra unica arma ed è proprio su questa che si prevedono tagli consistenti. Un esempio per tutti è la PrEP (profilassi pre-esposizione) ossia la pillola che previene HIV. In Italia l’autorizzazione al commercio della pillola è arrivata solo nel 2018 e solo per chi se la poteva permettere (e ho anche dovuto ascoltare i commenti di influenti clinici così come della comunità LGBT, quali se hanno i soldi per le droghe si posso comprare anche la PrEP, se i gay vogliono fare sesso senza condom che paghino, ecc.), pensate che FDA negli USA ha autorizzato la PrEP nel luglio 2012. Finalmente, alla fine del 2023 AIFA approva la rimborsabilità della PrEP a cura del Sistema sanitario nazionale, ma con una serie di ostacoli che gli utenti dovranno superare, se proprio vogliono la PrEP. In Italia per avere il farmaco devi chiedere una visita a un infettivologo – spesso passando prima dal medico di base per l’impegnativa – l’unico che la può prescrivere (del resto è giusto che il potere resti chiuso dentro le sacre stanze delle malattie infettive). Si tratta di una visita specialistica per la quale l’utente dovrà prendere un permesso dal lavoro e in qualche regione c’è il ticket da pagare. Lo specialista prescrive si la PrEP ma a fronte di una batteria di test sui quali spesso grava un ticket, HIV a parte, e per i quali è previsto un altro permesso sul lavoro. Da ultimo il farmaco è erogabile gratuitamente solo nelle farmacie ospedaliere che, ovviamente, sono poche e hanno un orario di lavoro ben più limitato rispetto alle farmacie private… e forse ci va pure un altro permesso. Non sia mai che le oltre 18.000 farmacie private diano una mano nella lotta contro HIV. Poi ci sono le peculiarità locali. Due ragazzi utenti PrEP dell’ospedale di Ferrara ci informano che nel centro clinico è previsto un prelievo ematico in un ambulatorio, i tamponi per le IST batteriche in un altro ambulatorio in un altro giorno, poi c’è la visita e la fila in farmacia. In sintesi 3 permessi sul lavoro per la PrEP. Mi chiedo se la Direzione è al corrente che pressoché lavoratore dipendente può prendere un simile numero di permessi sanitari.
In questo quadro non c’è da stupirsi se qualcuno inizia ad arrangiarsi. La PrEP fai da te o PrEP Sauvage, come la chiamavano i francesi (che questi problemi li hanno avuti molto prima di noi ma perché informarsi su come li hanno risolti), sta prendendo piede. Secondo i nostri dati le persone in PrEP ma non seguite da un centro clinico sono passate dal 10% nel 2023 al 18% nel 2025.
Anche il nostro centro, il PrEP Point, sta subendo le ripercussioni date dalla volontà disinvestire da parte di alcune imprese ma, qualche è peggio, dalla volontà di tagliare da parte dell’amministrazione pubblica centrale e locale. Tagli che saranno una sciagura per la lotta contro HIV in un Paese dove le diagnosi tardive, ossia le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono in AIDS o prossimi a diventarlo, si aggira sul 60% dei casi. Soprattutto se pensiamo che un mese di terapia PrEP costa circa 12€ mentre un mese di terapia antiretrovirale per chi contrae HIV ne costa circa 600 e deve essere fatta per tutta la vita, al contrario della PrEP che può essere on demand o interrotta quando si vuole.
Già con questi semplici “conti della serva” vedete bene quanto sia folle tagliare sulla prevenzione. Lo è soprattutto considerando i dati molto buoni dell’area vasta di Bologna dove le diagnosi tardive sono quasi la metà di quelle degli altri capoluoghi di provincia. Segno che i servizi community-based come il PrEP Point e il BLQ Checkpoint sono in grado di dare una mano consistente alla lotta contro HIV nonostante la cronica mancanza di fondi.
