Plus APS, in collaborazione con IAM – Intersectionalities and More, organizza nell’ambito del progetto “A Positive Journey” una formazione dedicata all’approfondimento dei temi della salute sessuale delle popolazioni migranti in Italia, con particolare attenzione all’HIV e alle persone LGBTQIA+.
L’iniziativa intende offrire strumenti teorici e operativi a professioniste e professionisti dell’area sociale, sanitaria e dell’accoglienza, promuovendo un approccio intersezionale, inclusivo e orientato ai diritti.
La formazione si terrà in presenza presso la sede di via Galliera 40 a Bologna, nelle seguenti date:
9 maggio, dalle ore 9.00 alle 18.00
16 maggio, dalle ore 9.30 alle 18.15
La partecipazione è gratuita. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 25 persone.
Il corso è attualmente in fase di accreditamento presso l’Ordine degli Assistenti Sociali per il rilascio dei crediti formativi. È previsto il rilascio dell’attestato di partecipazione su richiesta per coloro che prenderanno parte a entrambe le giornate.
La sede è accessibile a persone con disabilità motoria e/o sensoriale e si trova a breve distanza dalla stazione ferroviaria, facilmente raggiungibile anche con il trasporto pubblico locale.
Oggi compio 20 anni. No, cari: non per gamba, ma in tutto il corpo. Negli organi, nel sangue, fuso nel mio DNA c’è l’ospite indesiderato che da vent’anni prova ad ammazzarmi. E all’inizio c’era quasi riuscito.
Grazie all’incredibile progresso scientifico – e forse anche al mio essere poco consenziente – HIV non ce l’ha fatta. Me lo immagino un po’ seccato: ha dovuto prendere la via lunga. Non l’autostrada dell’Aids (qualche mese ed è fatta), ma la mulattiera dell’attivazione immunitaria e dell’infiammazione cronica. I risultati arrivano comunque, ma ci vogliono anni. E nel frattempo può succedere di tutto: ti può investire un autobus, ti può picchiare un fascio col cranio rasato (e la merda che gli soffoca il cervello) — anche se no, su questo HIV non c’entra.
HIV però agevola gli amici di sempre: il cancro, le malattie cardiovascolari, il diabete. E con la traslocazione microbica poi ciaone proprio. Da questo punto di vista HIV è modernissimo: trasversale, intersezionale, molto più bravo dei mafiosi nel fare il suo malaffare silenzioso.
Talmente silenzioso e furtivo che nessuno ne parla più. Non interessa quasi a nessuno, nemmeno a chi dovrebbe interessarsene almeno per i numeri delle nuove diagnosi: che so… i gay o MSM, o LGBTQIA+ come si dice oggi per essere inclusivi. Non ho mai capito bene cosa c’entrino l’affermazione di genere o la non binarietà con un virus che si diffonde facendo sesso, ma meglio fermarsi qui o parte una polemica inutile. Del resto bisogna essere inclusivi. E HIV è inclusivo per definizione: ha le sue preferenze, certo, ma ci prova con tutti.
Quelle preferenze oggi si chiamano popolazioni chiave: gay e bisessuali, migranti, sex worker, persone trans e così via. Siamo “chiave” perché se riesci a ridurre HIV lì, sei a buon punto anche con il resto della popolazione. Peccato che in Italia per oltre metà di queste popolazioni non abbiamo nemmeno idea di quanti casi ci siano. Per persone trans, sex worker e altri gruppi ci affidiamo alle stime europee. Noi abbiamo il ponte sullo Stretto da costruire, mica possiamo perderci dietro a queste cavolate, giusto?
La cosa “buffa” è che anche dove i dati ci sono, e sono chiari, non importa comunque a nessuno. Prendiamo i gay: gli ultimi dati disponibili parlano di circa il 36% delle nuove diagnosi. Dite che il movimento – che so, Arcigay – abbia detto o fatto qualcosa per far calare quelle cifre? Un’azione politica, sociale, culturale per riportare il tema all’attenzione? Una nuova legge, magari? Quella attuale, per quanto buona, risale al 1995: qualcosa nel frattempo è cambiato.
