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Ultima giornata della Conferenza EACS. Ho pensato che potrebbero essere interessanti le ultime sessioni che hanno trattato temi “caldi”, almeno per noi in Italia

  • DoxyPEP e vaccino contro gonorrea
  • Chemsex
  • Aumento di peso a causa dei farmaci ARV

La sessione principale dell’ultima giornata comprende i lavori scelti dai presidenti per essere presentati in pubblico.

Lo studio “Doxycycline postexposure prophylaxis and the 4-component meningococcal B vaccine among persons living with HIV at high risk for bacterial sexually transmitted infections in Switzerland” già dal titolo porta con sé un certo interesse perché è uno dei pochi studi sulla prevenzione delle infezioni batteriche su persone con HIV.

Dal razionale esposto, lo studio della coorte svizzera si propone di fare un po’ di chiarezza rispetto ai dati contraddittori che circolano nell’ambiente. Lo studio è disegnato come osservazionale multicentrico su una popolazione MSM e TGW con HIV e che

  • Hanno rapporti sessuali senza condom con partner occasionali e/o
  • Hanno avuto almeno 1 diagnosi di IST negli ultimi 3 anni e
  • Hanno dato il consenso all’utilizzo off-label della doxiciclina e del vaccino contro il meningococco B (4CMenB)

Lo studio, di durata triennale, ha come endpoint l’incidenza della IST batteriche. Questa prima relazione espone un’analisi ad interim del periodo che va dal 30 novembre 2023 al 30 giugno 2025.

Rispetto alle caratteristiche demografiche il campione è costituito principalmente da uomini bianchi (83,8%), con un’età mediana di 49 anni, con in media 4 partner occasionali negli ultimi 3 mesi, una media di 277 giorni dall’ultima IST e 1 IST in media prima dell’inizio dello studio.

Gl utenti in doxyPEP sono 266, quelli che con doxy + vaccino contro il meningococco B 114.

I risultati per gli utenti in doxy sono interessanti:

  • totale casi di IST in generale prima dell’inizio dello studio 407, dopo lo studio 79 (p<0.001)
  • totale casi clamidia prima 152, dopo 17 (p<0.001)
  • totale casi gonorrea prima 141, dopo 48 (p≥ 0.05)
  • totale casi sifilide prima 114, dopo 14 (p<0.001)

Per quanto riguarda i 144 utenti in doxy+4CMenB i risultati ovviamente solo su gonorrea, sono

  • prima dello studio 76 casi, dopo 11 (p≥0.05)

Le conclusioni almeno per quanto riguarda questa analisi ad interim sono piuttosto evidenti:

l’uso di doxyPEP nelle persone con HIV ad alto rischio di per le IST batteriche porta ad un calo significativo dei casi clamidia e sifilide.

Non ci sono effetti significativi della doxyPEP o del vaccino contro il meningococco B sull’incidenza di gonorrea.

Il secondo studio dal titolo “Chemsex, novel chemsex substances, associated risks for STIs, and an extended PrEP cascade among HIV-negative MSM, trans* individuals in 20 European countries: A latent class analysis” è interessante appunto perché ha effettuato una ricerca su MSM e persone trans in 20 stati europei.

Dal punto di vista del metodo, lo studio ha coinvolto 14.652 MSM HIV-negativi (per cui non so quel “trans” nel titolo a che serva!) provenienti da 20 paesi europei hanno completato un’indagine trasversale (PROTECT) tra ottobre 2023 e aprile 2024. È stata utilizzata l’analisi delle classi latenti (LCA) per raggruppare l’uso di sostanze a sfondo sessuale. Inoltre, sono state studiate le IST auto-riferite dai partecipanti nei sei mesi precedenti e le cascate della PrEP (assunzione di PrEP orale, aderenza, interruzione, intenzione di LAI-PrEP), con regressione logistica a coppie per confrontare l’intenzione di LAI-PrEP, aggiustando per l’uso attuale di PrEP orale.

Come forse avete notato c’è una curiosa “riclassificazione” delle sostanze in tradizionali (metanfetamine, GBL, ketamina, cocaina e mefedrone) e “nuovo chemsex” dove, alle sostanze tradizionali, si aggiungono i catinoni sintetici.

Una nota “buffa”: come vedete dall’immagine la cannabis è molto popolazione in tutti gli stati mentre in Italia molto meno… mah!

