A Positive Journey è un progetto sulla salute sessuale e HIV rivolto alla popolazione migrante e a chi si occupa del tema. Il progetto si rivolte a tutte le persone migranti ma ha un focus sulle persone LGBTQIA+.
Da tempo assistiamo a una crescita lenta ma costante dei casi di nuove diagnosi di HIV nelle persone migranti in Italia e anche la nostra regione non è da meno, soprattutto dopo la crisi covid. Mentre le nuove diagnosi hanno ripreso a scendere dopo la crisi, quelle fra i migranti crescono e siamo già al 33%, un terzo del totale.
Secondo i dati ufficiali della Regione Emilia-Romagna “le persone straniere con diagnosi di infezione da HIV sono sensibilmente più giovani rispetto agli italiani e prevalentemente di sesso femminile“.
L’incidenza fra le persone migranti presenta un andamento costantemente più alto rispetto a quello degli italiani, anche se la differenza si è ridotta nel tempo.
Il termine “migrante” è estremamente generico e molto spesso la nostra comunità LGBTQIA+ assorbe una parte di quelle persone, una parte solitamente sotto rappresentata in entrambe le comunità, quando non discriminata.
Per cui abbiamo deciso di intervenire e organizzare un corso di formazione realizzato da Plus e IAM , che si occupa proprio di intersezionalità, per provare a fornire strumenti sia chi vive quotidianamente lo stigma perché migrante e magari anche omosessuale, trans, non binary, ecc. sul tema dei diritti, della salute sessuale, di HIV.
Porteremo le voci delle direttə interessatə sia quella di esperti e esperte (avvocati, assistenti sociali, attivistə), nonché dei servizi che sono già in essere e fruibili.
Il corso di formazione si terrà nei giorni:
13 dicembre 2025 09,30-18 14 dicembre 2025 09,30-18,15 presso CLUB 11:11via Galliera 40 Bologna.
Il corso è gratis con iscrizione obbligatoria, possibilmente entro il 10 dicembre, via mail a segreteria@plus-aps.it; è stato reso possibile grazie a un contributo non condizionato di Gilead Science.
Ma non è tutto qua. In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro HIV/AIDS, 1 dicembre 2025, esce una iniziativa correlata a A Positive Journey: take control, get tested che ha lo scopo di invitare tutte le persone migranti a prendere il controllo della propria salute e a prenotare un test di screening a risposta rapida per HIV presso il nostro BLQ Checkpoint.
Abbiamo tradotto lo slogan in tante lingue, trova la tua nella galleria qui sotto.
In occasione della Giornata Mondiale per lotta contro l’AIDS (WAD), ho pensato di riprendere la dichiarazione di UNAIDS. Superare le interruzioni (dei fondi), trasformare la risposta all’AIDS.
Per UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di HIV/AIDS, il tema della Giornata Mondiale per la Lotta contro HIV sarà un’occasione per evidenziare l’impatto causato dai tagli ai finanziamenti globali nella lotta contro HIV, nonché per mostrare la capacità di resilienza delle comunità che si impegnano per proteggere i progressi ottenuti nella risposta a HIV.
La crisi finanziaria di quest’anno minaccia di vanificare anni di progressi: i servizi di prevenzione contro HIV sono gravemente minacciati, i servizi gestiti dalle comunità maggiormente colpite sono gravemente compromessi. I servizi community-based, vitali per raggiungere le popolazioni emarginate, stanno perdendo priorità, mentre l’aumento delle leggi punitive che criminalizzano le relazioni omosessuali, l’identità di genere e l’uso di sostanze sta amplificando la crisi, rendendo inaccessibili i servizi per l’HIV.
La risposta globale all’AIDS è stata sconvolta negli ultimi mesi e siamo ancora lontani dal raggiungere l’obiettivo di porre fine almeno all’AIDS entro il 2030. Anzi, se i fondi tagliati dagli Stati Uniti non verranno rimpiazzati da altre fonti, UNAIDS prevede oltre 4 milioni di morti per AIDS entro il 2029.
Quindi non solo l’AIDS non è ancora stato debellato ma, dato il contesto attuale, se vogliamo mantenere i risultati fin qui ottenuti serve un approccio diverso. Gli Stati devono apportare cambiamenti radicali alla programmazione e ai finanziamenti per la lotta contro HIV. La risposta globale all’HIV non può basarsi solo sulle risorse nazionali, ossia il classico ognun per sé (o l’America agli americani se preferite). La comunità internazionale deve unirsi per colmare il divario finanziario, sostenere i paesi a colmare le lacune rimanenti nei servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV, rimuovere le barriere legali e sociali e responsabilizzare le comunità affinché possano indicare la strada da seguire.
La leadership politica è fondamentale per promuovere politiche che affrontino le disuguaglianze strutturali e proteggano le popolazioni vulnerabili. Sono necessari profondi cambiamenti per migliorare l’accesso ai servizi per l’HIV, eliminare definitivamente lo stigma e la discriminazione, garantire la tutela dei diritti di donne e delle persone LGBTQ+, che continuano a incontrare barriere sproporzionate nell’accesso all’assistenza sanitaria.
In particolare, il documento di UNAIDS si sofferma proprio sugli interventi dal basso, guidati dalle comunità maggiormente colpite e sulle conseguenze rovinose che questi tagli stanno avendo proprio su questi servizi che dipendono quasi interamente dall’assistenza esterna (89%). Le organizzazioni guidate dalle comunità di uomini gay e di altri MSM in Kenya, Mozambico e Vietnam sono state costrette dall’interruzione dei finanziamenti dei donatori a ridurre il personale, con licenziamenti che vanno da un terzo del personale organizzativo a quasi tutto il personale clinico (A. Spieldenner, MPACT, 8 ottobre 2025). Oltre il 60% delle organizzazioni per l’HIV guidate da donne ha perso finanziamenti o è stato costretto a sospendere programmi essenziali, lasciando intere comunità senza accesso a servizi vitali. Queste comunità locali erogano servizi di prevenzione, test, assistenza e trattamento dell’HIV; interventi di protezione sociale e sostegno economico, il rafforzamento dei sistemi e l’attivazione di facilitatori sociali, la prevenzione e la risposta alla violenza di genere. Un terribile articolo di The Indipendent ci da conto della situazione in Senegal e dei primi morti causati dai tagli di Trump a cui faranno presto seguito quelli decisi dal Regno Unito.
Fatti i dovuti distinguo, a ben vedere dalle nostre parti la situazione va nella medesima direzione. Certo, noi viviamo in un Paese del G20, non a basso reddito ma ricco, industrializzato. Noi di Plus viviamo in una delle regioni più ricche del Paese. Ma al primo accenno di crisi è il bilancio della sanità quello che riceve i colpi più duri e la prevenzione è sempre la cosa su cui i tagli sono assicurati.
