
La 20esima Conferenza Europea AIDS è iniziata sotto il segno dei problemi tecnici. La struttura che ci ospita, Il Palais des Congrès a Parigi, si pensava che fosse adeguata e abituata a un flusso consistente di persone. In realtà abbiamo visto una inaugurazione quasi completamente senza slide e oggi, primo giorno effettivo di congresso, permane la difficoltà. Stamattina il primo relatore ha dovuto concludere la presentazione a memoria perché non c’è stato modo di trasmettere le ultime due slide, fra cui le conclusioni.
Ma, al di là degli aspetti tecnologici che sono in sé fragili, anche i locali sono palesemente inadeguati ad accogliere tutti i partecipanti. E così ci ammucchiamo davanti ai pochi distributori di acqua, ai pochi bar, ecc. Senza contare che Parigi, per quanto sempre affascinante, non è certo l’ideale dal punto di vista economico. Molti attivisti hanno trovato posto per dormire a 1 ora di metro per non vendere un rene.
Ad ogni modo siamo qui, EACS è sempre un’esperienza interessante e, dopo tutto, Parigi val bene una messa come disse Enrico di Navarra rovinandosi la reputazione.

Anche EACS si è adeguata all’idea di non stampare i poster per gli abstract e a esporre monitor dove i partecipanti possono cercare quello che trovano interessante. Il risultato visibile è che ben pochi lo fanno e buona parte degli studi vengono ignorati, mentre nelle altre conferenze che utilizzano ancora le stampe (magari preferendo materiali riciclati), spesso le persone passeggiano fra le file di poster e gli studi vengono visti. Pazienza. Sicuramente ho incrociato molti ricercatori, soprattutto giovani, che si sono fatti i selfie davanti al monitor con il loro studio… e io ho fatto altrettanto anche se non sono giovane, tié. Questo sono io davanti al nostro eP439.
In generale vedo che aleggia uno spettro non buono su tutti i partecipanti alla conferenza: mancanza di fondi.
Gli istituti di ricerca si lamentano del crollo dei fondi federali USA, le associazioni i soldi non li hanno mai avuti per cui si lamentano da sempre, tuttavia mai come oggi siamo a rischio di sparire. Nel UK, per esempio, oltre 50 associazioni hanno chiuso i battenti e devo dire che anche in Italia la situazione non è buona.
Mi chiedo che senso abbia, da parte delle associazioni, partecipare al CTS se poi da Governo non arriva mai il becco di un quattrino e rischiamo di chiudere?