Altra cosa curiosa è la terminologia utilizzata da questo ricercatore olandese che ha inventato il termine “bottom shorties” che sta a indicare le sostanze utilizzate per agevolare la penetrazione anale e/o una maggiore disinibizione, con un effetto della sostanza relativamente più breve.

I gruppi di consumatori sono stati definiti sulla base delle dichiarazioni dei consumatori stessi, per cui abbiamo quelli dell’uso moderato o i giovani con uso moderato che sono in realtà i protagonisti della ricerca perché i risultati ci danno un’idea di uso tutt’altro che moderato soprattutto per quanto riguarda cannabis, cocaina, GHB/GBL e popper.

La associazione fra gruppi e contagio da IST è un po’ complicata, tuttavia mi sembra di capire che il gruppo che sua sostanze “nuove”, quindi con l’aggiunta dei catinoni, ha un’incidenza di gonorrea, clamidia e sifilide più alta rispetto a chi usa sostanze tradizionali.

I giovani con uso sedicente moderato preferiscono i catinoni, sembrano avere un peggiore assorbimento di PrEP orale, un’aderenza non ottimale alta e un elevato tasso di interruzione della PrEP orale ma un alto interesse per la PrEP long acting.

Una analisi che trova qualche riscontro anche nei nostri dati e che mi porta a riflettere se l’età non possa essere un elemento da considerare per un passaggio ai long acting, un tipo di trattamento che suscita interesse.

Un altro studio interessante è l’ACTG A 5391 dal titolo “Metabolic and Body Composition Outcomes at 48 Weeks among People with HIV and Obesity on Integrase Inhibitors and Tenofovir Alafenamide Switching to Doravirine with or without Tenofovir Disoproxil Fumarate: ACTG A5391 (the DO-IT Trial)”.

Uno degli effetti collaterali più frequenti degli inibitori dell’integrasi (INSTI) è l’aumento di peso. Può sembrare una cosa da poco ma questo effetto ne porta altri come diabete, problemi cardiovascolari, ecc. Lo studio è statunitense, giustamente, ha randomizzato 145 persone HIV+ obese (BMI >30kg/m2) e con insulino-resistenza, in terapia stabile con un INSTI+TAF, a passare a una terapia con doravirina+TAF+emtricitabina (FTC) o a continuare con l’attuale regime. A 48 settimane non ci sono stati risultati significativi in nessuno dei parametri fisici che indicano l’obesità con o senza la sostituzione di TAF con il vecchio TDF (tenofovir disoproxil fumarato).

Lo stesso relatore ci segnala un paio di limiti dello studio ossia che hanno arruolato solo persone negli USA per cui i dati potrebbero non essere generalizzabili, inoltre il disegno dello studio in forma open-label potrebbe aver influenzato i pazienti, per tacere del fatto che i dati potrebbero non essere applicabili a chi ha un BMI <30Kg/m2. Provo a incollare la tabella con il grafico dei risultati per chi si diletta di statistica.

Vabbè… speravo tanto nella doravirina ma temo che dovrò fare ginnastica.

Da ultimo 2 parole sullo studio di fase 2 (quindi non abbiate fretta) su una composizione di Islatravir e Lenacapavir come terapia contro HIV 1 volta a settimana.

Fase due vuol dire che si è concentrato sul mantenimento della soppressione virologica ossia descrive l’efficacia e la sicurezza e la descrive bene perché alla 48esima settimana il 94,2% dei pazienti ha mantenuto la carica virale non rilevabile. Non ci sono eventi avversi importanti (2 hanno fatto registrare che hanno la bocca secca…) battute a parte sembra ben tollerato. È un po’ presto ancora per trarre conclusioni ma sembra che questa combinazione di molecole abbia buone potenzialità per diventare la prima LA orale settimanale per persone con HIV.

Sarei disposto a scommettere che se mai arriverà in Italia, la metteranno in scatole da due pillole.

Questa conferenza si conferma nel suo ruolo sostanzialmente divulgativo, i risultati “grossi” vengono presentati al CROI o alle conferenze mondiali, ma comunque è utile. C’è stata una buona presenza di medici italiani, anche con studi interessanti che, in qualche caso, hanno fatto rosicare gli altri… tié. Se proprio vogliamo essere pignoli poteva essere organizzata con maggiore attenzione ai dettagli: la well-being lounge (equivalente delle positive lounge della IAS, ossia uno spazio tranquillo per le persone con HIV) ricavata in uno spazio di passaggio con tanto di filodiffusione delle sessioni è stato un esempio di ad minchiam fecit spettacolare.

