Quindici anni di Plus, comunità, attivismo e futuro

Scrivo queste righe dopo l’assemblea di oggi pomeriggio, 19 aprile 2026, che ha segnato la conclusione del mio mandato come Presidente di Plus.
È una frase semplice, ma dentro ci stanno molte cose. Non è un passaggio improvviso, né una decisione solitaria: è un percorso che abbiamo costruito nel tempo, condiviso, discusso, preparato. Eppure, anche così, non riesco a viverlo come un semplice cambio di ruolo.
Perché Plus non è mai stata solo una carica.
È stata — ed è — una comunità, un pezzo di vita condivisa, un luogo in cui abbiamo provato a cambiare le cose partendo da noi stessi. Per questo quello che state leggendo non è un comunicato, almeno non nel senso tradizionale del termine. È, piuttosto, una lettera aperta a chi ha attraversato questo percorso insieme a me: a chi c’era all’inizio, a chi è arrivato dopo, a chi è rimasto e anche a chi è passato solo per un tratto.
E, inevitabilmente, anche a chi non c’è più.
In questi anni abbiamo perso persone importanti. Stefano – stellina – nel 2023, Giulio – godi da paura – nel 2022. Due presenze diverse, due modi diversi di stare al mondo, ma entrambe parte della nostra comunità. Due assenze che non si riempiono.
Sono morti a causa dell’HIV, e dirlo — ancora oggi — è necessario.
Perché se continuiamo ad avere diagnosi tardive, se continuiamo a perdere persone, non è solo una questione individuale: è anche il risultato di ritardi, rimozioni e responsabilità collettive.
Perché a volte sembra che l’HIV sia diventato un tema gestito, quasi archiviato, ma non lo è. Non lo è mai stato davvero. Anche per questo Plus esiste.
Plus nasce nel 2011, in un contesto molto diverso da quello attuale. Parlare di HIV significava ancora confrontarsi con uno stigma forte, persistente, spesso interiorizzato. Le persone che vivono con HIV erano raccontate più come oggetti di intervento che come soggetti attivi. Mancava uno spazio comunitario reale: non assistenziale, non paternalistico, non costruito dall’alto.
Da lì siamo partiti.
La scelta è stata fin dall’inizio politica: costruire un’organizzazione realmente community-based. Non come etichetta, ma come pratica quotidiana. Significava costruire fiducia dove c’era diffidenza, parlare di sessualità senza moralismi, tenere insieme il piano umano, sociale e scientifico dell’HIV, dialogare con le istituzioni senza perdere autonomia.
E, quando necessario, anche mettere in discussione quelle stesse istituzioni.
Non è stato sempre semplice. Spesso ha voluto dire essere scomodi. Ma era l’unico modo che conoscevamo per essere coerenti.
In questi anni abbiamo fatto molte cose. Alcune hanno funzionato subito, altre no, altre ancora le abbiamo capite strada facendo. Abbiamo contribuito a spostare il modo in cui si parla di HIV in Italia, portando al centro la qualità della vita, i diritti, l’accesso alla prevenzione e alle terapie, il ruolo attivo delle persone coinvolte.
Non è stato un processo spontaneo. È stato, spesso, il risultato di pressioni, confronto e anche conflitto.

Abbiamo lavorato sulla PrEP quando era ancora un tema marginale. Abbiamo costruito servizi come il BLQ Checkpoint, che oggi possono sembrare quasi “naturali”, ma che all’inizio non lo erano affatto. Spazi comunitari, accessibili, non giudicanti, fuori dall’ospedale ma in dialogo con il sistema sanitario.
Anche lì, tra burocrazia, resistenze e incomprensioni, abbiamo imparato che fare attivismo significa non solo denunciare ciò che non funziona, ma costruire alternative concrete — e farlo anche quando il contesto non è pronto a riconoscerle.
Se però dovessi dire cosa ha fatto davvero la differenza in questi quindici anni, non parlerei dei progetti.
Parlerei delle persone.
Le persone che hanno attraversato Plus nei diversi direttivi, nei gruppi di lavoro, nei servizi, nelle assemblee. Persone che mi hanno sostenuto, ma anche corretto; che mi hanno affiancato, ma anche messo in discussione. Ed è sempre stato un valore. Perché una comunità vera non è fatta solo di consenso, ma anche di confronto.
Proprio per questo, negli ultimi anni, abbiamo scelto di lavorare con attenzione su un tema spesso sottovalutato: la transizione. Ho visto molte transizioni di leadership, non sempre gestite con cura. Noi abbiamo provato a fare diversamente. Insieme ai colleghi più anziani — alcuni dei quali oggi non sono più con noi — abbiamo investito su persone più giovani, costruendo competenze e cercando di trasferire non solo ruoli, ma visione.
Non so se ci siamo riusciti perfettamente. Ma so che ci abbiamo lavorato.
Chiudere un ciclo così lungo porta inevitabilmente a fare dei bilanci.
I risultati ci sono, e sono il frutto di un lavoro collettivo che ha attraversato questi quindici anni.
Più che elencarli, però, mi interessa il modo in cui li abbiamo costruiti: con gli strumenti che avevamo, cercando di essere coerenti e, soprattutto, senza arretrare sui principi.

Ci sono cose che farei diversamente? Sicuramente sì. Ma non ho rimpianti nel senso più profondo del termine, perché ogni scelta è stata fatta dentro un percorso collettivo.
Lascio la Presidenza, ma non lascio Plus.
Resto parte di questa comunità, con un ruolo diverso e con un passo diverso, ma con la stessa convinzione di fondo: che un percorso community-based, se è autentico, è più forte delle singole persone. E se non fosse così, vorrebbe dire che abbiamo costruito qualcosa di fragile.
Oggi Plus è diversa da quella del 2011. È più strutturata, più riconosciuta, più complessa. Ma la sfida resta la stessa: crescere senza perdere il legame con la comunità, innovare senza dimenticare da dove si è partiti. In questi anni ho imparato molto. Dalle persone che vivono con HIV, dai colleghi, dalle istituzioni, anche dagli errori. E forse è proprio questo il punto: il cambiamento reale non è mai lineare, mai semplice, mai definitivo.
Ma vale sempre la pena provarci. Anche quando è scomodo.
A tutte e tutti, davvero, grazie.
Plus è una comunità viva, grazie all’impegno di tutti e non per merito di pochi.
E continuerà a esserlo, con persone, ruoli e responsabilità che cambiano, ma con gli stessi valori e la sua specificità di rete di persone LGBTQ+ che vivono con HIV.
Sandro Mattioli
Plus aps






