Naturalmente mi riferisco alla PrEP orale, in pillole. In effetti esiste anche una PrEP iniettiva bimestrale che è stata messa all’indice da molti clinici per vari motivi nonché per il fatto che non se ne conosce ancora il prezzo e, a quanto ci risulta, non lo si conoscerà mai perché AIFA e l’azienda produttrice non sembrano intenzionate a trovare un accordo sul costo a carico del SSN. Inoltre, ci sarebbe anche un altro farmaco per la PrEP sempre iniettivo, della durata di sei mesi, ma che, secondo voci di corridoio, potrebbe non essere lanciato in Italia è facile immaginare che la situazione economica impantanata e una buona dose di pregiudizi, avranno un peso in questa eventuale decisione. Sembra quasi che il nostro Paese non sia poi così interessato a dare una spallata definitiva a un’infezione come HIV e che le 2.300 nuove diagnosi annunciate per il 2024 potrebbero essere in costo accettabile, dopo tutto sono 2300 froci, migranti, sex worker almeno nella mentalità generale, dunque perché spendere soldi per prevenire. Rifacciamo i conti della serva. Secondo i dati del COA (Centro Operativo AIDS) dell’Istituto Superiore di Sanità, sono circa 150.000 persone con HIV in Italia. Ognuna di esse, ogni mese costa circa 90 milioni di euro allo Stato solo per la terapia antiretrovirale che queste persone devono fare per tutta la vita. A questo si sommano i costi per le co-patologie, il personale sanitario, le analisi, oltre ai costi sociali correlati. In un anno è oltre un miliardo di euro.
Ulteriori tagli porteranno a un incremento delle nuove diagnosi e a un aumento consistente dei costi sanitari e sociali. Forse investine in prevenzione e quindi in PrEP, preservativo e nella PEP (profilassi post esposizione) potrebbe portare a risparmi consistenti.
In questa Giornata mondiale contro l’AIDS, unitevi a noi nel chiedere una leadership politica seria che spinga verso la cooperazione internazionale, che non tagli la prevenzione ma le spese sugli armamenti semmai, e che preveda approcci incentrati sui diritti umani per porre fine all’AIDS entro il 2030.
Colpito dall’onda lunga di Trump e dal disinteresse delle istituzioni locali, il PrEP Point di Plus APS rischia di chiudere.
In un contesto globale e nazionale che ha visto un generale disinvestimento nel contrasto all’HIV, eccellenze italiane come Plus APS si scontrano con una drastica riduzione dei fondi privati, da cui dipende la loro esistenza. Le istituzioni locali non solo non stanno fornendo alcun supporto concreto per garantire la sopravvivenza di un presidio territoriale che si è dimostrato cruciale nella prevenzione dell’HIV, ma sembrano andare verso una progressiva restrizione dell’accesso ai servizi di sanità pubblica. Un trend tutt’altro che in linea con le politiche di una regione storicamente di sinistra.
Di fronte a questo scenario, PLUS APS, con il supporto di Rivolta Pride, convoca un presidio pubblico: martedì 18 novembre 2025, alle ore 11:00, a Bologna – Viale Aldo Moro 50, davanti alla sede dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna.
Tra le rivendicazioni portate in presidio, la più urgente è la richiesta di supporto immediato per il PrEP Point, a rischio chiusura per mancanza fondi. Plus APS da anni chiede alla Regione Emilia-Romagna un riconoscimento istituzionale, politico ed economico del lavoro svolto come PrEP Point. A oggi, nonostante le interlocuzioni e gli appelli, tutto è rimasto silente. L’inerzia della Regione stride con la realtà dei fatti: mentre l’unico servizio pubblico di riferimento, quello dell’Ospedale S. Orsola, conta circa 600 persone in PrEP e ha liste d’attesa fino a marzo 2026, il PrEP Point di Plus segue circa 175 utenti, coprendo a proprie spese circa il 30% dell’utenza complessiva del territorio bolognese, per tacere del fatto che grazie al metodo d’intervento community based, il PrEP Point riesce a seguire anche persone che vivono in altre città della regione e che, verosimilmente, senza di noi non andrebbero in ospedale.
La profilassi pre-esposizione (PrEP) è uno strumento fondamentale nel contrasto all’HIV. La chiusura del PrEP Point sarebbe un passo indietro gravissimo per la sanità della Regione.
Chiediamo alla Regione di assumersi le proprie responsabilità e di garantire:
Il riconoscimento politico, normativo ed economico del PrEP Point e dei centri di comunità
La piena integrazione di tali servizi nel sistema sanitario regionale
La continuità e l’accessibilità universale ai farmaci di prevenzione, inclusa la PrEP
La concreta attuazione del protocollo Fast Track Cities siglato a Bologna nel 2022.