Sandro Mattioli
Plus aps

Ormai è cosa nota che i farmaci più recenti (ma anche quelli meno recenti) fanno ingrassare. La plenaria di oggi verteva su questo tema. Purtroppo è stata una lettura in parte deludente, vediamo come mai.

La dott.ssa Jordan Lake, University of Texas Health, Science Center at Houston ha portato la relazione Weight Gain in People With HIV. Non bastava HIV, pure l’aumento di peso (!) ed è partita in quarta con la slide “Global obesity epidemic”. Quindi, un problema consistente e mondiale.

In effetti presenta uno studio dove, in alcuni casi, la prevalenza di obesi nelle PWHIV arriva a superare il 50% e un altro dove l’indice di massa corporea vedere un consistente incremento 12 mesi dopo l’inizio della terapia, rispetto ai 12 mesi prima.

Come sappiamo l’obesità correla con problemi cardiometabolici, ma anche diabete, cancro e varie altre comorbidità, il tutto più frequente in chi ha HIV.

Queste sono conoscenze consolidate da svariati studi. Ma da qui in poi sarà un susseguirsi di punti interrogativi, di verbi al condizionale, di ipotesi se non addirittura di dichiarazione di ignoranza.

Il 13% delle PWHIV prende peso in modo consistente (superiore al 10%) entro il primo anno di inizio della terapia, né sembra che iniziare il trattamento molto a ridosso della sieroconversione sia un fattore. Ma lo switch terapeutico sugli inibitori dell’integrasi [INSTI], (Risk of Obesity, Cardiometabolic Disease, and MACE After Switch to Integrase Inhibitor in REPRIEVE, Emma M. Kileel, CROI, 2025).

In uno studio pubblicato su The Lancet (Lancet HIV, 2024 Oct; 11(10):e660-e669) è stato calcolato tale aumento di peso su pazienti che hanno iniziato la ART a un anno dalla sieroconversione. Ecco i risultati (ovviamente è stata fatta una media):

  • Bictegravi +TAF: 4,93 Kg
  • Eviltegravir + TAF: 4,18 Kg
  • Dolutegravir + TDF: 3,74
  • Dolutegravir senza TAF né TDF: 3,69 Kg
  • Raltegravir + TDF: 3,39 Kg

(si veda anche Changes in Cardiometabolic Parameters After ART Initiated Within 1 Year of HIV Acquisition, Nikos Pantazis et al., 826, CROI 2025)

In molti studi l’aumento di appare più importante nelle donne, negli afroamericani/africani, nelle persone con HIV anziane e con una malattia da HIV seria… però non c’è uniformità di dati a livello mondiale.

Diversi studi attribuiscono al TAF un aumento di peso mediamente di 1\2 Kg, ma se assunto insieme agli INSTI sembra essere additivo o sinergico. Questo accade a causa di un meccanismo che ignoriamo completamente. Ma sappiamo che l’aumento di peso è costituito da grasso.

Ancora, uno studio open-lable, randomizzato, multicentrico, dal simpatico nome “PASO DOBLE” ci informa che anche con viremia soppressa, in caso di switch su INSTI ci dobbiamo aspettare un aumento di peso clinicamente significativo superiore al 5%. Nello studio gli arruolati erano randomizzati a passare a DTG/3TC (dolutegravir/lamivudina ossia il Dovato) o BIC/FTC/TAF (bictegravir, emtricitabina e tenofovir alafenamide ossia il Biktarvy). Nello studio il Dovato si è comportato un pochino meglio del suo concorrente ma di qualche etto.

Inoltre, HIV, ART, obesità e anzianità nelle persone con HIV portano più rapidamente alla obesità sarcopenica ossia un calo della massa muscolare il cui posto viene preso dal grasso, il che porta a problemi cardiovascolari, cancro, diabete, fratture, una generale fragilità. Capite perché insisto nel dire che HIV è in grado di aggirare il blocco dell’AIDS e ci ammazza per altre vie? In tutto questo le conclusioni della relatrice sono una meraviglia:

  • i meccanismi non li conosciamo
  • non ci sono dati sufficienti per imbastire una strategia preventiva o tesa a invertire il processo di aumento di peso
  • servono ulteriori ricerche

Un rapido accenno agli studi pubblicati in forma di poster, trovate le immagini in fondo all’articolo. Al CROI ovviamente ci sono i poster elettronici, ma viene anche data la possibilità di esporli. Francamente è bello poter passeggiare fra i corridoi pieni di studi, una specie di viale della scienza.