L’inaugurazione si è dipanata fra discorsi di benvenuto e di circostanza. Alla fine della fiera la parte più interessante è stata la sorpresa finale ossia lo spettacolo offerto da 3 meravigliose drag queen che hanno riempito il palcoscenico con energia e voglia di fare, per chiudere con un breve ma efficace discorso sull’esclusione di alcune fasce di popolazione dalla prevenzione di HIV.
Quindi passiamo direttamente alle successive plenarie. La prima “Are we prepared for pandemics?” è già tutto un programma. Il relatore, dott. Yazdanpanah direttore dell’agenzia nazionale delle ricerche per le malattie infettive emergenti, si chiede se cinque anni dopo la pandemia di COVID-19 e l’emergere dell’Mpox, abbiamo imparato qualcosa su come prepararci alle pandemie e se siamo pronti per la prossima? Il ragionamento prende le mosse da un’analisi della diffusione del virus West Nile che si sta rapidamente diffondendo nell’Europa meridionale mentre nel 2010 era pressoché assente (vedi foto). Quello che si vede è uno studio del ECDC. Secondo l’OMS sappiamo che circa 260 virus provenienti da 25 famiglie di virus sono in grado di contagiare gli esseri umani, ma si ritiene che oltre 1,6 milioni di specie virali ancora da scoprire provenienti da queste famiglie già siano presenti, come ospiti, in mammiferi e uccelli.
Il panorama relativo ai rischi delle malattie infettive è cambiato negli ultimi vent’anni. Il cambiamento climatico, i cambiamenti demografici (urbanizzazione, crescita della popolazione, cambiamento dell’uso del suolo, migrazione, invecchiamento, variazione nei tassi di natalità) e i cambiamenti tecnologici a partire dai viaggi e dal commercio sempre più rapidi e economici che sono in grado di diffondere globalmente gli agenti patogeni, sicuramente influenzano tale cambiamento. Quali sono le nuove sfide che per le quali ci dobbiamo prepare? La prima, che a tutti è venuta in mente del resto, è la drastica riduzione dei finanziamenti del Governo degli USA ma anche i tagli, più moderati, da parte dei paese europei.
Possiamo aggiungere le disuguaglianze sanitarie persistenti tra il Nord e il Sud del Mondo, la perdita di fiducia nel sistema multilaterale (sostituito da America First), così come l’atteggiamento anti-scientifico e il revisionismo scientifico. Il relatore si sofferma su quest’ultimo punto sottolineando come il silenzio istituzionale sia una pessima idea che ha portato a ignoranza sostenuta da dinamiche tossiche politiche e dai social-media. E’ necessario prendere più seriamente la comunicazione scientifica riconoscendo l’importanza di coinvolgere e imparare da educatori qualificati e anche dai leader delle comunità. Tutti abbiamo pensato ai dubbi che in molti hanno sui vaccini, sono privi di qualunque base scientifica ma si diffondono. Pertanto c’è un dovere da parte della comunità scientifica di sviluppare legami diversi, più stretti con la popolazione generale in modo meno paternalistico, bidirezionale su scienza, tecnologia e i loro prodotti, sottolineando certamente i benefici ma anche i loro limiti. Secondo il relatore sono cinque i pilastri fondamentali per lottare con successo contro le malattie infettive emergenti:

- Prevenzione: fermare un’epidemia prima che si verifichi
- Contenimento: eliminare la trasmissione della malattia da individui infetti a individui suscettibili dopo che è emersa una malattia
- Servizi sanitari: salvare la vita delle persone malate e garantire la continuità di altri servizi sanitari, compresi quelli per la salute mentale
- Equità: garantire che gli oneri economici e sociali siano condivisi tra la popolazione e che i gruppi o le persone vulnerabili siano protetti
- Innovazione e diffusione: sviluppare, produrre e distribuire nuove terapie e vaccini in modo equo e efficiente.

La successiva lecture tenuta dalla dott.ssa Monica Ghandi, UCSF, è sulla terapia antiretrovirale (ART) e ha iniziato parlandoci della storia di HIV e di come è entrato nel corpo umano. Ormai tutti, o molti, sappiamo che Il 5 giugno 1981, Il CDC di Atlanta (Centers for Disease Control and Prevention), pubblicò un articolo sul suo Morbidity and Mortality Weekly Report, dove venivano descritti 5 casi di un rara infezione polmonare, PCP, in giovani gay di Los Angeles altrimenti sani. Ma per tracciare le vere origini molti studi sono andati ad analizzare dove vediamo i retrovirus nei nostri “parenti più stetti”, i primati. La presenza di retrovirus è stata dimostrata in effetti in molti primati, SIV ( Virus di immunodeficienza delle scimmie) è in grado di infettare almeno 45 specie di primati. Dalle analisi condotte è emersa una parentela stretta fra HIV1 e il SIV degli scimpanzé e di quello dei gorilla, mentre HIV2 è parente del SIV del cercocebo.
Rispetto all’evento che ha permesso il salto di specie verso gli umani, la Ghandi individua una serie di motivi che vanno dalle popolazione che cacciavano i primati per procurarsi cibo e che hanno finito per incorporare diversi ceppi di SIV, fino alla colonizzazione che ha portato alla disgregazione sociale, alla crescita della popolazione nelle città (pensate che in Africa occidentale prima del 1910 nessuna città superava i 10.000 abitanti) e all’aumento della prostituzione. Rispetto al quando, HIV è stato rilevato in 1213 campioni di sangue raccolti e conservati in Zaire nel 1959. Ricostruiti gli alberi genealogici e calcolato il tasso di mutazione è emerso che HIV è entrato negli umani probabilmente fra il 1884 e il 1924.