Come tutti, spero, sappiamo per HIV non c’è alcuna cura né vaccino. La prevenzione è la nostra unica arma ed è proprio su questa che si prevedono tagli consistenti. Un esempio per tutti è la PrEP (profilassi pre-esposizione) ossia la pillola che previene HIV. In Italia l’autorizzazione al commercio della pillola è arrivata solo nel 2018 e solo per chi se la poteva permettere (e ho anche dovuto ascoltare i commenti di influenti clinici così come della comunità LGBT, quali se hanno i soldi per le droghe si posso comprare anche la PrEP, se i gay vogliono fare sesso senza condom che paghino, ecc.), pensate che FDA negli USA ha autorizzato la PrEP nel luglio 2012. Finalmente, alla fine del 2023 AIFA approva la rimborsabilità della PrEP a cura del Sistema sanitario nazionale, ma con una serie di ostacoli che gli utenti dovranno superare, se proprio vogliono la PrEP. In Italia per avere il farmaco devi chiedere una visita a un infettivologo – spesso passando prima dal medico di base per l’impegnativa – l’unico che la può prescrivere (del resto è giusto che il potere resti chiuso dentro le sacre stanze delle malattie infettive). Si tratta di una visita specialistica per la quale l’utente dovrà prendere un permesso dal lavoro e in qualche regione c’è il ticket da pagare. Lo specialista prescrive si la PrEP ma a fronte di una batteria di test sui quali spesso grava un ticket, HIV a parte, e per i quali è previsto un altro permesso sul lavoro. Da ultimo il farmaco è erogabile gratuitamente solo nelle farmacie ospedaliere che, ovviamente, sono poche e hanno un orario di lavoro ben più limitato rispetto alle farmacie private… e forse ci va pure un altro permesso. Non sia mai che le oltre 18.000 farmacie private diano una mano nella lotta contro HIV. Poi ci sono le peculiarità locali. Due ragazzi utenti PrEP dell’ospedale di Ferrara ci informano che nel centro clinico è previsto un prelievo ematico in un ambulatorio, i tamponi per le IST batteriche in un altro ambulatorio in un altro giorno, poi c’è la visita e la fila in farmacia. In sintesi 3 permessi sul lavoro per la PrEP. Mi chiedo se la Direzione è al corrente che pressoché lavoratore dipendente può prendere un simile numero di permessi sanitari.
In questo quadro non c’è da stupirsi se qualcuno inizia ad arrangiarsi. La PrEP fai da te o PrEP Sauvage, come la chiamavano i francesi (che questi problemi li hanno avuti molto prima di noi ma perché informarsi su come li hanno risolti), sta prendendo piede. Secondo i nostri dati le persone in PrEP ma non seguite da un centro clinico sono passate dal 10% nel 2023 al 18% nel 2025.
Anche il nostro centro, il PrEP Point, sta subendo le ripercussioni date dalla volontà disinvestire da parte di alcune imprese ma, qualche è peggio, dalla volontà di tagliare da parte dell’amministrazione pubblica centrale e locale. Tagli che saranno una sciagura per la lotta contro HIV in un Paese dove le diagnosi tardive, ossia le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono in AIDS o prossimi a diventarlo, si aggira sul 60% dei casi. Soprattutto se pensiamo che un mese di terapia PrEP costa circa 12€ mentre un mese di terapia antiretrovirale per chi contrae HIV ne costa circa 600 e deve essere fatta per tutta la vita, al contrario della PrEP che può essere on demand o interrotta quando si vuole.
Già con questi semplici “conti della serva” vedete bene quanto sia folle tagliare sulla prevenzione. Lo è soprattutto considerando i dati molto buoni dell’area vasta di Bologna dove le diagnosi tardive sono quasi la metà di quelle degli altri capoluoghi di provincia. Segno che i servizi community-based come il PrEP Point e il BLQ Checkpoint sono in grado di dare una mano consistente alla lotta contro HIV nonostante la cronica mancanza di fondi.
Naturalmente mi riferisco alla PrEP orale, in pillole. In effetti esiste anche una PrEP iniettiva bimestrale che è stata messa all’indice da molti clinici per vari motivi nonché per il fatto che non se ne conosce ancora il prezzo e, a quanto ci risulta, non lo si conoscerà mai perché AIFA e l’azienda produttrice non sembrano intenzionate a trovare un accordo sul costo a carico del SSN. Inoltre, ci sarebbe anche un altro farmaco per la PrEP sempre iniettivo, della durata di sei mesi, ma che, secondo voci di corridoio, potrebbe non essere lanciato in Italia è facile immaginare che la situazione economica impantanata e una buona dose di pregiudizi, avranno un peso in questa eventuale decisione. Sembra quasi che il nostro Paese non sia poi così interessato a dare una spallata definitiva a un’infezione come HIV e che le 2.300 nuove diagnosi annunciate per il 2024 potrebbero essere in costo accettabile, dopo tutto sono 2300 froci, migranti, sex worker almeno nella mentalità generale, dunque perché spendere soldi per prevenire. Rifacciamo i conti della serva. Secondo i dati del COA (Centro Operativo AIDS) dell’Istituto Superiore di Sanità, sono circa 150.000 persone con HIV in Italia. Ognuna di esse, ogni mese costa circa 90 milioni di euro allo Stato solo per la terapia antiretrovirale che queste persone devono fare per tutta la vita. A questo si sommano i costi per le co-patologie, il personale sanitario, le analisi, oltre ai costi sociali correlati. In un anno è oltre un miliardo di euro.
Ulteriori tagli porteranno a un incremento delle nuove diagnosi e a un aumento consistente dei costi sanitari e sociali. Forse investine in prevenzione e quindi in PrEP, preservativo e nella PEP (profilassi post esposizione) potrebbe portare a risparmi consistenti.
In questa Giornata mondiale contro l’AIDS, unitevi a noi nel chiedere una leadership politica seria che spinga verso la cooperazione internazionale, che non tagli la prevenzione ma le spese sugli armamenti semmai, e che preveda approcci incentrati sui diritti umani per porre fine all’AIDS entro il 2030.
Colpito dall’onda lunga di Trump e dal disinteresse delle istituzioni locali, il PrEP Point di Plus APS rischia di chiudere.
In un contesto globale e nazionale che ha visto un generale disinvestimento nel contrasto all’HIV, eccellenze italiane come Plus APS si scontrano con una drastica riduzione dei fondi privati, da cui dipende la loro esistenza. Le istituzioni locali non solo non stanno fornendo alcun supporto concreto per garantire la sopravvivenza di un presidio territoriale che si è dimostrato cruciale nella prevenzione dell’HIV, ma sembrano andare verso una progressiva restrizione dell’accesso ai servizi di sanità pubblica. Un trend tutt’altro che in linea con le politiche di una regione storicamente di sinistra.
Di fronte a questo scenario, PLUS APS, con il supporto di Rivolta Pride, convoca un presidio pubblico: martedì 18 novembre 2025, alle ore 11:00, a Bologna – Viale Aldo Moro 50, davanti alla sede dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna.
Tra le rivendicazioni portate in presidio, la più urgente è la richiesta di supporto immediato per il PrEP Point, a rischio chiusura per mancanza fondi. Plus APS da anni chiede alla Regione Emilia-Romagna un riconoscimento istituzionale, politico ed economico del lavoro svolto come PrEP Point. A oggi, nonostante le interlocuzioni e gli appelli, tutto è rimasto silente. L’inerzia della Regione stride con la realtà dei fatti: mentre l’unico servizio pubblico di riferimento, quello dell’Ospedale S. Orsola, conta circa 600 persone in PrEP e ha liste d’attesa fino a marzo 2026, il PrEP Point di Plus segue circa 175 utenti, coprendo a proprie spese circa il 30% dell’utenza complessiva del territorio bolognese, per tacere del fatto che grazie al metodo d’intervento community based, il PrEP Point riesce a seguire anche persone che vivono in altre città della regione e che, verosimilmente, senza di noi non andrebbero in ospedale.
