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La notizia è di quelle che sembrano scritte apposta per ricordarci quanto sia fragile la salute pubblica quando finisce nelle mani sbagliate.

Secondo Politico, l’amministrazione Trump avrebbe deciso di avviare il progressivo smantellamento dei finanziamenti PEPFAR destinati al Sudafrica. Non perché l’epidemia da HIV sia finita. Non perché il programma non serva più. Non perché siano emersi problemi tali da giustificare una revisione sanitaria seria. Ma perché il governo sudafricano non avrebbe dato risposte considerate soddisfacenti alle preoccupazioni della Casa Bianca sul trattamento riservato alla minoranza bianca afrikaner.

Ecco il punto: HIV diventa ostaggio della geopolitica. O, più precisamente, diventa ostaggio di un bullo globale.

Perché non è stato lo spirito santo a trasformare un programma di salute pubblica in uno strumento di pressione politica. Non è stato un meccanismo impersonale, neutro, inevitabile. È stata una scelta. Una scelta politica precisa, dentro una logica “ognuno per sé” che, applicata a HIV, è semplicemente pericolosa.

Il Sudafrica è il Paese con il maggior numero di persone che vivono con HIV al mondo. Parliamo di circa 7,8 milioni di persone. PEPFAR, il grande programma statunitense per la risposta globale ad HIV/AIDS, ha avuto per anni un ruolo rilevante nel sostenere trattamento, prevenzione, test, servizi di comunità, ricerca, presa in carico.

Ci può anche stare il pensiero che il Sudafrica debba progressivamente rafforzare la propria capacità di sostenere la risposta nazionale. Ma una transizione sanitaria non si fa con il ricatto. Non si passa da un modello di cooperazione a uno di abbandono improvviso perché un presidente americano decide di usare HIV come leva dentro una disputa politica.

Una risposta sostenibile si costruisce. Si programma. Si accompagna. Si finanzia. Si negozia con i governi, le imprese, ma anche con le comunità. Soprattutto quando in gioco ci sono milioni di persone in terapia, programmi di prevenzione, accesso al test, servizi per le popolazioni più esposte, continuità terapeutica e capacità dei sistemi sanitari di non collassare.

HIV non è mai stato un problema “nazionale” in senso stretto. È una pandemia globale. Lo è stata fin dall’inizio. Lo è ancora oggi.

I virus non leggono i confini. Non si fermano davanti ai passaporti. Non rispettano le campagne elettorali. Non chiedono se un governo è simpatico o antipatico a Washington. HIV prospera dentro le disuguaglianze, dentro la povertà, dentro lo stigma, dentro le migrazioni, dentro la criminalizzazione, dentro l’accesso negato alla prevenzione e alle cure.
Per questo l’idea che ogni Paese possa cavarsela da solo è una fantasia ideologica. Una fantasia molto comoda per chi vuole tagliare fondi, chiudere programmi, disinteressarsi delle vite degli altri e poi chiamare tutto questo “realismo”.

Ma di realistico non c’è nulla.

La storia di HIV ci ha insegnato l’esatto contrario: nessuno si salva da solo. Non le persone, non le comunità, non gli Stati.
La terapia antiretrovirale funziona se arriva alle persone. La prevenzione funziona se è accessibile. La PrEP funziona se viene resa disponibile. Il test funziona se le persone possono farlo senza paura. U=U funziona se i sistemi sanitari garantiscono diagnosi, trattamento, continuità di cura e abbattimento dello stigma.

Quando si interrompono i programmi, non si interrompe una voce di bilancio. Si interrompono percorsi di vita.

E qui emerge anche l’enorme ipocrisia della retorica “America First”. Gli Stati Uniti si raccontano spesso come la più grande nazione del mondo. Eppure, sul piano della risposta ad HIV, restano un Paese attraversato da disuguaglianze profonde. Secondo i CDC, HIV rimane un problema persistente negli Stati Uniti; nel 2022 le nuove infezioni stimate erano ancora 31.800. I dati più recenti sulle diagnosi continuano inoltre a mostrare forti disparità, in particolare a carico delle comunità nere, latine, gay, bisessuali e delle persone che vivono negli Stati del Sud.
Quindi la domanda è piuttosto semplice: se nemmeno il Paese più ricco e potente del mondo, come si dipinge, è riuscito a risolvere HIV dentro i propri confini, con quale arroganza pensa di poter indebolire la risposta globale senza pagarne le conseguenze?