Come ogni anno fin dalla sua fondazione, Plus ha aderito alla European Testing Week, la settimana europea del test, l’evento europeo di promozione del test per HIV che quest’anno si tiene al BLQ Checkpoint dal 17 al 24 novembre dalle 18 alle 21 (ultimo accesso 20,30) solo su prenotazione, grazie al nostro personale volontario (accoglienza, counselling), al personale infermieristico di Azienda Sanitaria di Bologna e anche nostri infermieri e infermiere volontarie che quest’anno copriranno una parte dei turni.
Prenotare è facile: via mail su prenota@blqcheckpoint.it, oppure su info@plus-aps.it, oppure per telefono 0514211857 da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13,30 o dal lunedì a giovedì dalle 18 alle 20. Il BLQ Checkpoint è a Bologna, in via S. Carlo 42/C.
Ancora sto HIV? Ma non è risolto? Non riguarda solo i gay o gli “africani”?
Eh no o, meglio, ni. HIV non ha la volontà politica di colpire una fascia particolare di popolazione, può colpire chiunque sia sessualmente attivo quindi si anche le persone eterosessuali i cui dati di contagio, infatti, sono in crescita. Detto questo, non nascondiamoci dietro a un dito, il gruppo GBMSM* cuba oltre il 30% delle nuove diagnosi, lo stesso dicasi per la popolazione migrante. Questo vuol dire che sono necessarie strategie di riduzione del rischio per queste fasce di popolazione, non che vanno isolate, discriminate, messe all’indice come dice qualcuno.
Credetemi, HIV è tutt’altro che risolto o finito come qualcuno crede e la condizioni di HIV+, anche se molto migliorata rispetto a 20 anni fa, comunque non è una passeggiata. Le raccomandazioni sono sempre le stesse, almeno per quanto riguarda la nostra associazione: protezione: condom (+gel), PrEP (profilassi pre-esposizione ossia le pillole per prevenire HIV) e, in caso di incidenti, PEP (la profilassi post esposizione) che è una procedura d’urgenza che va richiesta a un pronto soccorso max entro 48 ore dall’evento presunto a rischio.
L’Emilia-Romagna vanta un triste primato, un alto numero di diagnosi tardive di HIV. Ossia persone che ricevono la diagnosi di HIV molto tempo dopo l’avvio del contagio, quando sono già in fase avanzata di malattia (AIDS) o prossimi a diventarlo. Essere consapevoli del proprio stato sierologico è un passo importante per fermare HIV. Un test una volta all’anno lo possono fare tutti e tutte, anche coloro che pensano di non essere a rischio. Da noi basta un graffietto su un dito (niente aghi) e 20 minuti di attesa, durante i quali è possibile, se l’utente lo desidera, effettuare un colloquio generalmente sulla percezione del rischio e anche su ciò che ci piace fare a letto e a come continuare a farlo abbattendo il rischio.
Vi apettiamo.
Sandro Mattioli Plus aps
*GBMSM: Gay, Bisex, Maschi che fanno Sesso con Maschi
Nel luglio del 2012 FDA, ente di controllo dei farmaci negli USA, approvò l’utilizzo della PrEP ossia la profilassi pre-esposizione la pillola che previene HIV. Una pillola al giorno o al bisogno e il contagio non avviene. Uno strumento incredibile per dare una spallata ad HIV, alle nuove diagnosi, alle diagnosi tardive che in Emilia-Romagna stazionano al 60%.
Noi di Plus abbiamo incominciato a diffondere la notizia, a interessare la gente e, soprattutto i medici, alla PrEP. Nel 2013 e nel 2015 abbiamo presentato due ricerche. Nel 2017 uno studio regionale, all’inizio del 2017 abbiamo attivato un sito internet con tutte le info del caso. Finalmente AIFA a fine 2017 approva anche in Italia l’utilizzo del farmaco per la PrEP.
È un disastro.
Il farmaco si vende a pagamento, 60€ per 30 pillole e, ovviamente, inizia il “mercato nero”. La PrEP si acquista online (anche se illegale), c’è chi va in India (dove si fabbrica il farmaco generico) e la compra li a prezzi più bassi. Pochissimi farmacisti sono informati e i più mandano i pazienti in farmaci ospedaliera con buona pace delle indicazioni di AIFA per la vendibilità nelle farmacie private. La maggior parte dei pochi utenti PrEP è disorientata e gli attivisti di Plus passano le giornate a spiegare come ovviare alla situazione, arriveremo a dare ai pazienti il codice del farmaco generico per avere una possibilità in più di ottenere la terapia in farmacia. Solo lo specialista in infettivologia può prescriverla, alcune Regioni (per fortuna non la nostra) applicano ticket su queste visite e sui test di controllo, rendendo la PrEP ancora più di classe.