Lo studio Online and Less Frequent Monitoring of Oral HIV PrEP Use Are Noninferior to Standard of Care, Marije L. Groot Bruinderink et al., ci informa che le persone in PrEP possono essere viste online e ogni 6 mesi senza che questo causi problemi. Parlando con la ricercatrice è emerso che questo studio olandese ha si arruolato 469 persone analizzate per un anno, ma erano mediamente persone con una alta conoscenza di HIV, sicuramente persone da mettere in PrEP ma con un rischio di contagio tutt’altro che alto. Quando le ho parlato del nostro campione, anche lei ha concordato che è meglio vederli ogni 3 mesi. Tuttavia un ragionamento sulla minoranza del nostro gruppo che non corre rischi alti si potrebbe fare.

A seguire lo studio Self-Reported Frequent vs Infrequent HIV Risk and Actual Diagnoses in MSM: Implications for PrEP, N. Salvadori et al., ci informa che il sesso senza condom con partner casuali è associato a un alto rischio di contagio a prescindere dalla frequenza. In questi casi la PrEP daily o on demand dovrebbe essere raccomandata.

Uno studio niente meno che dell’Università Cattolica di Milano, Asymptomatic Sexually Transmitted Infections in a Population of High-Risk Men Who Have Sex With Men, P. F. Salvo et al., ci informa che le IST asintomatiche sono estremamente comuni fra gli MSM e che gli screening regolari sono fondamentali per il rilevamento e il trattamento. Con buona pace di chi ha coniato il termine “pcerrite” e vuole testare gli MSM ad alto rischio ogni 6 mesi, o se sintomatici.

Lo studio Support for Over-the-Counter PrEP Among Transgender Women and Transfeminine Nonbinary People, L. R. Violette, Harvard Medical School, Boston mi ha molto divertito soprattutto al pensiero di mostrarlo agli infettivologi o ai farmacisti ospedalieri. Per il momento si tratta solo di uno studio teso a registrare il gradimento (ma pensano di andare avanti). L’ipotesi è quella di trasformare la PrEP in farmaco da banco, ottenibile senza ricetta in farmacia oppure online. L’idea nasce dalla difficoltà che diverse persone trans e non binarie hanno a sobbarcarsi tutta la procedura per ottenere il farmaco per la PrEP. Con questo metodo non avrebbero problemi.

Da ultimo lo studio catalano, Impact of a New Opt-In Targeted Strategy for HIV Testing in Emergency Departments, J. Guardiola, Hospital de la Santa Creu i Sant Pau, Barcelona, Spain, è interessante ed esportabile. Nei pronti soccorsi hanno proposto il test per HIV ai pazienti che ricevevano almeno una di queste 6 “diagnosi”:

  1. Infezione sessualmente trasmissibile (IST)
  2. polmonite community-acquired
  3. sindrome da mononucleosi
  4. herpes zoster solo persone fra i 18 e i 65 anni
  5. chemsex
  6. PEP

Questa strategia non sembra aver dato i risultati sperati, nel senso che a fronte di una crescita percentuale del numero dei test ordinati e eseguiti (769.134 in 7 anni), ma il numero di nuove diagnosi (309) è rimasto invariato sul percentuale durante il periodo studiato (2017 al 2023).

Un po’ di memoria. Qua e la nelle aule della conferenza, gli organizzatori hanno esposto alcuni Memorial Quilt, le coperte dei nomi. La Names Project AIDS Memorial Quilt, la inventò nel 1987 Cleve Jones per ricordare i morti di AIDS.
Negli anni ‘80 spesso i morti per AIDS non ricevevano neppure un funerale a causa dello stigma. Jones diede vita al progetto per consentire di commemorare i propri cari realizzando pannelli di stoffa, le coperte appunto, con impressi disegni, pensieri a ricordo della persona amata.
Ogni pezzo è stato cucito all’altro a formare grandi coperte.
Nel 1996 le coperte sono state stese davanti al Campidoglio: 38.000 pannelli a ricordo di 70.000 persone morte occupando lo spazio di 20 campi da calcio. Porterà a una grande presa di coscienza del problema AIDS. Ho pensato che fosse carino ricordarlo e pensare per un momento a Giulio, Stefano, Massimofinché ricordiamo, coloro che amiamo non se ne sono mai veramente andati.

Sandro Mattioli
Plus aps