Oggi abbiamo 40,8 milioni di persone con HIV, senza contare la Russia le cui comunicazioni di diagnosi sono considerate inattendibili; 31,6 milioni in ART;
1,3 milioni di nuove diagnosi l’anno scorso, invariate dal 2022;
630.000 morti l’anno scorso, dato invariato dal 2022;
44,1 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia e 91,4 milioni di infezioni.
Solo i 77% è in ART, il 73% di questi ha viremia non rilevabile.
Stigma, aumento del sentimento anti-LGBTQ, perdita del finanziamento dagli USA, tutto gioca un ruolo.
Fatta eccezione per AZT (messo in uno scaffale come possibile farmaco contro il cancro e provato contro HIV), tutta la ricerca contro HIV è il racconto di una progettazione di farmaci razionale e mirata a fermare il ciclo vitale di HIV. La ART vanta numerose molecole ma possiamo tranquillamente dire di essere nell’era degli inibitori dell’integrasi: BIC e DTG (rispettivamente biktegravis e dolutegravir) che sono farmaci molto potenti.
La causa maggiore di fallimento è la stessa in tutto il mondo: aderenza terapeutica inadeguata, punto confermato dallo studio ACTG 5381. Forse anche per questo la ricerca si sta orientando sui long acting, ossia farmaci che bloccano la replicazione virale per un tempo ben superiore alle attuali 24 ore, 1 pillola al giorno… o magari perché il tasso di soppressione virale negli USA è del 67%, secondo il report 2025 del CDC di Atlanta, la media mondiale è al 73% (!) e sicuramente andrà peggio per quanto sono stupide le scelte sanitarie del Governo federale degli USA.

Già al CROI la Ghandi aveva accennato a un tema in relazione alle terapia long acting (LA). La terapia LA al momento è costituita da cabotegravir (CAB) e rilpivirina (RPV) iniettivi che hanno una durata di 2 mesi. E’ cosa nota che CAB è stato studiato non tanto per essere migliore di altri, quanto per durare più di altri nel fare il suo lavoro. Forse per questa ragiona non ha una barriera genetica altissima. Forse l’unione di CAB e LEN (lenacapavir) potrebbe aiutare ad alzare la barriera genetica, infatti LEN ha già dimostrato di essere utile in pazienti multiresistenti. In effetti la ricercatrice ha condotto un piccolo studio su 34 pazienti con una combinazione long acting di lenacapavir e cabotegravir con un buon risultato. Perché sembro così titubante? Perchè i due farmaci sono aziende concorrenti e non so quanto possa essere probabile una unione di intenti quando ci sono in ballo investimenti di milioni. Staremo a vedere. Nel mentre ci sono altri 2 studi con CAB e LEN LA autorizzati e approvati (A5431 palace e A5433 Lancet) che potrebbero aprire la strada a studi grandi.
Il futuro è molto interessante perché le terapie in pillole preparano un grande ritorno. Per esempio con formulazioni da una pillola una volta a settimana (Islatravir/lanacapavir – islatravir/ulonirvina.
Ma ci sono numerose molecole LA in studio, sia iniettabili che orali: MK8527 1 volta al mese, LEN modificato per durare un anno, CAB ULA modificato per durare 4 mesi, VH199 è un nuovo inibitore del capside, ecc. Anche la Ghandi chiude dicendo davanti a tutti che se non si salva la PEPFAR che il Presidente Trump ha bloccato, tutto ciò servirà a poco.
Sandro Mattioli
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