
Il 29 e 30 maggio si è tenuta online la General Assembly 2026 di EATG – European AIDS Treatment Group, rete europea storica dell’attivismo HIV community-based alla quale sono iscritto.
Per chi si occupa di HIV in Europa, EATG non è un acronimo qualsiasi. Parliamo di un’organizzazione che per decenni ha avuto un ruolo importante nel portare dentro il dibattito scientifico, politico e istituzionale la voce delle persone che vivono con HIV e delle comunità coinvolte nella risposta all’epidemia. Anche grazie a EATG sono stati costruiti spazi di advocacy, partecipazione e pressione politica che hanno contribuito a cambiare radicalmente il modo in cui HIV viene affrontato in Europa.
Proprio per questo, la General Assembly di quest’anno è stata particolarmente intensa e, per molti aspetti, complessa.
Un’organizzazione competente ma attraversata da tensioni profonde.
Da un punto di vista tecnico e progettuale, EATG continua a sviluppare progetti di alto livello, spesso molto ben strutturati e professionalmente gestiti.
Durante la GA sono stati presentati numerosi progetti su prevenzione, ageing, qualità della vita, advocacy scientifica e coinvolgimento delle comunità. Sarebbe profondamente ingeneroso negare il valore del lavoro svolto.
Eppure, accanto a questa dimensione, è emersa con forza una tensione più profonda, che riguarda l’identità stessa dell’organizzazione.
Negli ultimi mesi hanno infatti lasciato EATG alcune figure storiche dell’associazione, tra cui Mario Cascio, Brian West e Ben Collins, persone che per anni hanno avuto ruoli importanti nella vita politica, scientifica e organizzativa della rete.
Le loro lettere di saluto, pur molto diverse tra loro, convergono tutte su alcuni temi comuni:
- perdita del senso di appartenenza;
- indebolimento della dimensione comunitaria;
- stanchezza emotiva e politica;
- distanza crescente tra struttura organizzativa e cultura storica dell’attivismo HIV.
In particolare, Mario Cascio, attivista italiano molto conosciuto nell’ambito HIV europeo, ha scritto parole molto significative:
“I feel EATG, like many organizations, has lost that sense of solidarity, respect and mutual support which were at the heart of the HIV movement.” E ancora: “I believe that EATG is no longer the place where I belong”
Non si tratta di semplici tensioni personali. Né di nostalgie individuali. Quello che emerge è piuttosto il rischio di una trasformazione culturale che riguarda oggi molte ONG professionalizzate.
Durante la General Assembly è emerso più volte, in modo più o meno implicito, anche il tema delle recenti dimissioni di Nicoletta Policek, ex Executive Director di EATG. Tuttavia, a causa di una controversia legale attualmente in corso, non è stato possibile affrontare pubblicamente la vicenda nel merito e il livello di cautela da parte dell’organizzazione è apparso molto elevato.