La profilassi pre-esposizione (PrEP) è uno strumento fondamentale nel contrasto all’HIV. La chiusura del PrEP Point sarebbe un passo indietro gravissimo per la sanità della Regione.
Chiediamo alla Regione di assumersi le proprie responsabilità e di garantire:
Il riconoscimento politico, normativo ed economico del PrEP Point e dei centri di comunità
La piena integrazione di tali servizi nel sistema sanitario regionale
La continuità e l’accessibilità universale ai farmaci di prevenzione, inclusa la PrEP
La concreta attuazione del protocollo Fast Track Cities siglato a Bologna nel 2022.
Nel luglio del 2012 FDA, ente di controllo dei farmaci negli USA, approvò l’utilizzo della PrEP ossia la profilassi pre-esposizione la pillola che previene HIV. Una pillola al giorno o al bisogno e il contagio non avviene. Uno strumento incredibile per dare una spallata ad HIV, alle nuove diagnosi, alle diagnosi tardive che in Emilia-Romagna stazionano al 60%.
Noi di Plus abbiamo incominciato a diffondere la notizia, a interessare la gente e, soprattutto i medici, alla PrEP. Nel 2013 e nel 2015 abbiamo presentato due ricerche. Nel 2017 uno studio regionale, all’inizio del 2017 abbiamo attivato un sito internet con tutte le info del caso. Finalmente AIFA a fine 2017 approva anche in Italia l’utilizzo del farmaco per la PrEP.
È un disastro.
Il farmaco si vende a pagamento, 60€ per 30 pillole e, ovviamente, inizia il “mercato nero”. La PrEP si acquista online (anche se illegale), c’è chi va in India (dove si fabbrica il farmaco generico) e la compra li a prezzi più bassi. Pochissimi farmacisti sono informati e i più mandano i pazienti in farmaci ospedaliera con buona pace delle indicazioni di AIFA per la vendibilità nelle farmacie private. La maggior parte dei pochi utenti PrEP è disorientata e gli attivisti di Plus passano le giornate a spiegare come ovviare alla situazione, arriveremo a dare ai pazienti il codice del farmaco generico per avere una possibilità in più di ottenere la terapia in farmacia. Solo lo specialista in infettivologia può prescriverla, alcune Regioni (per fortuna non la nostra) applicano ticket su queste visite e sui test di controllo, rendendo la PrEP ancora più di classe.
Marzo 2018 apriamo il primo servizio italiano community-based sulla PrEP, il PrEP Point. Grazie all’aiuto del dott. Badia, infettivologo al S. Orsola, riusciamo a proporre la PrEP alle persone MsM e trans ad alto rischio di contagio da HIV, in un luogo accogliente, con counsellor fra pari.
Iniziamo col botto 70 richieste, poi 100, 150, 190.
Facciamo test per HIV, HCV, HbsAg, sifilide, CT, NG, creatinina, in linea con le linee guida nazionali, combattendo contro l’atteggiamento di sufficienza di buona parte del sistema sanitario. Solo quando in Commissione Regionale AIDS qualcuno fa presente che l’area vasta di Bologna è l’unica che ha un livello di diagnosi tardive dimezzato rispetto al resto dei capoluoghi di provincia, qualcuno si accorge di noi.
Il PrEP Point non riceve altri fondi se non da quelli che dovrebbero essere il male assoluto: big Pharma. Nessun altro, nessun ente pubblico, non il Comune che, del resto, non ha mai fondi a bilancio per queste cose, non Azienda sanitaria; in effetti abbiamo iniziato senza un supporto normativo, senza una convenzione, senza un supporto economico da parte della Regione.
Forse abbiamo sbagliato.
Forse avremmo dovuto aspettare e far capire alla sanità regionale che il metodo community-based applicato alla PrEP salva delle vite. E forse spiegarlo anche a quella parte di clinici, infermieri, farmacisti che pensano che siano soldi buttati, che c’è il condom che costa meno, o che, dopo tutto siamo noi froci i problema. Ma, dopo 6 anni di attesa del farmaco in Italia, aspettare ancora avrebbe significato altre diagnosi di HIV. Guardare negli occhi quei ragazzi, dire loro che ci sono due barrette rosse, che il test è reattivo quando in realtà abbiamo uno strumento per limitare se non fermare tutto.
Anche no.
Non penso che abbiamo sbagliato. Abbiamo osato. Un’avventura che siamo stati in grado di portare avanti senza gravare sul sistema sanitario. Avanti nonostante gli ostacoli che AIFA prima e la Regione dopo stanno ponendo alla diffusione di questo efficace strumento di prevenzione.
Quest’anno la raccolta fondi di Plus è andata male.
ViiV ci ha negato i fondi, Gilead ci ha dato una mano ma purtroppo meno degli anni precedenti, enti e fondazioni, chiesa Valdese, ecc. non pervenute. Facciamo del nostro meglio per continuare, ma stiamo per mandare in bancarotta l’associazione. Gli utenti ci sono vicini, in diversi hanno cercato di contribuire, ma non è un servizio che può gravare così tanto sui pazienti, non siamo negli USA dopo tutto e abbiamo lottato perché la pillola che previene HIV non fosse una terapia di classe ma di tutti coloro che ne hanno necessità. Tuttavia ad oggi ancora non abbiamo un qualunque appoggio normativo regionale di riferimento, non abbiamo una convenzione, né dei fondi pubblici che possano almeno tenerci a galla in casi come questo.
Sheena McCormack (la “mamma” della PrEP in UK) supporta la nostra protesta
La sanità regionale, in particolare i tecnici, ha uno sguardo burocratico e prevenuto, si insomma remano contro, non fanno girare le informazioni e la politica si è insediata da poco e da l’impressione di non avere le idee chiare ipotesi supportata dal fatto che anche gli ambulatori PrEP dei maggiori centri clinici sono al collasso per ragioni economiche. Ragioni comprensibili ovviamente stante il brutto momento del bilancio regionale, ma io vi chiedo: cosa è meglio? Investire in un programma che funziona, in un farmaco che costa 12€ a scatola, o rischiare di aumentare le nuove diagnosi (che stavano finalmente scendendo) e spendere in media 500€ al mese? L’assemblea dell’associazione ha deciso di continuare, di fatto abbiamo dovuto peggiorare il servizio erogando test di controllo per le batteriche a 6 mesi, mentre prima era ogni 3 mesi e già così oltre il 3% del campione riceveva una diagnosi di IST in un altro centro/ambulatorio.
Se nemmeno una Regione storicamente di sinistra capisce che la prevenzione è un investimento per un futuro migliore, allora siamo veramente nei guai.
Ultima giornata della Conferenza EACS. Ho pensato che potrebbero essere interessanti le ultime sessioni che hanno trattato temi “caldi”, almeno per noi in Italia
DoxyPEP e vaccino contro gonorrea
Chemsex
Aumento di peso a causa dei farmaci ARV
La sessione principale dell’ultima giornata comprende i lavori scelti dai presidenti per essere presentati in pubblico.
Lo studio “Doxycycline postexposure prophylaxis and the 4-component meningococcal B vaccine among persons living with HIV at high risk for bacterial sexually transmitted infections in Switzerland” già dal titolo porta con sé un certo interesse perché è uno dei pochi studi sulla prevenzione delle infezioni batteriche su persone con HIV.