Non parliamo solo di generosità. Parliamo di intelligenza sanitaria.

PEPFAR non è stato soltanto un programma di aiuto internazionale. È stato uno degli interventi di salute globale più importanti degli ultimi decenni. Ha salvato vite, rafforzato sistemi sanitari, sostenuto comunità, prodotto conoscenza, creato infrastrutture, reso possibile l’accesso alla terapia per milioni di persone. Naturalmente non è stato perfetto. Nessun programma di quelle dimensioni lo è. Ma ridurlo a una concessione revocabile in base agli umori politici della Casa Bianca significa non capire che HIV si governa con continuità, cooperazione e visione di lungo periodo.

In questo senso, la decisione sul Sudafrica è gravissima non solo per il Sudafrica.

È gravissima perché manda un messaggio al mondo: la salute può essere usata come arma politica. Le persone che vivono con HIV possono diventare merce di scambio. La prevenzione può essere sacrificata. Le comunità possono essere lasciate sole. I programmi costruiti in vent’anni possono essere smontati in pochi mesi. È una logica brutale quanto stupida.

Perché ogni arretramento nella risposta globale ad HIV produce conseguenze che non restano confinate nei Paesi più colpiti. Meno test significa più diagnosi tardive. Meno prevenzione significa più nuove infezioni. Meno continuità terapeutica significa più malattia, più morti, più rischio di resistenze. Meno servizi di comunità significa più stigma, più invisibilità, più persone fuori dai sistemi di cura.

E quando una pandemia viene lasciata crescere nelle fratture sociali, prima o poi quelle fratture riguardano tutti.

La cosa più inquietante è che tutto questo avviene mentre il mondo avrebbe a disposizione strumenti straordinari. Terapie efficaci. Prevenzione combinata. PrEP orale. Lenacapavir. Test rapidi. Strategie community-based. Evidenze solidissime su U=U. Esperienze di intervento che funzionano, soprattutto quando coinvolgono le comunità più colpite.

Siamo in un momento storico in cui potremmo davvero fare un salto di qualità nella risposta globale ad HIV. Invece rischiamo di assistere a un arretramento politico, ideologico e finanziario. Non perché manchino gli strumenti, ma perché manca la responsabilità.

E allora sì, diciamolo chiaramente: quando HIV viene usato per punire un governo, per compiacere una base elettorale o un elettore in particolare, per alimentare una narrazione razziale o per esibire muscoli geopolitici, non siamo più davanti a una semplice scelta di politica estera. Siamo davanti a un abuso di potere che colpisce persone reali.
Persone che vivono con HIV. Persone che hanno bisogno di prevenzione. Persone che rischiano una diagnosi tardiva. Persone che lavorano nei servizi. Comunità che da decenni tengono in piedi pezzi fondamentali della risposta.

La salute globale non può dipendere dai capricci di un bullo e HIV, più di molte altre questioni sanitarie, ci ricorda una verità elementare: la lotta contro HIV non è mai solo una questione nazionale. È una responsabilità condivisa.

Quando la politica lo dimentica, non diventa più sovrana.

Diventa soltanto pericolosa.

Sandro Mattioli.

Quando si parla di HIV e conflitti armati si tende spesso a dare per scontato che la guerra produca sempre gli stessi effetti: ospedali distrutti, farmaci che non arrivano, pazienti che interrompono le cure. La realtà è più complessa.

Negli ultimi anni ho scritto più volte della guerra in Ucraina e della situazione nei Territori Palestinesi. Non perché ritenga che i due conflitti siano identici – non lo sono – ma anche per un’altra ragione.