Mi è stato risposto che non c’è la volontà politica di chiedere una nuova legge a questo governo. Giuro. Capisco l’abitudine ormai consolidata per cui sembra che le leggi le faccia solo l’esecutivo, ma le leggi si chiedono al Parlamento. E un disegno di legge pronto per la discussione esiste già. Boh. Aspettiamo. Nel frattempo speriamo che non si contagi troppa gente, in attesa di un governo più gradito. Grazie movimento LGBTQ+, ancora una volta ti sei dimostrato attentissimo alle istanze delle persone LGBTQ+ con HIV.
Che HIV non sia una priorità per il movimento è evidente da tempo. I gay che vivono con HIV lo sanno bene: all’inizio dell’epidemia siamo stati di fatto trasferiti verso un associazionismo “di settore”, chiamato a occuparsi di tutta la popolazione con HIV senza distinzione di bisogni o identità.
Così un gay bolognese come me poteva andare a ballare al Cassero, ma per l’HIV doveva andare alla LILA, dove trovavi di tutto. Io per esempio ci trovai un drug user che mi chiamò “frocio di merda” davanti a tutti.
In effetti fu un’esperienza molto breve. Così come breve fu il mio coming out sierologico al Cassero. Quando dissi che avevo l’HIV si girarono tutti verso di me, e non uno che abbia pensato di dire qualcosa. Che so: “come stai?”, “come la vivi?”. Un minuto di silenzio, un po’ come per i morti, e poi ognuno tornò ai propri discorsi.
Plus è nata poco dopo, quando ho capito che quel senso di solitudine e abbandono non era solo mio, ma di molte persone con HIV nella comunità gay. Dunque: facciamo qualcosa per chi è gay e vive con HIV?
Sono passati vent’anni. Molte cose sono cambiate, ma alcune mentalità faticano ancora a muoversi.
Prendiamo la grande manifestazione nazionale di Roma del 17 maggio 2025 – giornata contro l’omo-bi-lesbo-transfobia – salvo poi dimenticare tutto già dal 18 maggio. Era previsto anche un tavolo sulla salute, e il tema principale doveva essere la salute riproduttiva. Sul serio? A quante gravidanze andrà mai incontro questa comunità? Forse che le persone gay o trans con HIV non subiscono discriminazioni, spesso doppie? Nel nostro Paese funziona così. In Francia il movimento si è organizzato fin dall’inizio dell’epidemia ed è poi passato all’azione politica nazionale. Negli Stati Uniti Act Up riempie ancora oggi le strade contro i tagli alla ricerca e alla prevenzione. In Italia abbiamo molte ottime esperienze locali, ma a livello nazionale non c’è mai stato un vero impegno politico. Anzi, a volte sembra quasi ci sia fastidio verso chi ricorda l’evidenza scientifica, persino quando serve a proteggere le popolazioni più colpite.
A dirla tutta, neppure le associazioni di pazienti hanno organizzato proteste contro i tagli. Del resto da noi HIV non va di moda: c’è sempre qualcos’altro a cui pensare.
Poi un giorno qualcuno si sveglia, legge “positivo” su un referto e chiede: “Morirò?” oppure “Ma non riguardava solo i gay?” E lì capisci quanto lavoro resta ancora da fare.
Spero che l’azione combinata di empowerment e prevenzione portata avanti da Plus da ormai quindici anni riesca almeno a cambiare un po’ la mentalità generale. O quantomeno a limitare i danni.
HIV is not over, scrive Act Up New York sui suoi manifesti. HIV non è finito. È lì, lavora, e non se ne andrà tanto presto.
A Positive Journey è un progetto sulla salute sessuale e HIV rivolto alla popolazione migrante e a chi si occupa del tema. Il progetto si rivolte a tutte le persone migranti ma ha un focus sulle persone LGBTQIA+.
Da tempo assistiamo a una crescita lenta ma costante dei casi di nuove diagnosi di HIV nelle persone migranti in Italia e anche la nostra regione non è da meno, soprattutto dopo la crisi covid. Mentre le nuove diagnosi hanno ripreso a scendere dopo la crisi, quelle fra i migranti crescono e siamo già al 33%, un terzo del totale.
Secondo i dati ufficiali della Regione Emilia-Romagna “le persone straniere con diagnosi di infezione da HIV sono sensibilmente più giovani rispetto agli italiani e prevalentemente di sesso femminile“.
L’incidenza fra le persone migranti presenta un andamento costantemente più alto rispetto a quello degli italiani, anche se la differenza si è ridotta nel tempo.
Il termine “migrante” è estremamente generico e molto spesso la nostra comunità LGBTQIA+ assorbe una parte di quelle persone, una parte solitamente sotto rappresentata in entrambe le comunità, quando non discriminata.