Dal razionale esposto, lo studio della coorte svizzera si propone di fare un po’ di chiarezza rispetto ai dati contraddittori che circolano nell’ambiente. Lo studio è disegnato come osservazionale multicentrico su una popolazione MSM e TGW con HIV e che
Hanno rapporti sessuali senza condom con partner occasionali e/o
Hanno avuto almeno 1 diagnosi di IST negli ultimi 3 anni e
Hanno dato il consenso all’utilizzo off-label della doxiciclina e del vaccino contro il meningococco B (4CMenB)
Lo studio, di durata triennale, ha come endpoint l’incidenza della IST batteriche. Questa prima relazione espone un’analisi ad interim del periodo che va dal 30 novembre 2023 al 30 giugno 2025.
Rispetto alle caratteristiche demografiche il campione è costituito principalmente da uomini bianchi (83,8%), con un’età mediana di 49 anni, con in media 4 partner occasionali negli ultimi 3 mesi, una media di 277 giorni dall’ultima IST e 1 IST in media prima dell’inizio dello studio.
Gl utenti in doxyPEP sono 266, quelli che con doxy + vaccino contro il meningococco B 114.
I risultati per gli utenti in doxy sono interessanti:
totale casi di IST in generale prima dell’inizio dello studio 407, dopo lo studio 79 (p<0.001)
totale casi clamidia prima 152, dopo 17 (p<0.001)
totale casi gonorrea prima 141, dopo 48 (p≥ 0.05)
totale casi sifilide prima 114, dopo 14 (p<0.001)
Per quanto riguarda i 144 utenti in doxy+4CMenB i risultati ovviamente solo su gonorrea, sono
prima dello studio 76 casi, dopo 11 (p≥0.05)
Le conclusioni almeno per quanto riguarda questa analisi ad interim sono piuttosto evidenti:
l’uso di doxyPEP nelle persone con HIV ad alto rischio di per le IST batteriche porta ad un calo significativo dei casi clamidia e sifilide.
Non ci sono effetti significativi della doxyPEP o del vaccino contro il meningococco B sull’incidenza di gonorrea.
Il secondo studio dal titolo “Chemsex, novel chemsex substances, associated risks for STIs, and an extended PrEP cascade among HIV-negative MSM, trans* individuals in 20 European countries: A latent class analysis” è interessante appunto perché ha effettuato una ricerca su MSM e persone trans in 20 stati europei.
Dal punto di vista del metodo, lo studio ha coinvolto 14.652 MSM HIV-negativi (per cui non so quel “trans” nel titolo a che serva!) provenienti da 20 paesi europei hanno completato un’indagine trasversale (PROTECT) tra ottobre 2023 e aprile 2024. È stata utilizzata l’analisi delle classi latenti (LCA) per raggruppare l’uso di sostanze a sfondo sessuale. Inoltre, sono state studiate le IST auto-riferite dai partecipanti nei sei mesi precedenti e le cascate della PrEP (assunzione di PrEP orale, aderenza, interruzione, intenzione di LAI-PrEP), con regressione logistica a coppie per confrontare l’intenzione di LAI-PrEP, aggiustando per l’uso attuale di PrEP orale.
Come forse avete notato c’è una curiosa “riclassificazione” delle sostanze in tradizionali (metanfetamine, GBL, ketamina, cocaina e mefedrone) e “nuovo chemsex” dove, alle sostanze tradizionali, si aggiungono i catinoni sintetici.
Una nota “buffa”: come vedete dall’immagine la cannabis è molto popolazione in tutti gli stati mentre in Italia molto meno… mah!
Altra cosa curiosa è la terminologia utilizzata da questo ricercatore olandese che ha inventato il termine “bottom shorties” che sta a indicare le sostanze utilizzate per agevolare la penetrazione anale e/o una maggiore disinibizione, con un effetto della sostanza relativamente più breve.
I gruppi di consumatori sono stati definiti sulla base delle dichiarazioni dei consumatori stessi, per cui abbiamo quelli dell’uso moderato o i giovani con uso moderato che sono in realtà i protagonisti della ricerca perché i risultati ci danno un’idea di uso tutt’altro che moderato soprattutto per quanto riguarda cannabis, cocaina, GHB/GBL e popper.
La associazione fra gruppi e contagio da IST è un po’ complicata, tuttavia mi sembra di capire che il gruppo che sua sostanze “nuove”, quindi con l’aggiunta dei catinoni, ha un’incidenza di gonorrea, clamidia e sifilide più alta rispetto a chi usa sostanze tradizionali.
I giovani con uso sedicente moderato preferiscono i catinoni, sembrano avere un peggiore assorbimento di PrEP orale, un’aderenza non ottimale alta e un elevato tasso di interruzione della PrEP orale ma un alto interesse per la PrEP long acting.
Una analisi che trova qualche riscontro anche nei nostri dati e che mi porta a riflettere se l’età non possa essere un elemento da considerare per un passaggio ai long acting, un tipo di trattamento che suscita interesse.
Un altro studio interessante è l’ACTG A 5391 dal titolo “Metabolic and Body Composition Outcomes at 48 Weeks among People with HIV and Obesity on Integrase Inhibitors and Tenofovir Alafenamide Switching to Doravirine with or without Tenofovir Disoproxil Fumarate: ACTG A5391 (the DO-IT Trial)”.
Uno degli effetti collaterali più frequenti degli inibitori dell’integrasi (INSTI) è l’aumento di peso. Può sembrare una cosa da poco ma questo effetto ne porta altri come diabete, problemi cardiovascolari, ecc. Lo studio è statunitense, giustamente, ha randomizzato 145 persone HIV+ obese (BMI >30kg/m2) e con insulino-resistenza, in terapia stabile con un INSTI+TAF, a passare a una terapia con doravirina+TAF+emtricitabina (FTC) o a continuare con l’attuale regime. A 48 settimane non ci sono stati risultati significativi in nessuno dei parametri fisici che indicano l’obesità con o senza la sostituzione di TAF con il vecchio TDF (tenofovir disoproxil fumarato).
Lo stesso relatore ci segnala un paio di limiti dello studio ossia che hanno arruolato solo persone negli USA per cui i dati potrebbero non essere generalizzabili, inoltre il disegno dello studio in forma open-label potrebbe aver influenzato i pazienti, per tacere del fatto che i dati potrebbero non essere applicabili a chi ha un BMI <30Kg/m2. Provo a incollare la tabella con il grafico dei risultati per chi si diletta di statistica.
Vabbè… speravo tanto nella doravirina ma temo che dovrò fare ginnastica.
Da ultimo 2 parole sullo studio di fase 2 (quindi non abbiate fretta) su una composizione di Islatravir e Lenacapavir come terapia contro HIV 1 volta a settimana.
Fase due vuol dire che si è concentrato sul mantenimento della soppressione virologica ossia descrive l’efficacia e la sicurezza e la descrive bene perché alla 48esima settimana il 94,2% dei pazienti ha mantenuto la carica virale non rilevabile. Non ci sono eventi avversi importanti (2 hanno fatto registrare che hanno la bocca secca…) battute a parte sembra ben tollerato. È un po’ presto ancora per trarre conclusioni ma sembra che questa combinazione di molecole abbia buone potenzialità per diventare la prima LA orale settimanale per persone con HIV.
Sarei disposto a scommettere che se mai arriverà in Italia, la metteranno in scatole da due pillole.