Marzo 2018 apriamo il primo servizio italiano community-based sulla PrEP, il PrEP Point. Grazie all’aiuto del dott. Badia, infettivologo al S. Orsola, riusciamo a proporre la PrEP alle persone MsM e trans ad alto rischio di contagio da HIV, in un luogo accogliente, con counsellor fra pari.
Iniziamo col botto 70 richieste, poi 100, 150, 190.
Facciamo test per HIV, HCV, HbsAg, sifilide, CT, NG, creatinina, in linea con le linee guida nazionali, combattendo contro l’atteggiamento di sufficienza di buona parte del sistema sanitario. Solo quando in Commissione Regionale AIDS qualcuno fa presente che l’area vasta di Bologna è l’unica che ha un livello di diagnosi tardive dimezzato rispetto al resto dei capoluoghi di provincia, qualcuno si accorge di noi.
Il PrEP Point non riceve altri fondi se non da quelli che dovrebbero essere il male assoluto: big Pharma. Nessun altro, nessun ente pubblico, non il Comune che, del resto, non ha mai fondi a bilancio per queste cose, non Azienda sanitaria; in effetti abbiamo iniziato senza un supporto normativo, senza una convenzione, senza un supporto economico da parte della Regione.
Forse abbiamo sbagliato.
Forse avremmo dovuto aspettare e far capire alla sanità regionale che il metodo community-based applicato alla PrEP salva delle vite. E forse spiegarlo anche a quella parte di clinici, infermieri, farmacisti che pensano che siano soldi buttati, che c’è il condom che costa meno, o che, dopo tutto siamo noi froci i problema. Ma, dopo 6 anni di attesa del farmaco in Italia, aspettare ancora avrebbe significato altre diagnosi di HIV. Guardare negli occhi quei ragazzi, dire loro che ci sono due barrette rosse, che il test è reattivo quando in realtà abbiamo uno strumento per limitare se non fermare tutto.
Anche no.
Non penso che abbiamo sbagliato. Abbiamo osato. Un’avventura che siamo stati in grado di portare avanti senza gravare sul sistema sanitario. Avanti nonostante gli ostacoli che AIFA prima e la Regione dopo stanno ponendo alla diffusione di questo efficace strumento di prevenzione.
Quest’anno la raccolta fondi di Plus è andata male.
ViiV ci ha negato i fondi, Gilead ci ha dato una mano ma purtroppo meno degli anni precedenti, enti e fondazioni, chiesa Valdese, ecc. non pervenute. Facciamo del nostro meglio per continuare, ma stiamo per mandare in bancarotta l’associazione. Gli utenti ci sono vicini, in diversi hanno cercato di contribuire, ma non è un servizio che può gravare così tanto sui pazienti, non siamo negli USA dopo tutto e abbiamo lottato perché la pillola che previene HIV non fosse una terapia di classe ma di tutti coloro che ne hanno necessità. Tuttavia ad oggi ancora non abbiamo un qualunque appoggio normativo regionale di riferimento, non abbiamo una convenzione, né dei fondi pubblici che possano almeno tenerci a galla in casi come questo.
Sheena McCormack (la “mamma” della PrEP in UK) supporta la nostra protesta
La sanità regionale, in particolare i tecnici, ha uno sguardo burocratico e prevenuto, si insomma remano contro, non fanno girare le informazioni e la politica si è insediata da poco e da l’impressione di non avere le idee chiare ipotesi supportata dal fatto che anche gli ambulatori PrEP dei maggiori centri clinici sono al collasso per ragioni economiche. Ragioni comprensibili ovviamente stante il brutto momento del bilancio regionale, ma io vi chiedo: cosa è meglio? Investire in un programma che funziona, in un farmaco che costa 12€ a scatola, o rischiare di aumentare le nuove diagnosi (che stavano finalmente scendendo) e spendere in media 500€ al mese? L’assemblea dell’associazione ha deciso di continuare, di fatto abbiamo dovuto peggiorare il servizio erogando test di controllo per le batteriche a 6 mesi, mentre prima era ogni 3 mesi e già così oltre il 3% del campione riceveva una diagnosi di IST in un altro centro/ambulatorio.
Se nemmeno una Regione storicamente di sinistra capisce che la prevenzione è un investimento per un futuro migliore, allora siamo veramente nei guai.
