
In questi giorni sono stati presentati dati preliminari molto interessanti sull’utilizzo delle CAR-T cells contro HIV. Si tratta di una tecnologia già utilizzata in alcuni tumori: le cellule immunitarie della persona vengono prelevate, modificate geneticamente e reinfuse nell’organismo per riconoscere e distruggere le cellule infettate dal virus.
Nel piccolo studio presentato al congresso della American Society of Gene and Cell Therapy, ripreso da Associated Press, Reuters successivamente rilanciato anche da The Independent (allora è possibile per la stampa riprendere notizie serie su HIV!), due persone coinvolte nello studio sperimentale hanno mantenuto HIV soppresso per molti mesi senza terapia antiretrovirale dopo una singola infusione di CAR-T cells, Una per quasi un anno, l’altra per quasi due anni.
È presto per parlare di svolta definitiva. I numeri sono minuscoli, i costi delle CAR-T oggi sono ancora enormi e non sappiamo se il reservoir virale venga davvero eliminato oppure semplicemente controllato meglio. Gli stessi ricercatori parlano con prudenza di “functional cure”, cioè di una remissione a lungo termine senza necessità di assumere terapia quotidiana.

Eppure il dato politico e scientifico importante è un altro: la ricerca sulla cura dell’HIV continua ad avanzare.
Semmai, ciò che in Italia sembra arretrare è la dimensione sociale e culturale. Lo stigma verso le persone con HIV non sta scomparendo: in molti contesti resta fortissimo e, per certi aspetti, sembra perfino peggiorare. I progressi della medicina non hanno prodotto un analogo progresso nel modo in cui le persone con HIV vengono percepite e trattate dalla società.
Tornando alla ricerca, negli ultimi anni il mondo HIV ha progressivamente abbassato l’asticella del possibile. Prima sopravvivere. Poi avere terapie efficaci. Poi ridurre la tossicità. Poi i long acting. Ora andiamo verso la remissione funzionale.
Tutto questo è importantissimo. Le terapie antiretrovirali hanno salvato milioni di vite e trasformato HIV da condanna a morte a condizione cronica gestibile.
Ma HIV non è “risolto”.
Anche quando la viremia è non rilevabile e le terapie funzionano perfettamente, HIV continua a restare nel corpo. E oggi sappiamo che la presenza persistente del virus, anche a livelli residuali o difettivi, mantiene una condizione di attivazione immunitaria e infiammazione cronica.

Questa infiammazione persistente è associata, nel lungo periodo, a numerosi problemi: ageing accelerato, fragilità precoce, danni cardiovascolari, neuroinfiammazione, danni d’organo e aumento del rischio di alcune neoplasie.
Per questo, da attivista, considero la “functional cure” un fantastico possibile passaggio, non il punto di arrivo.
Capisco perfettamente la prudenza scientifica. Capisco anche che una remissione stabile senza terapia quotidiana rappresenterebbe un enorme miglioramento nella qualità della vita di milioni di persone.
Ma non credo che il compito delle persone con HIV o degli attivisti sia quello di abbassare continuamente le proprie aspettative.
Il compito dell’attivismo non è sostituirsi alla ricerca biomedica.
Il compito dell’attivismo è continuare a pretendere una soluzione definitiva.
Perché HIV continua a restare nel corpo e nella vita delle persone.
Vogliamo una cura.
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Sandro Mattioli
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