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Tra i momenti scientificamente più interessanti dell’inaugurazione di ICAR 2026 a Catania c’è stata la Mauro Moroni Memoriam Lecture tenuta dal dott. Ole Schmeltz Søgaard, dedicata a uno dei temi più complessi e affascinanti della ricerca HIV contemporanea: la possibilità di arrivare, un giorno, a una “functional cure”.

Un tema che richiede subito una precisazione importante.

Quando si parla di “cura” dell’HIV non si intende — almeno allo stato attuale — l’eliminazione completa del virus dall’organismo nella maggior parte delle persone. La direzione della ricerca oggi guarda soprattutto alla possibilità di ottenere una remissione virologica duratura senza terapia antiretrovirale continua.

In altre parole: insegnare al sistema immunitario a controllare HIV anche in assenza di ART.

Dal controllo virologico alla remissione.

Una delle slide finali della lecture mostrava molto bene il percorso immaginato dalla ricerca:

  • controllo virologico;
  • remissione;
  • cura.

Oggi le terapie antiretrovirali riescono già a ottenere un controllo estremamente efficace della replicazione virale. Ma HIV non scompare: rimane nascosto in alcuni reservoir cellulari, pronto potenzialmente a riattivarsi se la terapia viene interrotta. È proprio qui che si concentra la ricerca attuale.

Perché una cura è così difficile.

Nel corso della lecture Søgaard ha ricordato alcuni dei principali ostacoli scientifici:

  • molte persone iniziano la terapia mesi o anni dopo l’infezione;
  • il sistema immunitario può arrivare già parzialmente compromesso;
  • il reservoir virale è estremamente complesso;
  • HIV riesce a integrarsi stabilmente nelle cellule;
  • molte strategie sperimentali sono difficili da rendere scalabili su larga popolazione.

Un aspetto interessante emerso dalla relazione è che probabilmente la “cura” dell’HIV non sarà un singolo evento o un’unica terapia miracolosa, ma il risultato di strategie combinate.

Gli anticorpi neutralizzanti: i bNAbs.

Una parte importante della Mauro Moroni Lecture è stata dedicata ai broadly neutralizing antibodies (bNAbs), anticorpi capaci di riconoscere e neutralizzare molte varianti differenti di HIV.

L’idea non è semplicemente bloccare il virus come fanno gli antiretrovirali, ma aiutare il sistema immunitario a riconoscere e colpire meglio le cellule infette.

Secondo i dati presentati, i bNAbs sembrano avere diversi possibili effetti:

  • neutralizzazione diretta del virus;
  • attivazione di cellule immunitarie;
  • potenziale riduzione del reservoir;
  • rafforzamento delle risposte T HIV-specifiche.

Alcuni studi mostrano che, in determinate persone, dopo trattamento con bNAbs è stato possibile mantenere il controllo virale anche dopo la sospensione della terapia antiretrovirale.

I “post-bNAb controllers”.

Uno dei concetti più interessanti emersi riguarda i cosiddetti “post-bNAb controllers”: persone che, dopo trattamento con anticorpi neutralizzanti, riescono a mantenere HIV sotto controllo senza ART per periodi prolungati.

Secondo i dati mostrati durante la lecture, queste situazioni sembrano verificarsi più frequentemente rispetto ai classici “post-treatment controllers”, soprattutto nelle persone trattate molto precocemente.

Naturalmente si tratta ancora di studi sperimentali su piccoli numeri, ma il segnale biologico viene considerato estremamente rilevante.
Particolarmente interessante il caso dello studio eCLEAR ID107, presentato come esempio di controllo virologico associato non solo alla presenza di anticorpi neutralizzanti, ma anche a risposte immunitarie cellulari molto forti e policlonali.

Non basta una singola strategia.

Uno dei messaggi più chiari della lecture è stato probabilmente questo: nessuna singola strategia sembra sufficiente.

Citochine, agonisti TLR, checkpoint inhibitors, CAR-T cells: tutte tecnologie promettenti, ma che da sole non sembrano in grado di ottenere una remissione stabile.

La direzione della ricerca appare sempre più orientata verso approcci combinati:

  • bNAbs;
  • vaccini terapeutici;
  • immunoterapia;
  • interventi sul reservoir;
  • strategie cellulari.

Un modello che ricorda, almeno in parte, l’evoluzione dell’oncologia moderna.

CAR-T e immunoterapia: dall’oncologia all’HIV.

Molto interessante anche il parallelo con alcune strategie sviluppate per i tumori.

Durante la lecture sono state discusse:

  • CAR-T cells dirette contro HIV;
  • terapie anti-PD1;
  • immune checkpoint blockade.