Ultima giornata della Conferenza EACS. Ho pensato che potrebbero essere interessanti le ultime sessioni che hanno trattato temi “caldi”, almeno per noi in Italia
DoxyPEP e vaccino contro gonorrea
Chemsex
Aumento di peso a causa dei farmaci ARV
La sessione principale dell’ultima giornata comprende i lavori scelti dai presidenti per essere presentati in pubblico.
Lo studio “Doxycycline postexposure prophylaxis and the 4-component meningococcal B vaccine among persons living with HIV at high risk for bacterial sexually transmitted infections in Switzerland” già dal titolo porta con sé un certo interesse perché è uno dei pochi studi sulla prevenzione delle infezioni batteriche su persone con HIV.
Dal razionale esposto, lo studio della coorte svizzera si propone di fare un po’ di chiarezza rispetto ai dati contraddittori che circolano nell’ambiente. Lo studio è disegnato come osservazionale multicentrico su una popolazione MSM e TGW con HIV e che
Hanno rapporti sessuali senza condom con partner occasionali e/o
Hanno avuto almeno 1 diagnosi di IST negli ultimi 3 anni e
Hanno dato il consenso all’utilizzo off-label della doxiciclina e del vaccino contro il meningococco B (4CMenB)
Lo studio, di durata triennale, ha come endpoint l’incidenza della IST batteriche. Questa prima relazione espone un’analisi ad interim del periodo che va dal 30 novembre 2023 al 30 giugno 2025.
Rispetto alle caratteristiche demografiche il campione è costituito principalmente da uomini bianchi (83,8%), con un’età mediana di 49 anni, con in media 4 partner occasionali negli ultimi 3 mesi, una media di 277 giorni dall’ultima IST e 1 IST in media prima dell’inizio dello studio.
Gl utenti in doxyPEP sono 266, quelli che con doxy + vaccino contro il meningococco B 114.
I risultati per gli utenti in doxy sono interessanti:
totale casi di IST in generale prima dell’inizio dello studio 407, dopo lo studio 79 (p<0.001)
totale casi clamidia prima 152, dopo 17 (p<0.001)
totale casi gonorrea prima 141, dopo 48 (p≥ 0.05)
totale casi sifilide prima 114, dopo 14 (p<0.001)
Per quanto riguarda i 144 utenti in doxy+4CMenB i risultati ovviamente solo su gonorrea, sono
prima dello studio 76 casi, dopo 11 (p≥0.05)
Le conclusioni almeno per quanto riguarda questa analisi ad interim sono piuttosto evidenti:
l’uso di doxyPEP nelle persone con HIV ad alto rischio di per le IST batteriche porta ad un calo significativo dei casi clamidia e sifilide.
Non ci sono effetti significativi della doxyPEP o del vaccino contro il meningococco B sull’incidenza di gonorrea.
Il secondo studio dal titolo “Chemsex, novel chemsex substances, associated risks for STIs, and an extended PrEP cascade among HIV-negative MSM, trans* individuals in 20 European countries: A latent class analysis” è interessante appunto perché ha effettuato una ricerca su MSM e persone trans in 20 stati europei.
Dal punto di vista del metodo, lo studio ha coinvolto 14.652 MSM HIV-negativi (per cui non so quel “trans” nel titolo a che serva!) provenienti da 20 paesi europei hanno completato un’indagine trasversale (PROTECT) tra ottobre 2023 e aprile 2024. È stata utilizzata l’analisi delle classi latenti (LCA) per raggruppare l’uso di sostanze a sfondo sessuale. Inoltre, sono state studiate le IST auto-riferite dai partecipanti nei sei mesi precedenti e le cascate della PrEP (assunzione di PrEP orale, aderenza, interruzione, intenzione di LAI-PrEP), con regressione logistica a coppie per confrontare l’intenzione di LAI-PrEP, aggiustando per l’uso attuale di PrEP orale.
Come forse avete notato c’è una curiosa “riclassificazione” delle sostanze in tradizionali (metanfetamine, GBL, ketamina, cocaina e mefedrone) e “nuovo chemsex” dove, alle sostanze tradizionali, si aggiungono i catinoni sintetici.
Una nota “buffa”: come vedete dall’immagine la cannabis è molto popolazione in tutti gli stati mentre in Italia molto meno… mah!
Altra cosa curiosa è la terminologia utilizzata da questo ricercatore olandese che ha inventato il termine “bottom shorties” che sta a indicare le sostanze utilizzate per agevolare la penetrazione anale e/o una maggiore disinibizione, con un effetto della sostanza relativamente più breve.
