
La notizia è di quelle che sembrano scritte apposta per ricordarci quanto sia fragile la salute pubblica quando finisce nelle mani sbagliate.
Secondo Politico, l’amministrazione Trump avrebbe deciso di avviare il progressivo smantellamento dei finanziamenti PEPFAR destinati al Sudafrica. Non perché l’epidemia da HIV sia finita. Non perché il programma non serva più. Non perché siano emersi problemi tali da giustificare una revisione sanitaria seria. Ma perché il governo sudafricano non avrebbe dato risposte considerate soddisfacenti alle preoccupazioni della Casa Bianca sul trattamento riservato alla minoranza bianca afrikaner.
Ecco il punto: HIV diventa ostaggio della geopolitica. O, più precisamente, diventa ostaggio di un bullo globale.
Perché non è stato lo spirito santo a trasformare un programma di salute pubblica in uno strumento di pressione politica. Non è stato un meccanismo impersonale, neutro, inevitabile. È stata una scelta. Una scelta politica precisa, dentro una logica “ognuno per sé” che, applicata a HIV, è semplicemente pericolosa.
Il Sudafrica è il Paese con il maggior numero di persone che vivono con HIV al mondo. Parliamo di circa 7,8 milioni di persone. PEPFAR, il grande programma statunitense per la risposta globale ad HIV/AIDS, ha avuto per anni un ruolo rilevante nel sostenere trattamento, prevenzione, test, servizi di comunità, ricerca, presa in carico.
Ci può anche stare il pensiero che il Sudafrica debba progressivamente rafforzare la propria capacità di sostenere la risposta nazionale. Ma una transizione sanitaria non si fa con il ricatto. Non si passa da un modello di cooperazione a uno di abbandono improvviso perché un presidente americano decide di usare HIV come leva dentro una disputa politica.
Una risposta sostenibile si costruisce. Si programma. Si accompagna. Si finanzia. Si negozia con i governi, le imprese, ma anche con le comunità. Soprattutto quando in gioco ci sono milioni di persone in terapia, programmi di prevenzione, accesso al test, servizi per le popolazioni più esposte, continuità terapeutica e capacità dei sistemi sanitari di non collassare.
HIV non è mai stato un problema “nazionale” in senso stretto. È una pandemia globale. Lo è stata fin dall’inizio. Lo è ancora oggi.
I virus non leggono i confini. Non si fermano davanti ai passaporti. Non rispettano le campagne elettorali. Non chiedono se un governo è simpatico o antipatico a Washington. HIV prospera dentro le disuguaglianze, dentro la povertà, dentro lo stigma, dentro le migrazioni, dentro la criminalizzazione, dentro l’accesso negato alla prevenzione e alle cure.
Per questo l’idea che ogni Paese possa cavarsela da solo è una fantasia ideologica. Una fantasia molto comoda per chi vuole tagliare fondi, chiudere programmi, disinteressarsi delle vite degli altri e poi chiamare tutto questo “realismo”.
Ma di realistico non c’è nulla.
La storia di HIV ci ha insegnato l’esatto contrario: nessuno si salva da solo. Non le persone, non le comunità, non gli Stati.
La terapia antiretrovirale funziona se arriva alle persone. La prevenzione funziona se è accessibile. La PrEP funziona se viene resa disponibile. Il test funziona se le persone possono farlo senza paura. U=U funziona se i sistemi sanitari garantiscono diagnosi, trattamento, continuità di cura e abbattimento dello stigma.

Quando si interrompono i programmi, non si interrompe una voce di bilancio. Si interrompono percorsi di vita.
E qui emerge anche l’enorme ipocrisia della retorica “America First”. Gli Stati Uniti si raccontano spesso come la più grande nazione del mondo. Eppure, sul piano della risposta ad HIV, restano un Paese attraversato da disuguaglianze profonde. Secondo i CDC, HIV rimane un problema persistente negli Stati Uniti; nel 2022 le nuove infezioni stimate erano ancora 31.800. I dati più recenti sulle diagnosi continuano inoltre a mostrare forti disparità, in particolare a carico delle comunità nere, latine, gay, bisessuali e delle persone che vivono negli Stati del Sud.
Quindi la domanda è piuttosto semplice: se nemmeno il Paese più ricco e potente del mondo, come si dipinge, è riuscito a risolvere HIV dentro i propri confini, con quale arroganza pensa di poter indebolire la risposta globale senza pagarne le conseguenze?
Non parliamo solo di generosità. Parliamo di intelligenza sanitaria.
PEPFAR non è stato soltanto un programma di aiuto internazionale. È stato uno degli interventi di salute globale più importanti degli ultimi decenni. Ha salvato vite, rafforzato sistemi sanitari, sostenuto comunità, prodotto conoscenza, creato infrastrutture, reso possibile l’accesso alla terapia per milioni di persone. Naturalmente non è stato perfetto. Nessun programma di quelle dimensioni lo è. Ma ridurlo a una concessione revocabile in base agli umori politici della Casa Bianca significa non capire che HIV si governa con continuità, cooperazione e visione di lungo periodo.
In questo senso, la decisione sul Sudafrica è gravissima non solo per il Sudafrica.
È gravissima perché manda un messaggio al mondo: la salute può essere usata come arma politica. Le persone che vivono con HIV possono diventare merce di scambio. La prevenzione può essere sacrificata. Le comunità possono essere lasciate sole. I programmi costruiti in vent’anni possono essere smontati in pochi mesi. È una logica brutale quanto stupida.
Perché ogni arretramento nella risposta globale ad HIV produce conseguenze che non restano confinate nei Paesi più colpiti. Meno test significa più diagnosi tardive. Meno prevenzione significa più nuove infezioni. Meno continuità terapeutica significa più malattia, più morti, più rischio di resistenze. Meno servizi di comunità significa più stigma, più invisibilità, più persone fuori dai sistemi di cura.
E quando una pandemia viene lasciata crescere nelle fratture sociali, prima o poi quelle fratture riguardano tutti.
La cosa più inquietante è che tutto questo avviene mentre il mondo avrebbe a disposizione strumenti straordinari. Terapie efficaci. Prevenzione combinata. PrEP orale. Lenacapavir. Test rapidi. Strategie community-based. Evidenze solidissime su U=U. Esperienze di intervento che funzionano, soprattutto quando coinvolgono le comunità più colpite.
Siamo in un momento storico in cui potremmo davvero fare un salto di qualità nella risposta globale ad HIV. Invece rischiamo di assistere a un arretramento politico, ideologico e finanziario. Non perché manchino gli strumenti, ma perché manca la responsabilità.
E allora sì, diciamolo chiaramente: quando HIV viene usato per punire un governo, per compiacere una base elettorale o un elettore in particolare, per alimentare una narrazione razziale o per esibire muscoli geopolitici, non siamo più davanti a una semplice scelta di politica estera. Siamo davanti a un abuso di potere che colpisce persone reali.
Persone che vivono con HIV. Persone che hanno bisogno di prevenzione. Persone che rischiano una diagnosi tardiva. Persone che lavorano nei servizi. Comunità che da decenni tengono in piedi pezzi fondamentali della risposta.
La salute globale non può dipendere dai capricci di un bullo e HIV, più di molte altre questioni sanitarie, ci ricorda una verità elementare: la lotta contro HIV non è mai solo una questione nazionale. È una responsabilità condivisa.
Quando la politica lo dimentica, non diventa più sovrana.
Diventa soltanto pericolosa.
Sandro Mattioli.