Ogni volta che si parla di Gaza, prima o poi qualcuno domanda: “E l’Ucraina?”. Come se richiamare una guerra servisse a sminuire l’altra. Come se fosse necessario scegliere quale sofferenza meriti attenzione e quale no.

Per chi si occupa di HIV, però, il confronto può essere utile per una ragione diversa. Non per stabilire graduatorie del dolore, ma per osservare come conflitti molto differenti producano effetti molto differenti sulla salute, sui sistemi sanitari e sulla possibilità stessa di accedere alle cure. In questo senso, il confronto non serve a dimostrare che una guerra assomiglia all’altra, ma esattamente il contrario.

L’HIV offre una prospettiva particolare. Le persone che vivono con HIV hanno bisogno di continuità assistenziale, farmaci, esami di laboratorio, supporto sociale, prevenzione e servizi territoriali. Una guerra mette tutto questo sotto pressione. Ma ciò che accade dopo dipende dalle scelte politiche, dalle risorse disponibili e dalla capacità delle istituzioni e delle comunità di reagire.

Ucraina: adattarsi alla guerra

Se c’è una lezione che arriva dall’Ucraina è che, anche sotto le bombe, un sistema può provare ad adattarsi.

Prima dell’invasione russa del 2022 una parte importante della risposta HIV era concentrata nei grandi centri urbani e nelle strutture specialistiche. Con la guerra milioni di persone si sono spostate, molte infrastrutture sanitarie sono state danneggiate e raggiungere un ospedale è diventato spesso un grosso problema.

La risposta è stata una progressiva decentralizzazione dei servizi.

Secondo Alliance for Public Health, nel 2024 oltre un terzo delle nuove diagnosi HIV in Ucraina è stato individuato attraverso programmi comunitari. Sono stati effettuati test mobili nelle aree di frontiera, distribuiti autotest, sviluppati servizi digitali e telemedicina, organizzate consegne di farmaci a domicilio e attivati programmi di supporto per rifugiati e sfollati interni.

I numeri sono impressionanti.

Nel solo 2024 oltre 24.000 spedizioni contenenti farmaci antiretrovirali sono state recapitate direttamente ai pazienti e quasi 50.000 persone hanno potuto continuare la terapia grazie a sistemi di tracciamento e supporto dedicati. Più di 120.000 accessi ai servizi HIV sono stati effettuati attraverso cliniche mobili. Oltre 40.000 richieste di aiuto sono state gestite da piattaforme online rivolte a persone con HIV e popolazioni chiave sparse in più di 50 Paesi.

Non solo.

Mentre la guerra continuava, l’Ucraina ha persino introdotto innovazioni come la PrEP long acting con cabotegravir e ha ampliato i programmi di riduzione del danno e terapia sostitutiva con agonisti oppioidi. Nulla di tutto questo significa che la situazione sia semplice. Significa però che esiste ancora un sistema sanitario, esistono istituzioni funzionanti, esistono organizzazioni comunitarie in grado di operare e, soprattutto, esistono finanziamenti internazionali che hanno consentito di mantenere in vita la risposta all’HIV.

La fragilità della dipendenza da PEPFAR

Proprio qui emerge un secondo insegnamento: nel gennaio 2025 il congelamento “temporaneo” degli aiuti esteri deciso dall’amministrazione Trump ha mostrato quanto il sistema ucraino dipenda ancora dal sostegno internazionale.

Un articolo pubblicato su The Lancet riportava che circa 118.000 persone ricevevano terapia antiretrovirale in Ucraina e che il programma PEPFAR stava sostanzialmente garantendo l’approvvigionamento dei farmaci per l’intero Paese. Le scorte disponibili erano stimate in circa sei mesi.

Il problema, però, non riguardava soltanto le pillole.

Le sospensioni hanno colpito programmi di testing, attività di outreach, personale, supporto psicosociale, collegamento alle cure e prevenzione. In altre parole, tutto ciò che rende possibile arrivare alla diagnosi e mantenere una persona nel percorso assistenziale.