L’obiettivo è tentare di riattivare cellule T “esauste” o funzionalmente compromesse dopo anni di infezione cronica.
Anche in questo caso, però, Søgaard ha sottolineato come i risultati siano ancora preliminari e lontani da un’applicazione clinica diffusa.

La vera sfida: renderlo accessibile.

Forse uno dei passaggi più importanti della lecture è arrivato verso la conclusione.

Perché ottenere risultati in piccoli studi sperimentali altamente selezionati è una cosa. Trasformare queste strategie in strumenti realmente accessibili per milioni di persone nel mondo è un’altra.
Ed è qui che la ricerca sulla cura dell’HIV incontra inevitabilmente questioni più ampie:

  • sostenibilità economica;
  • accessibilità globale;
  • diagnosi precoce;
  • continuità terapeutica;
  • disuguaglianze sanitarie.

Siamo vicini a una cura?

La risposta più realistica oggi è no. Non siamo ancora vicini a una cura definitiva dell’HIV.

Ma rispetto a pochi anni fa qualcosa sembra essersi mosso. Per la prima volta iniziano a emergere dati coerenti che suggeriscono come, almeno in alcune persone, possa essere possibile ottenere un controllo immunologico duraturo del virus senza terapia continua.

È ancora ricerca sperimentale. Complessa. Costosa. Lontana dalla pratica clinica quotidiana.

Ma non più semplicemente teorica. Ed è probabilmente questo il messaggio più interessante emerso dalla Mauro Moroni Memoriam Lecture di ICAR 2026: la ricerca sull’HIV sta lentamente passando dall’idea di contenere il virus per sempre alla possibilità concreta di educare il sistema immunitario a controllarlo autonomamente.

Sandro Mattioli
Plus aps.

Dopo che un rinomato virologo italiano mi ha detto di non aver nessuna fiducia sull’editing del genoma umano per trovare una cura definitiva contro HIV (ossia guarire), considerando la tutt’altro che remota possibilità che costui mi piazzasse li la solita “opinione d’esperto” invece di un parere basato su risultanze scientifiche, ho provato a cercare online qualcosa… e in effetti qualcosa si sta muovendo su questa linea.

Francamente mi viene da dire, qualcosa di più interessante delle solite ricerche tese a lasciare HIV nel nostro corpo ancorché tenuto sotto controllo. Qualcosa che ha ottenuto un premio Nobel per la chimica.

La sempre ottima associazione EATG ha pubblicato l’articolo che ho provato a tradurvi, sia pur in modo rapido.

L’editing genetico è ancora all’inizio del suo percorso, siamo ancora agli esperimenti nel brodo cellulare per cui campa cavallo, tuttavia a me sembra molto interessante e promettente… quest’ultimo aggettivo in parte indotto dalla mia voglia di guarire… un obiettivo che dovrebbe essere marchiato a fuoco sulla fronte di tutti gli attivisti, ma purtroppo non è sempre così, non in Italia almeno.

Sandro Mattioli
Plus aps

L’HIV nella coltura cellulare può essere completamente eliminato utilizzando la tecnologia di editing genetico CRISPR-Cas, aumentando le speranze di cura

Una nuova ricerca presentata Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive (ECCMID 2024, Barcellona, 27-30 aprile) da un team di ricercatori nei Paesi Bassi mostra come la più recente tecnologia di editing genetico CRISPR-Cas può essere utilizzata per eliminare tutte le tracce di HIV provenienti da cellule infette in laboratorio, alimentando le speranze di una cura.

Gli studi, condotti dalla Dott.ssa Elena Herrera-Carrillo e da parte del suo team (Yuanling Bao, Zhenghao Yu e Pascal Kroon) all’UMC di Amsterdam, Paesi Bassi, rappresentano un passo avanti significativo nella ricerca di una cura per l’HIV.

La tecnologia di editing genetico CRISPR-Cas è un metodo rivoluzionario nella biologia molecolare che consente alterazioni precise ai genomi degli organismi viventi. Questa tecnica rivoluzionaria, che ha fruttato ai suoi inventori, Jennifer Doudna ed Emmanuelle Charpentier, il Premio Nobel per la Chimica nel 2020, consente agli scienziati di individuare e modificare con precisione segmenti specifici del DNA di un organismo (codice genetico).

Funzionando come forbici molecolari con la guida dell’RNA guida (gRNA), CRISPR-Cas può tagliare il DNA in punti designati. Questa azione facilita la cancellazione di geni indesiderati o l’introduzione di nuovo materiale genetico nelle cellule di un organismo, aprendo la strada a terapie avanzate.