Per cui abbiamo deciso di intervenire e organizzare un corso di formazione realizzato da Plus e IAM , che si occupa proprio di intersezionalità, per provare a fornire strumenti sia chi vive quotidianamente lo stigma perché migrante e magari anche omosessuale, trans, non binary, ecc. sul tema dei diritti, della salute sessuale, di HIV.
Porteremo le voci delle direttə interessatə sia quella di esperti e esperte (avvocati, assistenti sociali, attivistə), nonché dei servizi che sono già in essere e fruibili.
Il corso di formazione si terrà nei giorni:
13 dicembre 2025 09,30-18 14 dicembre 2025 09,30-18,15 presso CLUB 11:11via Galliera 40 Bologna.
Il corso è gratis con iscrizione obbligatoria, possibilmente entro il 10 dicembre, via mail a segreteria@plus-aps.it; è stato reso possibile grazie a un contributo non condizionato di Gilead Science.
Ma non è tutto qua. In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro HIV/AIDS, 1 dicembre 2025, esce una iniziativa correlata a A Positive Journey: take control, get tested che ha lo scopo di invitare tutte le persone migranti a prendere il controllo della propria salute e a prenotare un test di screening a risposta rapida per HIV presso il nostro BLQ Checkpoint.
Abbiamo tradotto lo slogan in tante lingue, trova la tua nella galleria qui sotto.
In occasione della Giornata Mondiale per lotta contro l’AIDS (WAD), ho pensato di riprendere la dichiarazione di UNAIDS. Superare le interruzioni (dei fondi), trasformare la risposta all’AIDS.
Per UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di HIV/AIDS, il tema della Giornata Mondiale per la Lotta contro HIV sarà un’occasione per evidenziare l’impatto causato dai tagli ai finanziamenti globali nella lotta contro HIV, nonché per mostrare la capacità di resilienza delle comunità che si impegnano per proteggere i progressi ottenuti nella risposta a HIV.
La crisi finanziaria di quest’anno minaccia di vanificare anni di progressi: i servizi di prevenzione contro HIV sono gravemente minacciati, i servizi gestiti dalle comunità maggiormente colpite sono gravemente compromessi. I servizi community-based, vitali per raggiungere le popolazioni emarginate, stanno perdendo priorità, mentre l’aumento delle leggi punitive che criminalizzano le relazioni omosessuali, l’identità di genere e l’uso di sostanze sta amplificando la crisi, rendendo inaccessibili i servizi per l’HIV.
La risposta globale all’AIDS è stata sconvolta negli ultimi mesi e siamo ancora lontani dal raggiungere l’obiettivo di porre fine almeno all’AIDS entro il 2030. Anzi, se i fondi tagliati dagli Stati Uniti non verranno rimpiazzati da altre fonti, UNAIDS prevede oltre 4 milioni di morti per AIDS entro il 2029.
Quindi non solo l’AIDS non è ancora stato debellato ma, dato il contesto attuale, se vogliamo mantenere i risultati fin qui ottenuti serve un approccio diverso. Gli Stati devono apportare cambiamenti radicali alla programmazione e ai finanziamenti per la lotta contro HIV. La risposta globale all’HIV non può basarsi solo sulle risorse nazionali, ossia il classico ognun per sé (o l’America agli americani se preferite). La comunità internazionale deve unirsi per colmare il divario finanziario, sostenere i paesi a colmare le lacune rimanenti nei servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV, rimuovere le barriere legali e sociali e responsabilizzare le comunità affinché possano indicare la strada da seguire.
La leadership politica è fondamentale per promuovere politiche che affrontino le disuguaglianze strutturali e proteggano le popolazioni vulnerabili. Sono necessari profondi cambiamenti per migliorare l’accesso ai servizi per l’HIV, eliminare definitivamente lo stigma e la discriminazione, garantire la tutela dei diritti di donne e delle persone LGBTQ+, che continuano a incontrare barriere sproporzionate nell’accesso all’assistenza sanitaria.