UNAIDS ha successivamente segnalato ritardi e blocchi nelle spedizioni di farmaci antiretrovirali e di TDF/FTC utilizzato per la PrEP.

A livello globale, i primi bilanci del 2026 mostrano una situazione preoccupante: mentre la continuità terapeutica è stata in gran parte preservata, si registrano forti riduzioni nelle nuove diagnosi, nel testing e nell’accesso alla PrEP.

La lezione è evidente: anche un sistema resiliente resta vulnerabile quando dipende in misura significativa da decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza… da un bullo imbecille.

Gaza: dal sotto-diagnosticato al collasso.

Ma l’esperienza di Gaza mostra che esiste anche uno scenario molto diverso.

Qui non stiamo osservando l’adattamento di un sistema sanitario sotto pressione.

Stiamo osservando il collasso di un sistema sanitario.

Uno studio pubblicato sul Journal of the International AIDS Society descrive il passaggio da una situazione di “chronic under-detection” a una di “acute collapse“.

Prima dell’attuale guerra, a Gaza risultavano ufficialmente registrate circa 50 persone con HIV.

Si tratta quasi certamente di una sottostima. Stigma, limitato accesso ai test, insufficienza dei sistemi di sorveglianza e difficoltà di accesso alle cure rendevano già difficile conoscere la reale dimensione dell’epidemia.

Oggi il problema è diventato molto più grave.

Un quadro drammatico emerge dall’articolo The Silent Epidemic: HIV in Gaza amid Healthcare Collapse di Rafał Majka e Samer Abuzerr. Citando dati del Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS), gli autori riportano che nel marzo 2026 la terapia antiretrovirale era disponibile in appena il 2% delle strutture sanitarie della Striscia di Gaza. Nell’aprile dello stesso anno il 94% degli ospedali risultava distrutto o gravemente danneggiato e solo l’1,5% dei centri di assistenza sanitaria primaria era ancora pienamente operativo.

Non si tratta più soltanto di garantire la distribuzione dei farmaci. Si tratta di capire se esistono ancora strutture in grado di effettuare una visita, un esame, una diagnosi o semplicemente conservare correttamente i medicinali.
Per le persone che vivono con HIV il rischio non è solo l’interruzione della terapia. È la scomparsa dell’intero sistema che rende quella terapia possibile.

Due guerre, una stessa lezione

Ucraina e Gaza raccontano due storie molto diverse.

In Ucraina vediamo una risposta HIV che, pur tra enormi difficoltà, ha cercato di adattarsi attraverso la decentralizzazione dei servizi, il protagonismo delle organizzazioni comunitarie e il sostegno internazionale.

A Gaza vediamo cosa accade quando la distruzione delle infrastrutture sanitarie raggiunge livelli tali da compromettere l’esistenza stessa del sistema, l’esistenza stessa della vita.

Entrambe le situazioni dimostrano però la stessa cosa: la salute non è mai neutrale.

L’accesso alle cure dipende da decisioni politiche.

I finanziamenti internazionali sono decisioni politiche.

La protezione degli operatori sanitari, o consentirne la loro sistematica uccisione, è una decisione politica.

La possibilità di ricevere o meno una terapia salvavita è una decisione politica.

Per quarant’anni il movimento HIV ha combattuto proprio per questo: perché nessuno potesse fingere che salute e politica appartengano a mondi separati.

Le guerre ci ricordano, nel modo più brutale possibile, quanto quella lezione sia ancora attuale.
Ci ricordano anche un’altra cosa che il movimento HIV ha imparato molto presto: il silenzio non è mai neutrale.

Negli anni Ottanta, quando governi e istituzioni ignoravano l’epidemia, gli attivisti di ACT UP sintetizzarono questa consapevolezza in uno slogan destinato a diventare uno dei simboli della lotta contro l’AIDS: Silence = Death.
Non era soltanto una denuncia dell’indifferenza. Era il riconoscimento di una realtà molto concreta: quando le persone smettono di parlare, di testimoniare, di denunciare e di chiedere conto delle decisioni politiche, le conseguenze continuano a prodursi. E spesso continuano a produrre morti.