I gruppi di consumatori sono stati definiti sulla base delle dichiarazioni dei consumatori stessi, per cui abbiamo quelli dell’uso moderato o i giovani con uso moderato che sono in realtà i protagonisti della ricerca perché i risultati ci danno un’idea di uso tutt’altro che moderato soprattutto per quanto riguarda cannabis, cocaina, GHB/GBL e popper.
La associazione fra gruppi e contagio da IST è un po’ complicata, tuttavia mi sembra di capire che il gruppo che sua sostanze “nuove”, quindi con l’aggiunta dei catinoni, ha un’incidenza di gonorrea, clamidia e sifilide più alta rispetto a chi usa sostanze tradizionali.
I giovani con uso sedicente moderato preferiscono i catinoni, sembrano avere un peggiore assorbimento di PrEP orale, un’aderenza non ottimale alta e un elevato tasso di interruzione della PrEP orale ma un alto interesse per la PrEP long acting.
Una analisi che trova qualche riscontro anche nei nostri dati e che mi porta a riflettere se l’età non possa essere un elemento da considerare per un passaggio ai long acting, un tipo di trattamento che suscita interesse.
Un altro studio interessante è l’ACTG A 5391 dal titolo “Metabolic and Body Composition Outcomes at 48 Weeks among People with HIV and Obesity on Integrase Inhibitors and Tenofovir Alafenamide Switching to Doravirine with or without Tenofovir Disoproxil Fumarate: ACTG A5391 (the DO-IT Trial)”.
Uno degli effetti collaterali più frequenti degli inibitori dell’integrasi (INSTI) è l’aumento di peso. Può sembrare una cosa da poco ma questo effetto ne porta altri come diabete, problemi cardiovascolari, ecc. Lo studio è statunitense, giustamente, ha randomizzato 145 persone HIV+ obese (BMI >30kg/m2) e con insulino-resistenza, in terapia stabile con un INSTI+TAF, a passare a una terapia con doravirina+TAF+emtricitabina (FTC) o a continuare con l’attuale regime. A 48 settimane non ci sono stati risultati significativi in nessuno dei parametri fisici che indicano l’obesità con o senza la sostituzione di TAF con il vecchio TDF (tenofovir disoproxil fumarato).
Lo stesso relatore ci segnala un paio di limiti dello studio ossia che hanno arruolato solo persone negli USA per cui i dati potrebbero non essere generalizzabili, inoltre il disegno dello studio in forma open-label potrebbe aver influenzato i pazienti, per tacere del fatto che i dati potrebbero non essere applicabili a chi ha un BMI <30Kg/m2. Provo a incollare la tabella con il grafico dei risultati per chi si diletta di statistica.
Vabbè… speravo tanto nella doravirina ma temo che dovrò fare ginnastica.
Da ultimo 2 parole sullo studio di fase 2 (quindi non abbiate fretta) su una composizione di Islatravir e Lenacapavir come terapia contro HIV 1 volta a settimana.
Fase due vuol dire che si è concentrato sul mantenimento della soppressione virologica ossia descrive l’efficacia e la sicurezza e la descrive bene perché alla 48esima settimana il 94,2% dei pazienti ha mantenuto la carica virale non rilevabile. Non ci sono eventi avversi importanti (2 hanno fatto registrare che hanno la bocca secca…) battute a parte sembra ben tollerato. È un po’ presto ancora per trarre conclusioni ma sembra che questa combinazione di molecole abbia buone potenzialità per diventare la prima LA orale settimanale per persone con HIV.
Sarei disposto a scommettere che se mai arriverà in Italia, la metteranno in scatole da due pillole.
Questa conferenza si conferma nel suo ruolo sostanzialmente divulgativo, i risultati “grossi” vengono presentati al CROI o alle conferenze mondiali, ma comunque è utile. C’è stata una buona presenza di medici italiani, anche con studi interessanti che, in qualche caso, hanno fatto rosicare gli altri… tié. Se proprio vogliamo essere pignoli poteva essere organizzata con maggiore attenzione ai dettagli: la well-being lounge (equivalente delle positive lounge della IAS, ossia uno spazio tranquillo per le persone con HIV) ricavata in uno spazio di passaggio con tanto di filodiffusione delle sessioni è stato un esempio di ad minchiam fecit spettacolare.