In particolare, il documento di UNAIDS si sofferma proprio sugli interventi dal basso, guidati dalle comunità maggiormente colpite e sulle conseguenze rovinose che questi tagli stanno avendo proprio su questi servizi che dipendono quasi interamente dall’assistenza esterna (89%). Le organizzazioni guidate dalle comunità di uomini gay e di altri MSM in Kenya, Mozambico e Vietnam sono state costrette dall’interruzione dei finanziamenti dei donatori a ridurre il personale, con licenziamenti che vanno da un terzo del personale organizzativo a quasi tutto il personale clinico (A. Spieldenner, MPACT, 8 ottobre 2025). Oltre il 60% delle organizzazioni per l’HIV guidate da donne ha perso finanziamenti o è stato costretto a sospendere programmi essenziali, lasciando intere comunità senza accesso a servizi vitali. Queste comunità locali erogano servizi di prevenzione, test, assistenza e trattamento dell’HIV; interventi di protezione sociale e sostegno economico, il rafforzamento dei sistemi e l’attivazione di facilitatori sociali, la prevenzione e la risposta alla violenza di genere. Un terribile articolo di The Indipendent ci da conto della situazione in Senegal e dei primi morti causati dai tagli di Trump a cui faranno presto seguito quelli decisi dal Regno Unito.
Fatti i dovuti distinguo, a ben vedere dalle nostre parti la situazione va nella medesima direzione. Certo, noi viviamo in un Paese del G20, non a basso reddito ma ricco, industrializzato. Noi di Plus viviamo in una delle regioni più ricche del Paese. Ma al primo accenno di crisi è il bilancio della sanità quello che riceve i colpi più duri e la prevenzione è sempre la cosa su cui i tagli sono assicurati.
Come tutti, spero, sappiamo per HIV non c’è alcuna cura né vaccino. La prevenzione è la nostra unica arma ed è proprio su questa che si prevedono tagli consistenti. Un esempio per tutti è la PrEP (profilassi pre-esposizione) ossia la pillola che previene HIV. In Italia l’autorizzazione al commercio della pillola è arrivata solo nel 2018 e solo per chi se la poteva permettere (e ho anche dovuto ascoltare i commenti di influenti clinici così come della comunità LGBT, quali se hanno i soldi per le droghe si posso comprare anche la PrEP, se i gay vogliono fare sesso senza condom che paghino, ecc.), pensate che FDA negli USA ha autorizzato la PrEP nel luglio 2012. Finalmente, alla fine del 2023 AIFA approva la rimborsabilità della PrEP a cura del Sistema sanitario nazionale, ma con una serie di ostacoli che gli utenti dovranno superare, se proprio vogliono la PrEP. In Italia per avere il farmaco devi chiedere una visita a un infettivologo – spesso passando prima dal medico di base per l’impegnativa – l’unico che la può prescrivere (del resto è giusto che il potere resti chiuso dentro le sacre stanze delle malattie infettive). Si tratta di una visita specialistica per la quale l’utente dovrà prendere un permesso dal lavoro e in qualche regione c’è il ticket da pagare. Lo specialista prescrive si la PrEP ma a fronte di una batteria di test sui quali spesso grava un ticket, HIV a parte, e per i quali è previsto un altro permesso sul lavoro. Da ultimo il farmaco è erogabile gratuitamente solo nelle farmacie ospedaliere che, ovviamente, sono poche e hanno un orario di lavoro ben più limitato rispetto alle farmacie private… e forse ci va pure un altro permesso. Non sia mai che le oltre 18.000 farmacie private diano una mano nella lotta contro HIV. Poi ci sono le peculiarità locali. Due ragazzi utenti PrEP dell’ospedale di Ferrara ci informano che nel centro clinico è previsto un prelievo ematico in un ambulatorio, i tamponi per le IST batteriche in un altro ambulatorio in un altro giorno, poi c’è la visita e la fila in farmacia. In sintesi 3 permessi sul lavoro per la PrEP. Mi chiedo se la Direzione è al corrente che pressoché lavoratore dipendente può prendere un simile numero di permessi sanitari.
In questo quadro non c’è da stupirsi se qualcuno inizia ad arrangiarsi. La PrEP fai da te o PrEP Sauvage, come la chiamavano i francesi (che questi problemi li hanno avuti molto prima di noi ma perché informarsi su come li hanno risolti), sta prendendo piede. Secondo i nostri dati le persone in PrEP ma non seguite da un centro clinico sono passate dal 10% nel 2023 al 18% nel 2025.