Per questo parlare di HIV in tempo di guerra non significa allontanarsi dall’HIV. Significa andare al cuore della questione.
Significa parlare di continuità terapeutica e di accesso alle cure. Significa parlare di ospedali che restano in piedi o vengono distrutti. Di finanziamenti che arrivano o vengono sospesi. Di operatori sanitari protetti o uccisi. Di persone che possono continuare a vivere oppure vengono lasciate sole.

L’Ucraina e Gaza raccontano storie molto diverse. Ma entrambe mostrano che la salute non esiste nel vuoto. Esiste dentro decisioni politiche, economiche e militari che possono salvare vite oppure metterle in pericolo.

E proprio per questo, oggi come quarant’anni fa, il silenzio non è neutralità. È complicità.

Sandro Mattioli
Plus aps.

Chi ha letto i miei report degli anni precedenti, oltre a guadagnare punti per il paradiso, saprà che tendo a dare la precedenza alle plenarie perché normalmente gli interventi effettuati davanti a oltre 3.000 persone sono i più importanti.
I temi trattati nella prima plenaria, spesso danno l’idea dell’orientamento che avrà la conferenza o di ciò che “bolle in pentola” e, con gli interventi del Governo federale, bollono parecchie cose.

È interessante notare che la prima lettura è stata HIV Cure: A Translational Research Perspective, Ole S. Søgaard, Aarhus University, Aarhus, Denmark. Ma guarda un po’: il primo tema della prima plenaria è proprio la cura, ossia a che punto siamo con il trattamento per guarire da HIV.

La ricerca traslazionale, per dirla in parole povere, cerca di realizzare nuovi strumenti clinici a partire dalle scoperte scientifiche degli studi.
La foto del soffitto del ponte coperto che collega le due aree del centro congressi Moscone, (dedicato al Sindaco di S. Francisco assassinato insieme a Harvey Milk nel 1978) rende l’idea: per eliminare HIV, è necessario trovare l’unica lucina fasulla, ma in apparenza uguale alle altre, fra tutte quelle lucine. Togliere HIV dal nostro corpo è cosa estremamente complessa e il dott. Søgaard ce lo ha fatto capire molto chiaramente.

La HSCT, ossia il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (Hematopoietic stem cell transplantation), può curare ma non è sicura, volendo usare un garbato eufemismo stante che circa il 20% dei trapiantati muore. Tuttavia è una prova che HIV può essere curato.

Il problema principale nella lotta contro HIV è che il virus si integra nel DNA umano e lo si trova ovunque nel corpo. Ora… ovviamente comprendo che si tratta di un tema estremamente complicato, che abbiamo strumenti limitati, che queste ricerche costano moltissimo, lo comprendo. Ma quello che a mio avviso è importante è tenere un faro puntato su questo tema. Quando mi chiedono quali sono i bisogni insoddisfatti delle persone con HIV, la prima cosa che penso è che non siamo ancora guariti.

Tutti i pazienti tendono a voler guarire, perfino chi ha un cancro in fase terminale cerca una via per farcela. Chissà perché a noi questo obiettivo pare che non sia concesso, invece è un obiettivo politico da tenere sempre, costantemente sullo sfondo. Io sono un attivista, un politico, non un ricercatore e penso che in questa vicenda ognuno deve fare il suo mestiere. Il mio è quello di spingere perché i ricercatori trovino una soluzione, la ricerca la deve trovare.

Il dott. Søgaard è un ricercatore con il giusto atteggiamento e parte in quarta a descrivere le strategie perseguibili per eliminare HIV: 1) prendere di mira il provirus, 2) migliorare la risposta immunitaria. Sulla carta ci sono vari modi per raggiungere questi obiettivi ma sono tutti ancora in fase di studio, alcuni anche da molto tempo come la strategia “shock and kill”, fin’ora con scarsi risultati: si è visto che le LRA (Latency-reversing agents) possono incrementare HIV nelle cellule e nel plasma, ma non hanno alcun impatto nei reservoir. Ci sono poi le modifiche genetiche, la sfida dei vaccini terapeutici, gli inibitori del checkpoint a sua volta una forma di immunoterapia o gli anticorpi neutralizzanti.