Questa conferenza si conferma nel suo ruolo sostanzialmente divulgativo, i risultati “grossi” vengono presentati al CROI o alle conferenze mondiali, ma comunque è utile. C’è stata una buona presenza di medici italiani, anche con studi interessanti che, in qualche caso, hanno fatto rosicare gli altri… tié. Se proprio vogliamo essere pignoli poteva essere organizzata con maggiore attenzione ai dettagli: la well-being lounge (equivalente delle positive lounge della IAS, ossia uno spazio tranquillo per le persone con HIV) ricavata in uno spazio di passaggio con tanto di filodiffusione delle sessioni è stato un esempio di ad minchiam fecit spettacolare.
Con questo report vorrei provare a fare il punto sulla situazione di HIV. Sappiamo tutti, credo, che troppa gente pensa che HIV sia “over”, un problema risolto che alla peggio riguarda “gli africani e i gay” (risposta a survey, studente Alma Mater Bologna).
Vediamo se è vero attraverso i dati raccolti da ECDC – il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie – che ha la responsabilità di rafforzare le difese dei Paesi membri dell’UE contro le malattie infettive.
Mi baserò sugli obiettivi di UNaids, il programma dell’ONU per la lotta contro l’Aids, i famosi tre 95 ossia il 95% delle persone con HIV diagnosticate, il 95% delle persone con HIV diagnosticate poste in terapia, il 95% delle persone con HIV in terapia con carica virale non rilevabile. Con un po’ di acume qualcuno ha capito che questi obiettivi erano un po’ utopici senza un quarto 95, ossia il 95% delle persone con HIV con una buona qualità della vita correlata alla salute.
ECDC ci dice che come obiettivo complessivo siamo all’86%. Tenete presente che l’area controllata non è solo l’UE ma l’Europa secondo il concetto di OMS che, per ragioni che preferisco ignorare, comprende tutto il Continente europeo più l’Asia centrale.
In questo quadro geografico sono 10 i Paesi che hanno raggiunto il primo 95 (fra cui UK, Monaco, Svezia, Azerbaijan). 15 sono i Paese che sono li li, manca un 5% per raggiungere gli obiettivi (fra questi l’Italia). 21 i Paese ai quali manca più del 5%.
Nell’Europa occidentale (fra cui l’Italia per ragioni che ignoro) in media il 94% delle persone con HIV conoscono il loro stato sierologico. Il dato scende all’88% in Europa centrale e all’80% nell’Europa orientale.
Le diagnosi tardive (LP), ossia persone che ricevono la diagnosi con un numero di CD4 <350, sono ancora un problema consistente nel territorio definito dall’OMS. La cosa che mi ha stupito è che i dati dell’ECDC mostrano percentuali importanti fra gli uomini eterosessuali che sfiorano il 60% dei casi di LP, le donne sono stimate intorno al 48% delle LP, le persone trans intorno al 40%. I maschi omosessuali superano il 40%.
Secondo 95 ossia il 95% degli HIV+ posti in terapia. Obiettivo relativamente più semplice del primo. Tuttavia 19 sono i Paesi che hanno raggiunto il target, 7 quelli a cui manca un 5% (fra questi l’Italia), 20 i Paesi a cui manca più del 5% per arrivare all’obiettivo fra cui la Lituania che si ferma al 52%. Nel primo gruppo ci sono praticamente tutti i Paesi dell’UE, mentre l’Italia è nel secondo insieme a diversi Paesi dell’Asia centrale che, suppongo, non siano nel G7 e abbiano disponibilità economiche non paragonabili alle nostre.
Secondo UNaids a livello globale il 77% delle persone con HIV è in terapia. Secondo ECDC in Europa lo sono il 71%.
Terzo 95 ossia HIV non rilevabile. Obiettivo raggiunto per 24 Paesi, l’Italia è fra quei 6 a cui manca un 5% in compagnia di diversi Stati dell’Europa meridionale inclusi Grecia e Spagna. 9 i Paesi a cui manca più del 5%, fra cui l’Armenia che si ferma al 69%.
Come percorso per arrivare ai tre 95 entro il 2030, l’obiettivo per il 2025 era l’86%. Obiettivo raggiunto per quest’anno da 14 Paesi. L’Italia, indovinate un po’, è fra i 3 Paesi a cui manca un 5% per raggiungere il target.
Per dare strumenti di valutazione del quarto target, UNaids ha dato alcuni spunti per esempio che meno del 10% delle persone con HIV dichiari di aver subito discriminazioni. Secondo ECDC il 30% delle persone con HIV non l’ha detto in famiglia, il 19% non l’ha detto agli amici, il 22% non l’ha detto ai partner abituali. Sempre secondo i dati di ECDC, oltre un quarto del campione evita i servizi sanitari perché teme di essere trattato diversamente, del resto il 54% del campione ha subito un atteggiamento discriminatorio in ambito sanitario, il 23% nell’anno.
Tutto ciò ci dice che la paura di essere discriminati è ancora molto alta nelle nostre zone.
Restando in ambito sanitario, ECDC ha ideato uno studio teso a misurare la portata di questo atteggiamento discriminatorio. I risultati sono imbarazzanti:
il 39% di chi lavora in sanità non sa cosa sia U=U, il 44% non è a conoscenza della PEP, il 59% ha un’idea vaga della PrEP.
Alla domanda “la maggioranza delle persone con HIV ha avuto molti partner sessuali” il 12% degli operatori sanitari si è detta d’accordo, il 25% non sa.
Alla domanda “le persone contraggono l’HIV perché adottano comportamenti irresponsabili” il 22% si detto d’accordo e il 25% non sa. E ancora:
il 18% degli operatori sanitari ha somministrato un trattamento sanitario più scadente alle persone con HIV; il 19% ha rivelato lo stato sierologico ad altri senza il consenso del paziente, il 22% si dice riluttante a prendersi cura delle persone con HIV e il 32% ha detto o ha avuto comportamenti stigmatizzanti.
Il risultato di questo bel quadretto è che sono quasinessuno degli obiettivi UNaids sarà raggiunto in Europa.
Vi rimando alla tabella nella foto per le specifiche.
Il relatore di ECDC nelle conclusioni ci dice che non è tutto così tragico:
Diversi Paesi hanno fatto grandi passi in avanti in molte delle aree dei target;
L’Europa Occidentale ha raggiunto molti obiettivi o è vicina a farlo;
Vanno riconosciute le innovazioni messe in campo, i servizi con i quali si raggiungono le comunità più esposte, i test integrati e gli elevati standard nelle opzioni di trattamento;
Tuttavia si deve anche riconoscere l’iniquità dilagante nella fornitura di questi stessi servizi in tutta la regione europea.
In chiusura accenno alla sessione “HIV Prevention: Current modalities and Future Horizons” che ha visto la presenza di ben 3 relazioni italiane su 5, tutte di sperimentazioni avanzate sulla PrEP.
Due di queste hanno descritto i dati preliminari degli studi pilota sulla PrEP LAI con Cabotegravir. Quella che in Emilia-Romagna non stato possibile fare perché i medici si sono messi di traverso con il pretesto che non si sa ancora il prezzo del farmaco… e il BLQ Checkpoint ha dovuto rispedire a Roma le fiale di PrEP facendo quella che non esito a chiamare una figura di merda con l’Istituto Spallanzani. Meglio che la chiuda qua.
Due parole invece vorrei spenderle sulla presentazione di Lella Cosmaro di LILA Milano sulla Tele PrEP, ossia l’utilizzo del un programma online per l’erogazione di servizi PrEP a distanza.