Anche il nostro centro, il PrEP Point, sta subendo le ripercussioni date dalla volontà disinvestire da parte di alcune imprese ma, qualche è peggio, dalla volontà di tagliare da parte dell’amministrazione pubblica centrale e locale. Tagli che saranno una sciagura per la lotta contro HIV in un Paese dove le diagnosi tardive, ossia le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono in AIDS o prossimi a diventarlo, si aggira sul 60% dei casi. Soprattutto se pensiamo che un mese di terapia PrEP costa circa 12€ mentre un mese di terapia antiretrovirale per chi contrae HIV ne costa circa 600 e deve essere fatta per tutta la vita, al contrario della PrEP che può essere on demand o interrotta quando si vuole.
Già con questi semplici “conti della serva” vedete bene quanto sia folle tagliare sulla prevenzione. Lo è soprattutto considerando i dati molto buoni dell’area vasta di Bologna dove le diagnosi tardive sono quasi la metà di quelle degli altri capoluoghi di provincia. Segno che i servizi community-based come il PrEP Point e il BLQ Checkpoint sono in grado di dare una mano consistente alla lotta contro HIV nonostante la cronica mancanza di fondi.
Naturalmente mi riferisco alla PrEP orale, in pillole. In effetti esiste anche una PrEP iniettiva bimestrale che è stata messa all’indice da molti clinici per vari motivi nonché per il fatto che non se ne conosce ancora il prezzo e, a quanto ci risulta, non lo si conoscerà mai perché AIFA e l’azienda produttrice non sembrano intenzionate a trovare un accordo sul costo a carico del SSN. Inoltre, ci sarebbe anche un altro farmaco per la PrEP sempre iniettivo, della durata di sei mesi, ma che, secondo voci di corridoio, potrebbe non essere lanciato in Italia è facile immaginare che la situazione economica impantanata e una buona dose di pregiudizi, avranno un peso in questa eventuale decisione. Sembra quasi che il nostro Paese non sia poi così interessato a dare una spallata definitiva a un’infezione come HIV e che le 2.300 nuove diagnosi annunciate per il 2024 potrebbero essere in costo accettabile, dopo tutto sono 2300 froci, migranti, sex worker almeno nella mentalità generale, dunque perché spendere soldi per prevenire. Rifacciamo i conti della serva. Secondo i dati del COA (Centro Operativo AIDS) dell’Istituto Superiore di Sanità, sono circa 150.000 persone con HIV in Italia. Ognuna di esse, ogni mese costa circa 90 milioni di euro allo Stato solo per la terapia antiretrovirale che queste persone devono fare per tutta la vita. A questo si sommano i costi per le co-patologie, il personale sanitario, le analisi, oltre ai costi sociali correlati. In un anno è oltre un miliardo di euro.
Ulteriori tagli porteranno a un incremento delle nuove diagnosi e a un aumento consistente dei costi sanitari e sociali. Forse investine in prevenzione e quindi in PrEP, preservativo e nella PEP (profilassi post esposizione) potrebbe portare a risparmi consistenti.
In questa Giornata mondiale contro l’AIDS, unitevi a noi nel chiedere una leadership politica seria che spinga verso la cooperazione internazionale, che non tagli la prevenzione ma le spese sugli armamenti semmai, e che preveda approcci incentrati sui diritti umani per porre fine all’AIDS entro il 2030.
Colpito dall’onda lunga di Trump e dal disinteresse delle istituzioni locali, il PrEP Point di Plus APS rischia di chiudere.
In un contesto globale e nazionale che ha visto un generale disinvestimento nel contrasto all’HIV, eccellenze italiane come Plus APS si scontrano con una drastica riduzione dei fondi privati, da cui dipende la loro esistenza. Le istituzioni locali non solo non stanno fornendo alcun supporto concreto per garantire la sopravvivenza di un presidio territoriale che si è dimostrato cruciale nella prevenzione dell’HIV, ma sembrano andare verso una progressiva restrizione dell’accesso ai servizi di sanità pubblica. Un trend tutt’altro che in linea con le politiche di una regione storicamente di sinistra.
Di fronte a questo scenario, PLUS APS, con il supporto di Rivolta Pride, convoca un presidio pubblico: martedì 18 novembre 2025, alle ore 11:00, a Bologna – Viale Aldo Moro 50, davanti alla sede dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna.