Ci ha anche dato un’idea della cosiddetta cura funzionale, ossia la soppressione immuno-mediata della replicazione virale, ma anche su questo si parla di attendere anni.

Secondo il relatore, la ricerca si dovrebbe orientare verso:

  • Riduzione dei reservoir
    • abbiamo bisogno di strategie più specifiche e potenti per ridurre i reservoir (in modo sicuro)
  • indurre il controllo virale
    • acquisire una migliore comprensione di come e quando colpire la persistenza dell’HIVcostruire sulla base dei segnali positivi che arrivano dagli studi attualmente in corsoesplorare interventi combinati volti a migliorare l’immunità adattativa specifica
    • sviluppare strategie per superare la disfunzione immunitaria in coloro che hanno iniziato tardi la terapia antiretrovirale
  • mantenere il controllo virologico
    • esplorare approcci e modalità per mantenere alti livelli di aNAb (anticorpi neutralizzanti) e cellule T specifiche per l’HIV

Nella presentazione successiva, Chris Beyrer, del Duke Global Health Institute, Durham, NC, USA, ci ha relazionato sul tema The global HIV/AIDS pandemic: where are we now?

In sé un titolo tipico del riempitivo, non molto allettante, invece è stato vero il contrario. Il relatore ha esordito dicendo che l’accesso al trattamento ARV deve continuare… perché già alle attuali condizioni il 23% delle persone con HIV non è in terapia, nel mondo, e infatti il numero di morti per AIDS non sta calando con la rapidità attesa e le stime UNaids sul numero di nuove diagnosi è di 1 milione 300 mila persone nel 2023, un numero sottostimato a partire dal fatto che i dati ufficiali della Russia sono troppo bassi, almeno il 50% dei casi non vengono dichiarati.

In altre parole:

  • non abbiamo raggiunto gli obiettivi di UNAIDS 2025, tenendo presente che incidenza e mortalità per HIV sono in calo, ma troppo lentamente
  • l’incidenza in particolare è ancora troppo alta per poter raggiungere il controllo dell’epidemia per il 2025
  • in 3 Regioni (Europa e Asia Centrale, America Latina, Medio Oriente e Nord Africa nel 2025 sono in espansione epidemiologica

Anche nei Paesi dove le cose non vanno male, alcune fasce di popolazione continuano ad avere una incidenza ostinatamente alta (per esempio gli MSM afro-americani in USA).

Il relatore propone alcuni messaggi chiave:

  •  Per ottenere il controllo dell’epidemia serve implementare in modo significativo i programmi di prevenzione primaria
  • Purtroppo, a parte la prevenzione materno-fetale, i programmi di prevenzione finanziato con la PEPFAR sono in pausa
  • L’aderenza alla prevenzione primaria, compresi gli iniettabili a lunga azione, potrebbe ridurre notevolmente l’incidenza dell’HIV, ma solo se applicata su larga scala sia alla popolazione ad alta densità di incidenza (MSM, Sex Worker, TGW, ragazze adolescenti (AGYW) in contesti ad alto carico) sia a quella a bassa incidenza.
  • Per raggiungere il controllo epidemico occorre che oltre 40 milioni di persone sia messo in PrEP.

In questo quadro i cambiamenti apportati dal governo federale USA alle politiche sanitarie stanno creando un vero caos.