Come è facile immaginare il razionale del programma affonda le radici sulla difficoltà di accesso alla PrEP in Italia. Partito nel 2023, il programma è ancora operativo e lo sarà almeno fino a fine 2026.
Il programma è gestito da operatori della community e da infettivologi, così che le persone possono ricevere sia un counselling che un supporto medico. Un database registra i dati demografici e di comportamento, monitora le attività di Teleprep e invia promemoria per i follow up. Le persone che vivono vicino ad ambulatori PrEP vengono indirizzate li per beneficiare del farmaco rimborsato dal SSN.
434 sono le persone che hanno contattato TelePrEP fra febbraio 2023 e aprile 2025 per informazioni preliminari; 93 sono state indirizzate a servizi PrEP vicino a casa mentre 154 hanno scelto di non procedere oltre dopo il primo contatto.
187 sono stati arruolati nel progetto, 72 sono ancora seguiti direttamente. Ad oggi non ci sono stati fallimenti terapeutici.
Al momento è l’unico progetto del genere in Italia, forse potrebbe essere interessante adattarlo alla nostra situazione ma direi più a livello di centri clinici regionali che solo per la città di Bologna.
La 20esima Conferenza Europea AIDS è iniziata sotto il segno dei problemi tecnici. La struttura che ci ospita, Il Palais des Congrès a Parigi, si pensava che fosse adeguata e abituata a un flusso consistente di persone. In realtà abbiamo visto una inaugurazione quasi completamente senza slide e oggi, primo giorno effettivo di congresso, permane la difficoltà. Stamattina il primo relatore ha dovuto concludere la presentazione a memoria perché non c’è stato modo di trasmettere le ultime due slide, fra cui le conclusioni.
Ma, al di là degli aspetti tecnologici che sono in sé fragili, anche i locali sono palesemente inadeguati ad accogliere tutti i partecipanti. E così ci ammucchiamo davanti ai pochi distributori di acqua, ai pochi bar, ecc. Senza contare che Parigi, per quanto sempre affascinante, non è certo l’ideale dal punto di vista economico. Molti attivisti hanno trovato posto per dormire a 1 ora di metro per non vendere un rene.
Ad ogni modo siamo qui, EACS è sempre un’esperienza interessante e, dopo tutto, Parigi val bene una messa come disse Enrico di Navarra rovinandosi la reputazione.
Anche EACS si è adeguata all’idea di non stampare i poster per gli abstract e a esporre monitor dove i partecipanti possono cercare quello che trovano interessante. Il risultato visibile è che ben pochi lo fanno e buona parte degli studi vengono ignorati, mentre nelle altre conferenze che utilizzano ancora le stampe (magari preferendo materiali riciclati), spesso le persone passeggiano fra le file di poster e gli studi vengono visti. Pazienza. Sicuramente ho incrociato molti ricercatori, soprattutto giovani, che si sono fatti i selfie davanti al monitor con il loro studio… e io ho fatto altrettanto anche se non sono giovane, tié. Questo sono io davanti al nostro eP439.
In generale vedo che aleggia uno spettro non buono su tutti i partecipanti alla conferenza: mancanza di fondi.
Gli istituti di ricerca si lamentano del crollo dei fondi federali USA, le associazioni i soldi non li hanno mai avuti per cui si lamentano da sempre, tuttavia mai come oggi siamo a rischio di sparire. Nel UK, per esempio, oltre 50 associazioni hanno chiuso i battenti e devo dire che anche in Italia la situazione non è buona.
Mi chiedo che senso abbia, da parte delle associazioni, partecipare al CTS se poi da Governo non arriva mai il becco di un quattrino e rischiamo di chiudere?
L’inaugurazione si è dipanata fra discorsi di benvenuto e di circostanza. Alla fine della fiera la parte più interessante è stata la sorpresa finale ossia lo spettacolo offerto da 3 meravigliose drag queen che hanno riempito il palcoscenico con energia e voglia di fare, per chiudere con un breve ma efficace discorso sull’esclusione di alcune fasce di popolazione dalla prevenzione di HIV. Quindi passiamo direttamente alle successive plenarie. La prima “Are we prepared for pandemics?” è già tutto un programma. Il relatore, dott. Yazdanpanah direttore dell’agenzia nazionale delle ricerche per le malattie infettive emergenti, si chiede se cinque anni dopo la pandemia di COVID-19 e l’emergere dell’Mpox, abbiamo imparato qualcosa su come prepararci alle pandemie e se siamo pronti per la prossima? Il ragionamento prende le mosse da un’analisi della diffusione del virus West Nile che si sta rapidamente diffondendo nell’Europa meridionale mentre nel 2010 era pressoché assente (vedi foto). Quello che si vede è uno studio del ECDC. Secondo l’OMS sappiamo che circa 260 virus provenienti da 25 famiglie di virus sono in grado di contagiare gli esseri umani, ma si ritiene che oltre 1,6 milioni di specie virali ancora da scoprire provenienti da queste famiglie già siano presenti, come ospiti, in mammiferi e uccelli. Il panorama relativo ai rischi delle malattie infettive è cambiato negli ultimi vent’anni. Il cambiamento climatico, i cambiamenti demografici (urbanizzazione, crescita della popolazione, cambiamento dell’uso del suolo, migrazione, invecchiamento, variazione nei tassi di natalità) e i cambiamenti tecnologici a partire dai viaggi e dal commercio sempre più rapidi e economici che sono in grado di diffondere globalmente gli agenti patogeni, sicuramente influenzano tale cambiamento. Quali sono le nuove sfide che per le quali ci dobbiamo prepare? La prima, che a tutti è venuta in mente del resto, è la drastica riduzione dei finanziamenti del Governo degli USA ma anche i tagli, più moderati, da parte dei paese europei. Possiamo aggiungere le disuguaglianze sanitarie persistenti tra il Nord e il Sud del Mondo, la perdita di fiducia nel sistema multilaterale (sostituito da America First), così come l’atteggiamento anti-scientifico e il revisionismo scientifico. Il relatore si sofferma su quest’ultimo punto sottolineando come il silenzio istituzionale sia una pessima idea che ha portato a ignoranza sostenuta da dinamiche tossiche politiche e dai social-media. E’ necessario prendere più seriamente la comunicazione scientifica riconoscendo l’importanza di coinvolgere e imparare da educatori qualificati e anche dai leader delle comunità. Tutti abbiamo pensato ai dubbi che in molti hanno sui vaccini, sono privi di qualunque base scientifica ma si diffondono. Pertanto c’è un dovere da parte della comunità scientifica di sviluppare legami diversi, più stretti con la popolazione generale in modo meno paternalistico, bidirezionale su scienza, tecnologia e i loro prodotti, sottolineando certamente i benefici ma anche i loro limiti. Secondo il relatore sono cinque i pilastri fondamentali per lottare con successo contro le malattie infettive emergenti:
Prevenzione: fermare un’epidemia prima che si verifichi
Contenimento: eliminare la trasmissione della malattia da individui infetti a individui suscettibili dopo che è emersa una malattia
Servizi sanitari: salvare la vita delle persone malate e garantire la continuità di altri servizi sanitari, compresi quelli per la salute mentale
Equità: garantire che gli oneri economici e sociali siano condivisi tra la popolazione e che i gruppi o le persone vulnerabili siano protetti
Innovazione e diffusione: sviluppare, produrre e distribuire nuove terapie e vaccini in modo equo e efficiente.