Tra le rivendicazioni portate in presidio, la più urgente è la richiesta di supporto immediato per il PrEP Point, a rischio chiusura per mancanza fondi. Plus APS da anni chiede alla Regione Emilia-Romagna un riconoscimento istituzionale, politico ed economico del lavoro svolto come PrEP Point. A oggi, nonostante le interlocuzioni e gli appelli, tutto è rimasto silente. L’inerzia della Regione stride con la realtà dei fatti: mentre l’unico servizio pubblico di riferimento, quello dell’Ospedale S. Orsola, conta circa 600 persone in PrEP e ha liste d’attesa fino a marzo 2026, il PrEP Point di Plus segue circa 175 utenti, coprendo a proprie spese circa il 30% dell’utenza complessiva del territorio bolognese, per tacere del fatto che grazie al metodo d’intervento community based, il PrEP Point riesce a seguire anche persone che vivono in altre città della regione e che, verosimilmente, senza di noi non andrebbero in ospedale.
La profilassi pre-esposizione (PrEP) è uno strumento fondamentale nel contrasto all’HIV. La chiusura del PrEP Point sarebbe un passo indietro gravissimo per la sanità della Regione.
Chiediamo alla Regione di assumersi le proprie responsabilità e di garantire:
Il riconoscimento politico, normativo ed economico del PrEP Point e dei centri di comunità
La piena integrazione di tali servizi nel sistema sanitario regionale
La continuità e l’accessibilità universale ai farmaci di prevenzione, inclusa la PrEP
La concreta attuazione del protocollo Fast Track Cities siglato a Bologna nel 2022.
Come ogni anno fin dalla sua fondazione, Plus ha aderito alla European Testing Week, la settimana europea del test, l’evento europeo di promozione del test per HIV che quest’anno si tiene al BLQ Checkpoint dal 17 al 24 novembre dalle 18 alle 21 (ultimo accesso 20,30) solo su prenotazione, grazie al nostro personale volontario (accoglienza, counselling), al personale infermieristico di Azienda Sanitaria di Bologna e anche nostri infermieri e infermiere volontarie che quest’anno copriranno una parte dei turni.
Prenotare è facile: via mail su prenota@blqcheckpoint.it, oppure su info@plus-aps.it, oppure per telefono 0514211857 da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13,30 o dal lunedì a giovedì dalle 18 alle 20. Il BLQ Checkpoint è a Bologna, in via S. Carlo 42/C.
Ancora sto HIV? Ma non è risolto? Non riguarda solo i gay o gli “africani”?
Eh no o, meglio, ni. HIV non ha la volontà politica di colpire una fascia particolare di popolazione, può colpire chiunque sia sessualmente attivo quindi si anche le persone eterosessuali i cui dati di contagio, infatti, sono in crescita. Detto questo, non nascondiamoci dietro a un dito, il gruppo GBMSM* cuba oltre il 30% delle nuove diagnosi, lo stesso dicasi per la popolazione migrante. Questo vuol dire che sono necessarie strategie di riduzione del rischio per queste fasce di popolazione, non che vanno isolate, discriminate, messe all’indice come dice qualcuno.
Credetemi, HIV è tutt’altro che risolto o finito come qualcuno crede e la condizioni di HIV+, anche se molto migliorata rispetto a 20 anni fa, comunque non è una passeggiata. Le raccomandazioni sono sempre le stesse, almeno per quanto riguarda la nostra associazione: protezione: condom (+gel), PrEP (profilassi pre-esposizione ossia le pillole per prevenire HIV) e, in caso di incidenti, PEP (la profilassi post esposizione) che è una procedura d’urgenza che va richiesta a un pronto soccorso max entro 48 ore dall’evento presunto a rischio.
L’Emilia-Romagna vanta un triste primato, un alto numero di diagnosi tardive di HIV. Ossia persone che ricevono la diagnosi di HIV molto tempo dopo l’avvio del contagio, quando sono già in fase avanzata di malattia (AIDS) o prossimi a diventarlo. Essere consapevoli del proprio stato sierologico è un passo importante per fermare HIV. Un test una volta all’anno lo possono fare tutti e tutte, anche coloro che pensano di non essere a rischio. Da noi basta un graffietto su un dito (niente aghi) e 20 minuti di attesa, durante i quali è possibile, se l’utente lo desidera, effettuare un colloquio generalmente sulla percezione del rischio e anche su ciò che ci piace fare a letto e a come continuare a farlo abbattendo il rischio.
Vi apettiamo.
Sandro Mattioli Plus aps
*GBMSM: Gay, Bisex, Maschi che fanno Sesso con Maschi