Per rendere l’idea,

prima della PEPFARCon PEPFAR
nei paesi africani ad alto tasso di HIVDopo oltre 20 anni e 110 miliardi di dollari investiti
l’aspettativa di vita media stava diminuendo di 10-30 anni25 milioni di vite salvate – hanno aiutato a colmare il divario di aspettativa di vita nei Paesi supportati
Il prodotto interno lordo in calo del 2,6% all’anno20,5 milioni di persone in ART
29 milioni di persone contagiate e senza accesso ai farmaci5,5 milioni di bambini nati senza HIV
Prodotto interno lordo pro capite in crescita del 2,1%

L’impatto atteso della PEPFAR nel periodo 2024-2030 era già stato calcolato e prevedeva, per esempio, 5,2 milioni di morti in meno nei 12 Paesi supportati, ma senza PEPFAR si prevede:

  • un aumento del 400% di morti per patologie AIDS correlate
  • raddoppio degli orfani a causa dell’AIDS dal 2023
  • la PrEP verrà offerta solo alle donne incinte o in allattamento

Le popolazioni chiave vengono rimosse dagli indicatori, dai report di monitoraggio, dalle linee guida, dal flusso di immissione dati e dai modelli.
Fra le sex worker si prevede un incremento del 30% di nuove infezioni, il 20% fra MSM e donne trans, il 15% fra drug user.

Sandro Mattioli
Plus aps

Con una piccola citazione dal film di Pedro Almodóvar, parto con la relazione di oggi.

La plenaria di oggi ha celebrato i 30 anni della Pepfar.

The U.S. President’s Emergency Plan for AIDS Relief (PEPFAR), un impegno oggettivamente molto alto degli Stati Uniti che dal 2003 ha investito qualcosa come 100 miliardi di dollari in una singola malattia. Di questo ha parlato il direttore del programma Pepfar per l’Africa John Nkngasong di cui ho apprezzato la chiarezza espositiva con la quale ha mostrato i passi in avanti fatti grazie al programma.

Come vedete dall’immagine, la situazione in Africa prima del 2003 era davvero pessima, c’è da dire che lo si sapeva almeno dal 1990, con crollo dell’aspettativa di vita fino al 35% in Zimbabwe, non che gli altri Stati fossero messi molto meglio. L’impatto di HIV/AIDS ha sconvolto la vita di milioni di africani nel disinteresse generale, diciamolo. Nel dicembre 2002 i membri afroamericani del Congresso indirizzarono una richiesta d’aiuto al Presidente Bush che prese l’impegno di sostenere le richieste contenute e già a gennaio 2003 annunciò l’impegno dell’amministrazione per un piano straordinario di aiuti per “the people of Africa”. Al di la di questi aspetti un po’ lecchini, i fondi non solo sono arrivati ma, grazie a una serie di controlli, sono stati usati davvero per cercare di porre rimedio alla situazione in Africa, sia pur con colpevole ritardo.

Il relatore cita i dati di 30 anni di interventi, progetti, azioni in vari Stati del Continente resi possibili grazie ai fondi Pepfar:

E per fortuna verrebbe da dire perché l’Africa da sola raccoglie il 60% delle infezioni da HIV del pianeta e il 65% delle morti aids correlate. Tuttavia la cosa incredibile è nonostante questa situazione molti Stati africani hanno raggiunto gli obiettivi UNAids (i tre 90) e sono addirittura vicini a raggiungere i tre 95 previsti per il 2030. Parlo del 95% delle persone con HIV diagnosticate, il 95% delle persone diagnosticate in terapia, il 95% delle persone in terapia undetectable.
Quegli stessi obiettivi che il Sindaco di Bologna si è impegnato a ottenere prima del 2030 aderendo a Fast Track City. Speriamo di essere più bravi del Botwana che, secondo i dati presentati, è a un passo da raggiungere i tre 95.

20,1 di persone in trattamento
5,5 milioni di bambini nati senza HIV
70.000 strutture realizzate
340.000 operatori sanitari formati
3.000 laboratori in funzione.

Gli investimenti hanno infatti consentito vaste campagne di testing che hanno portato alla luce dati già noti – come i numeri incredibilmente alti di donne contagiate – ma anche dati non noti come il boom di casi fra giovani uomini cresciuto del 33%, è evidente che non facevano i test.

Inoltre, l’impegno di questi anni ha reso possibile il dispiegamento di personale formato anche contro covid (vaccinazioni, test, raccolta dati). Alla fine quella Pepfar si è dimostrata una piattaforma utile anche per contrastare altre infezioni emergenti.