La successiva lecture tenuta dalla dott.ssa Monica Ghandi, UCSF, è sulla terapia antiretrovirale (ART) e ha iniziato parlandoci della storia di HIV e di come è entrato nel corpo umano. Ormai tutti, o molti, sappiamo che Il 5 giugno 1981, Il CDC di Atlanta (Centers for Disease Control and Prevention), pubblicò un articolo sul suo Morbidity and Mortality Weekly Report, dove venivano descritti 5 casi di un rara infezione polmonare, PCP, in giovani gay di Los Angeles altrimenti sani. Ma per tracciare le vere origini molti studi sono andati ad analizzare dove vediamo i retrovirus nei nostri “parenti più stetti”, i primati. La presenza di retrovirus è stata dimostrata in effetti in molti primati, SIV ( Virus di immunodeficienza delle scimmie) è in grado di infettare almeno 45 specie di primati. Dalle analisi condotte è emersa una parentela stretta fra HIV1 e il SIV degli scimpanzé e di quello dei gorilla, mentre HIV2 è parente del SIV del cercocebo.
Rispetto all’evento che ha permesso il salto di specie verso gli umani, la Ghandi individua una serie di motivi che vanno dalle popolazione che cacciavano i primati per procurarsi cibo e che hanno finito per incorporare diversi ceppi di SIV, fino alla colonizzazione che ha portato alla disgregazione sociale, alla crescita della popolazione nelle città (pensate che in Africa occidentale prima del 1910 nessuna città superava i 10.000 abitanti) e all’aumento della prostituzione. Rispetto al quando, HIV è stato rilevato in 1213 campioni di sangue raccolti e conservati in Zaire nel 1959. Ricostruiti gli alberi genealogici e calcolato il tasso di mutazione è emerso che HIV è entrato negli umani probabilmente fra il 1884 e il 1924.
Oggi abbiamo 40,8 milioni di persone con HIV, senza contare la Russia le cui comunicazioni di diagnosi sono considerate inattendibili; 31,6 milioni in ART; 1,3 milioni di nuove diagnosi l’anno scorso, invariate dal 2022; 630.000 morti l’anno scorso, dato invariato dal 2022; 44,1 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia e 91,4 milioni di infezioni. Solo i 77% è in ART, il 73% di questi ha viremia non rilevabile. Stigma, aumento del sentimento anti-LGBTQ, perdita del finanziamento dagli USA, tutto gioca un ruolo.
Fatta eccezione per AZT (messo in uno scaffale come possibile farmaco contro il cancro e provato contro HIV), tutta la ricerca contro HIV è il racconto di una progettazione di farmaci razionale e mirata a fermare il ciclo vitale di HIV. La ART vanta numerose molecole ma possiamo tranquillamente dire di essere nell’era degli inibitori dell’integrasi: BIC e DTG (rispettivamente biktegravis e dolutegravir) che sono farmaci molto potenti. La causa maggiore di fallimento è la stessa in tutto il mondo: aderenza terapeutica inadeguata, punto confermato dallo studio ACTG 5381. Forse anche per questo la ricerca si sta orientando sui long acting, ossia farmaci che bloccano la replicazione virale per un tempo ben superiore alle attuali 24 ore, 1 pillola al giorno… o magari perché il tasso di soppressione virale negli USA è del 67%, secondo il report 2025 del CDC di Atlanta, la media mondiale è al 73% (!) e sicuramente andrà peggio per quanto sono stupide le scelte sanitarie del Governo federale degli USA.
Già al CROI la Ghandi aveva accennato a un tema in relazione alle terapia long acting (LA). La terapia LA al momento è costituita da cabotegravir (CAB) e rilpivirina (RPV) iniettivi che hanno una durata di 2 mesi. E’ cosa nota che CAB è stato studiato non tanto per essere migliore di altri, quanto per durare più di altri nel fare il suo lavoro. Forse per questa ragiona non ha una barriera genetica altissima. Forse l’unione di CAB e LEN (lenacapavir) potrebbe aiutare ad alzare la barriera genetica, infatti LEN ha già dimostrato di essere utile in pazienti multiresistenti. In effetti la ricercatrice ha condotto un piccolo studio su 34 pazienti con una combinazione long acting di lenacapavir e cabotegravir con un buon risultato. Perché sembro così titubante? Perchè i due farmaci sono aziende concorrenti e non so quanto possa essere probabile una unione di intenti quando ci sono in ballo investimenti di milioni. Staremo a vedere. Nel mentre ci sono altri 2 studi con CAB e LEN LA autorizzati e approvati (A5431 palace e A5433 Lancet) che potrebbero aprire la strada a studi grandi.
Il futuro è molto interessante perché le terapie in pillole preparano un grande ritorno. Per esempio con formulazioni da una pillola una volta a settimana (Islatravir/lanacapavir – islatravir/ulonirvina. Ma ci sono numerose molecole LA in studio, sia iniettabili che orali: MK8527 1 volta al mese, LEN modificato per durare un anno, CAB ULA modificato per durare 4 mesi, VH199 è un nuovo inibitore del capside, ecc. Anche la Ghandi chiude dicendo davanti a tutti che se non si salva la PEPFAR che il Presidente Trump ha bloccato, tutto ciò servirà a poco.
Nell’ultimo periodo, ci sono giunte alcune segnalazioni, per lo più direttamente dai pazienti, in relazione alla presenza di casi di infezione da mpox (ex vaiolo delle scimmie) a Bologna, si tratta di diagnosi recenti verosimilmente in persone non vaccinate.
Sebbene i numeri non siano allarmanti in senso assoluto, il dato ha destato comunque attenzione tra le persone della comunità LGBTQ+ rispetto al tema della prevenzione, in particolare alla luce di una campagna vaccinale che, nel territorio bolognese forse ha mostrato qualche limite in termini di efficacia.
È facile ipotizzare che l’Azienda sanitaria abbia dovuto affrontare carenze di vario tipo: di farmaco, autorizzative o di personale, con le quali molte realtà sanitarie sono costrette a confrontarsi ultimamente. Ma resta il fatto che sono stati registrati dei casi, nonostante ci siano delle armi per prevenire questa patologia.
In alcuni contesti nazionali si osserva una realtà apparentemente diversa. Alcune strutture sanitarie in Italia, anche con un bacino d’utenza ampio e complesso, hanno avviato programmi vaccinali solidi e continui, raggiungendo migliaia di persone con la doppia dose e introducendo richiami nei tempi previsti. «Noi osserviamo casi sporadici nei non vaccinati. Abbiamo vaccinato 4000 persone a rischio e stiamo rifacendo a molti la terza dose boost dopo due anni. Non abbiamo visto una concentrazione “estiva”. I pochi casi che vediamo sono tutti non vaccinati», spiega il dott. Andrea Antinori Direttore Sanitario dell’Istituto Spallanzanidi Roma.