Una delle sfide più significative nel trattamento dell’HIV è la capacità del virus di integrare il proprio genoma nel DNA dell’ospite, rendendone estremamente difficile l’eliminazione. Numerosi potenti farmaci antivirali sono attualmente in uso per il trattamento dell’infezione da HIV. Tuttavia, nonostante la loro efficacia, la terapia antivirale deve essere assunta per tutta la vita, poiché l’HIV può ricomparire dai serbatoi esistenti quando il trattamento viene interrotto. Gli autori spiegano che lo strumento di modifica del genoma CRISPR-Cas fornisce un nuovo mezzo per colpire il DNA dell’HIV.

Il nostro obiettivo è sviluppare un regime combinatorio CRISPR-Cas robusto e sicuro, cercando una “cura per l’HIV per tutti” inclusiva che possa inattivare diversi ceppi di HIV in vari contesti cellulari”. L’HIV può infettare diversi tipi di cellule e tessuti del corpo, ciascuno con il proprio ambiente e caratteristiche uniche. I ricercatori stanno quindi cercando un modo per colpire l’HIV in tutte queste situazioni.

In questa ricerca, gli autori hanno utilizzato delle forbici molecolari (CRISPR-Cas) e due gRNA contro le sequenze “conservate” dell’HIV, nel senso che si sono concentrati su parti del genoma del virus che rimangono le stesse in tutti i ceppi di HIV conosciuti, e hanno ottenuto l’eliminazione di HIV dalle cellule T infette. Concentrandosi su queste sezioni conservate, l’approccio mira a fornire una terapia ad ampio spettro in grado di combattere efficacemente molteplici varianti dell’HIV.

Tuttavia, spiegano che le dimensioni del veicolo (noto come “vettore”), utilizzato per trasportare la cassetta che codifica i reagenti terapeutici CRISPR-Cas nelle cellule, presentano sfide logistiche, poiché sono troppo grandi. Pertanto, gli autori hanno sperimentato varie tecniche per ridurre le dimensioni della cassetta e quindi del sistema vettoriale stesso.

In termini più semplici, stanno tentando di caricare bagagli di grandi dimensioni in un’auto compatta per un viaggio verso la cellula infetta, portandoli a trovare modi per ridimensionare il “bagaglio” (cassetta) per un trasporto più semplice. Un altro problema che gli autori volevano superare era il raggiungimento delle cellule serbatoio dell’HIV che “rimbalzano” quando il trattamento antiretrovirale per l’HIV viene interrotto.

Gli autori hanno valutato ulteriormente vari sistemi CRISPR-Cas di diversi batteri per determinarne l’efficacia e la sicurezza nel trattamento delle cellule T CD4+ infette dall’HIV. Hanno condiviso i risultati di due sistemi, saCas9 e cjCas. SaCas9 ha mostrato prestazioni antivirali eccezionali, riuscendo a inattivare completamente l’HIV con un singolo RNA guida (gRNA) e ad asportare (tagliare fuori) il DNA virale con due gRNA.

La strategia di ridurre al minimo le dimensioni del vettore ha avuto successo, migliorandone la consegna alle cellule infette da HIV. Inoltre, sono stati in grado di prendere di mira le cellule serbatoio dell’HIV “nascoste” concentrandosi su proteine specifiche presenti sulla superficie di queste cellule (CD4+ e CD32a+).

Gli autori affermano: “Abbiamo sviluppato un efficiente attacco CRISPR combinatorio sul virus HIV in varie cellule e sui luoghi in cui può essere nascosto nei serbatoi, e abbiamo dimostrato che le terapie possono essere somministrate specificamente alle cellule di interesse. Questi risultati rappresentano un progresso fondamentale verso la progettazione di una strategia di cura”.

Gli autori sottolineano che il loro lavoro rappresenta una prova di concetto e non diventerà domani una cura per l’HIV. Inoltre: “I nostri prossimi passi riguardano l’ottimizzazione del percorso di consegna per colpire la maggior parte delle cellule serbatoio dell’HIV. Combineremo le terapie CRISPR e i reagenti mirati ai recettori e passeremo a modelli preclinici per studiare in dettaglio gli aspetti di efficacia e sicurezza di una strategia di cura combinata. Ciò sarà determinante per ottenere un rilascio preferenziale di CRISPR-Cas alle cellule serbatoio ed evitare il rilascio in cellule non serbatoio.

Questa strategia è quella di rendere questo sistema il più sicuro possibile per le future applicazioni cliniche. Ci auguriamo di raggiungere il giusto equilibrio tra efficacia e sicurezza di questa strategia CURE. Solo allora potremo prendere in considerazione sperimentazioni cliniche di “cura” negli esseri umani per disattivare il serbatoio dell’HIV. Sebbene questi risultati preliminari siano molto incoraggianti, è prematuro dichiarare che esiste una cura efficace per l’HIV all’orizzonte”.

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