Proprio questa difficoltà nel discutere apertamente una transizione così importante ha però contribuito ad alimentare, almeno tra alcuni membri, la percezione di una fase particolarmente delicata e complessa per la vita politica e comunitaria dell’associazione.
Quando la governance sostituisce la politica.
Nel mio intervento durante la General Assembly ho cercato di portare proprio questa riflessione, anche attraverso una mozione politica pubblicata sul sito di Plus APS:
EATG – Community Participation Motion
La questione, a mio avviso, non è la professionalizzazione in sé.
Le organizzazioni community-based hanno bisogno di competenze, progettazione, governance, accountability e capacità di reperire fondi.
Il problema nasce quando la logica manageriale finisce gradualmente per occupare quasi tutto lo spazio culturale e politico dell’organizzazione.
Molte ONG professionalizzate finiscono col tempo per:
- sostituire l’agire politico con la governance;
- sostituire il conflitto con il coordinamento;
- sostituire la comunità con il membership management;
- sostituire la leadership politica con la gestione operativa.
E spesso le persone che lavorano dentro queste strutture continuano sinceramente a percepirsi come attivisti e membri della comunità. Tuttavia, col tempo, gran parte delle energie finisce inevitabilmente assorbita dalla gestione quotidiana dell’organizzazione: coordinamento di attività progettuali, reportistica, procedure amministrative, adempimenti e continuità operativa.
La conseguenza è che il rischio politico non nasce tanto dalla professionalizzazione in sé, quanto dal fatto che la politica finisca progressivamente per ridursi all’amministrazione di ciò che è possibile, anziché continuare a rappresentare anche uno spazio di visione, conflitto, immaginazione collettiva e trasformazione sociale.
Progetti senza comunità?
La mia riflessione non nasce da ostilità verso EATG.
Al contrario, nasce proprio dal riconoscimento della sua storia, della sua autorevolezza e del lavoro importante che continua a svolgere. I progetti presentati durante la GA erano spesso solidi, ben costruiti e professionalmente gestiti.
Ma proprio qui emerge il nodo politico.
Se il coinvolgimento degli iscritti avviene quasi esclusivamente attraverso progetti, working groups e attività tecniche, col tempo si rischia di formare soprattutto tecnici e project contributors, mentre la dimensione comunitaria tende lentamente a indebolirsi.
Una organizzazione community-led non può ridursi soltanto alla gestione di progetti, procedure e obiettivi tecnici, semplicemente perché la comunità non coincide con una membership amministrativa o con un elenco di iscritti. Una comunità vive di relazioni, appartenenza, confronto, memoria collettiva, spazi umani e informali e, inevitabilmente, anche di conflitto politico. Richiede tempo, cura reciproca e occasioni reali di incontro tra le persone.
Anche per questo, durante la discussione, ho insistito molto sulla necessità di tornare a investire nella vita interna dell’associazione, compresa la possibilità di organizzare nuovamente almeno una General Assembly annuale in presenza.
Perché fiducia, solidarietà e cultura politica raramente nascono esclusivamente dentro piattaforme online, procedure organizzative o processi amministrativi. Nascono soprattutto attraverso relazioni umane reali, confronto diretto e condivisione di esperienze.
Una riflessione che riguarda anche noi.
Questa discussione non riguarda solo EATG. Riguarda, in forme diverse, moltissime realtà community-based contemporanee, comprese quelle italiane. Anche nelle nostre associazioni esiste il rischio che:

- la progettazione prenda il sopravvento sulla politica;
- la sostenibilità economica diventi più centrale della visione;
- la gestione quotidiana consumi progressivamente energie, relazioni e immaginazione collettiva.
Per questo credo sia importante continuare a interrogarci non solo su cosa facciamo, ma anche su quale tipo di organizzazioni vogliamo essere e su quale cultura politica e comunitaria desideriamo costruire nel tempo.
Perché una comunità non sopravvive semplicemente grazie ai progetti o alla capacità di produrre attività. Sopravvive se continua a creare legami, appartenenza, solidarietà, senso politico e capacità collettiva di immaginare il futuro.
Forse è proprio questo il punto che oggi molte organizzazioni community-based sono chiamate a interrogarsi: come continuare a evolvere, professionalizzarsi e sopravvivere senza perdere il nucleo politico, umano e comunitario che le ha rese necessarie.
“La tradizione non consiste nell’adorare le ceneri, ma nel custodire il fuoco.” (Gustav Mahler)
Sandro Mattioli
Plus aps












Se una persona senza una particolare preparazione dovesse leggere certe dichiarazioni che appaiono con allarmante frequenza su Facebook, sarebbe naturalmente indotta a credere che la PrEP è una pazzia frutto del delirio se non, come è stato scritto, degli interessi miei personali o dell’associazione Plus.
piccoli geni dello scandalismo, Gilead ha bloccato tutti gli studi sulla PrEP con Truvada in Europa, quindi Plus non ha fondi da Gilead per la PrEP. Del resto il brevetto su Truvada sta per scadere e Gilead fa decisamente i suoi interessi, purtroppo. Il massimo che abbiamo ottenuto da Gilead, è un finanziamento teso a proporre test per le infezioni a trasmissione sessuale alle persone esposte per via di comportamenti a rischio, o alle persone che asseriscono, per esempio sui social gay, di essere in PrEP.
rischio di contagio da HIV.
nuovo effetto collaterale della PreP: serenità.