A livello globale, la diffusione del virus mpox continua a rappresentare una sfida per la salute pubblica. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel solo mese di giungo 2025 sono stati segnalati 4.732 nuovi casi di infezione da mpox in 49 Paesi. L’aggiornamento epidemiologico pubblicato dall’ECDC nello stesso mese evidenzia che la maggior parte delle infezioni da mpox clade I è stata registrata nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Uganda e in Burundi. Nella RDC e in Uganda si osserva una stabilizzazione o una tendenza alla riduzione dei casi, sebbene tali dati vadano interpretati con cautela. In Burundi, invece, il calo dei casi appare più netto e costante. Sempre a giugno, sono stati notificati anche alcuni casi sporadici di mpox clade Ib al di fuori del continente africano, tutti associati a viaggi recenti. Le segnalazioni hanno riguardato Svezia, Germania, Belgio, Irlanda, Italia e Francia. In Italia, il numero complessivo di casi segnalati tra il 2022 e aprile 2025 è pari a 1.148.
Alla luce del recente incremento dei casi, abbiamo rinnovato l’appello alle autorità sanitarie bolognesi affinché continuino a garantire una comunicazione aggiornata, completa, come già avviene, ma anche un accesso agevole alla vaccinazione per tutte le popolazioni con un rischio sostanzialmente più elevato di esposizione al virus dell’mpox.
Siamo felici di sottolineare che l’appello è stato ascoltato e il dott. Davide Resi, responsabile del settore controllo e prevenzione delle malattie infettive di USL Bologna, ha deciso di trovare un modo per rendere più agevoli le vaccinazioni, ovviamente nell’ambito delle disposizioni ministeriali, anche cercando di superare una certa problematicità insita nel prodotto: le fiale vanno congelate. Una volta scongelate, devono essere trovate rapidamente 5 persone per la vaccinazione sottocutanea. Cosa tutt’altro che se semplice come è facile immaginare, sono pur sempre 5 persone che prenderanno un appuntamento (e un permesso sul lavoro) nello stesso giorno e ora. Oppure è possibile optare per la vaccinazione intradermica su un solo paziente, opzione che potrebbe ridurre i problemi di ordine “sociale”. Ovviamente è una decisione che spetta all’Azienda Sanitaria.
Al momento siamo in attesa che vengano aperte le agende per iniziare le prenotazioni.
Nonostante le linee guida attualmente in vigore non raccomandino la vaccinazione di massa, è bene ribadire l’importanza della prevenzione. È essenziale costruire un dialogo efficace tra sistema sanitario, comunità e cittadinanza, promuovendo la fiducia negli strumenti di prevenzione attualmente esistenti e nella salute pubblica. Ringraziamo quindi il dott. Resi che si è fatto carico di questa forse piccola ma significativa battaglia e restiamo in attesa delle sue indizioni.
Grazie alla disponibilità dell’Azienda Sanitaria, anche nel 2025 si terrà il corso di formazione per i volontari del BLQ Checkpoint, nonché di Plus e del PrEP Point.
L’iscrizione è obbligatoria. Il corso inizierà il 11 ottobre 2025 e terminerà nel week end del 21-23 novembre con il consueto laboratorio residenziale.
Per partecipare è necessario inviare una mail a: info@plus-aps.it indicando: nome e cognome numero di cellulare
Attenzione: quest’anno le ore d’aula si terranno sia presso la Casa di Comunità Porto-Saragozza in via Sant’Isaia 94a, Bologna, sia presso la sede di Plus in via San Carlo 42c a Bologna.
Le ore d’aula sono aperte a chiunque voglia approfondire gli argomenti trattati, quindi anche se non vuoi fare il volontario ma ti interessano i temi, sei libero di entrare ed ascoltare. Invece la parte residenziale del corso si terrà presso Ca’ Vecchia, via Maranina 9 Sasso Marconi (BO) ed è riservata a chi vuole fare il volontario o la volontaria.
Il limite massimo di iscrizioni per ogni sessione è di 20 persone. Il corso è gratis. L’organizzazione tecnica è a cura dell’Azienda Sanitaria di Bologna che ne effettua anche la certificazione. Per cui se qualcuno fanno comodo alcuni crediti formativi, si faccia avanti e li richieda. Maggiori informazioni vi saranno fornite dalla responsabile, dott.ssa Valeria Gentilini, all’inizio del corso.
Ecco la bozza di programma. Le eventuali variazioni verranno effettuate su questa pagina del sito di Plus. Restate connessi:
Ho appena letto una mail di Nicoletta Policek (Executive Director EATG) che ci informa dello stato di salute di Ben Collins, storico attivista di EATG, purtroppo ricoverato in ospedale in attesa di un intervento chirurgico, al quale vanno i miei migliori auguri di pronta guarigione.
L’approccio gramsciano di Nicoletta nell’affrontare il tema mi ha fatto riflettere. Nicoletta scrive: “…da una prospettiva gramsciana, questa solidarietà è più di un semplice gesto di benessere; è un potente atto di resistenza organica contro l’individualismo promosso dall’egemonia dominante.” In altre parole quando condividiamo notizie sulla salute di un compagno di lotta, “... non è solo empatia; è una forza culturale che costruisce attivamente una società più umana e interconnessa, una società in cui riconosciamo che il nostro benessere è intrinsecamente legato a quello degli altri.“
Penso che sia un bellissimo modo di ragionare, una prospettiva politica che condivido pienamente e che mi porta a chiedermi come si concilia tutto ciò con la comunità LGBTQ+ che non potrebbe essere meno interessata ai propri componenti che vivono con HIV.
Se vogliamo metterla sul piano personale, in 20 anni di lotta contro HIV, di coming out sierologico, non ricordo che qualcuno mi abbia chiesto come sto. È necessario andare in ospedale per smuovere l’etica marxista drogata da anni di il mio stato sierologico è un problema personale?
Sul finire degli anni ’80 buona parte del movimento contribuì a fondare la LILA e, di fatto, lasciò alle associazioni di “settore” la gestione di un tema che pur interessava la nostra comunità già allora, anche se sottotraccia per ovvi problemi di discriminazione multipla. Uno stigma doppio che abbiamo affrontato da soli o, più comunemente, non è mai stato affrontato ma semplicemente sepolto. Se è vero che in quegli anni i 4 gatti LGBT che facevano politica e lotta contro la discriminazione sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, non avrebbero potuto reggere all’apertura di un secondo fronte impegnativo come quello dell’HIV, è anche vero che 10 anni più tardi il movimento avrebbe potuto riprendere in mano una situazione che colpiva sempre di più la nostra comunità e realizzare quella svolta politica che ActUp ha fatto, a suo tempo.
Ma non è successo, ed oggi siamo in una situazione di generale ignoranza, silenzio (=morte), rimozione, disinteresse, in molti casi perfino per il proprio stato di salute (il medico dice che sto bene perché devo ricordarmi il nr dei CD4), figuriamoci per quello degli altri componenti della comunità. In questi ultimi giorni la lotta si concentra spesso sul tema della salute trans, purché si parli di terapia di affermazione di genere o servizi ospedalieri sempre più di difficile accesso, mai di HIV. Del resto in Italia, al contrario di altri Paesi UE, non conosciamo l’incidenza di HIV nella popolazione trans, prevalenza poi è pura fantasia stante che non lo sappiamo per nessuna popolazione chiave.
Ma pare che nemmeno questo punto sia di interesse, ancorché stigmatizzante.
Una comunità che si disinteressa di qualcosa che la colpisce, è ancora una comunità? Forse, ma una comunità dove ogni gruppuscolo pensa solo a sé stesso e costruisce attivamente una società disumana, autoreferenziale, senza alcuna visione politica generale e di comunità dove, a breve, la collettività non avrà più alcun peso.
Tanti auguri a quelle 2.300 persone con nuova diagnosi, buona parte dei quali gay. Sarete soli.