Ovviamente ora, per citare il relatore, l’Africa vuole andare avanti e sono previsti investimenti nella direzione dei long acting come PrEP, in laboratorio e progetti di ricerca per la cura contro HIV. Progetti ambiziosi che fanno impallidire la coscienza dei politici italiani, se ne avessero una, in perenne ritardo su qualunque tema innovativo in questo campo.

Ho partecipato anche ad alcune sessioni interessanti su un tema di cui in Italia si vocifera da tempo ma non si prende nessuna decisione ufficiale: la doxiciclina come profilassi post esposizione per le IST batteriche, principalmente gonorrea, clamidia, sifilide. Infezioni molto comuni fra i nostri utenti in PrEP, test che potremmo effettuare anche al Checkpoint se non fosse per inedia dell’Azienda Sanitaria, ma anche considerando solo i dati del PrEP-Point sarebbe interessante ragionarci su questa forma di PEP.

Nella sezione Hiv And Sti Prevention: New Tools Approaches sono stati presentati numerosi studi sia pur non con grandi numeri, i cui risultati vanno tutti nella direzione di un consistente calo di incidenza di IST.

Lo studio più strutturato, anche se open label, è quello presentato da Molina, il papà della PrEP francese ricercatore principale dello studio Ipergay che ha portato la PrEP on demand nelle nostre case.
Gli studi sostanzialmente convergono sulla concentrazione efficiente e persistente della doxy nelle mucose, in particolare quelle rettali (il che spiega l’efficacia osservata negli MSM, dice la ricercatrice con un tono più vicino all’invidia che alla sorpresa) quindi per funzionare funziona ma ci sono ancora perplessità rispetto al dosaggio e, soprattutto sulla possibilità di creare ceppi resistenti.

Tornando a Molina e il suo studio “Doxyvac”, che è particolare perché i partecipanti – tutti MSM – sono stati inizialmente divisi in 4 gruppi: 1 gruppo con DoxyPEP e uno senza, un gruppo con il vaccino contro meningite B e uno senza, il tutto con numeri consistenti (fra i 170 e i 330 arruolati a seconda dei bracci di sperimentazione). I dati sono molto buoni in particolare su clamidia e sifilide che hanno visto un calo di incidenza fino all’80%, ma anche su gonorrea 55% direi che non ci possiamo lamentare. L’evidenza sostenuta da questi dati ha convinto l’organo di controllo dello studio a fermare l’arruolamento di nuovi partecipanti e a offrire a tutti doxypep e il vaccino.
Come “nota di colore” chiudo con un commento, fra le varie slide che sono state presentate, una che mi ha molto divertito riguarda la valutazione sulle variazioni dei comportamenti sessuali, il sexual behaviour, dei ragazzi gay del campione: nessuno. Come potete vedere dall’immagine, al netto che i ragazzi fossero in doxypep o no, fossero vaccinati o no, non si sono registrate variazioni, il che la dice lunga sulla necessità di questo genere di pep nel campione preso in esame.

Sexual behaviour

Le conclusioni di Molina sono chiare:

  • la pep con doxy è ben tollerata e vede un alto tasso di aderenza;
  • i dati mostrano un consistente calo nell’incidenza di IST negli MSM;
  • il vaccino 4CmenB ha ridotto l’incidenza di un primo episodio di NG fra gli MSM arruolati;
  • in corso la valutazione del pieno impatto sulla resistenza agli antibiotici (IST, microbioma).

Ovvio che la bacchetta magica non ce l’ha nessuno ma potrebbe essere sulla carta utile un approccio combinato.

Rispetto al tema delle resistenze gli studi non hanno sottolineato ma sembra evidente che serviranno studi mirati di più lunga durata per valutare se questo problema sulla carta consistente si può considerare superato o superabile e comunque credo che sia meglio attendere i dati sulle resistenze dello studio di Molina che mi è sembrato il meglio strutturato.

Sandro Mattioli
Plus aps