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LABORATORIO RESIDENZIALE SU HIV, IDENTITÀ SESSUALE, SESSUALITÀ E INTIMITÀ TRA MASCHI
4, 5 e 6 ottobre 2024

Di cosa si tratta?
Io vivo con HIV è un percorso laboratoriale che si situa in continuità rispetto ai precedenti “HIVoices” e “Sono Sieropositivo” svoltisi dal 2010 al 2024, proposti da Plus – Persone LGBT+ Sieropositive – aps, che ha visto coinvolte numerose persone GBMsM (gay, bisessuali e maschi che fanno sesso con maschi). Lo scopo del laboratorio è quello di contribuire alla co-costruzione di un sapere di gruppo che possa agevolare l’esplorazione e la consapevolezza individuale, in merito al proprio modo di “vivere con HIV” e in relazione alle diverse dimensioni dell’esperienza umana e dell’identità sessuale. In particolare, il racconto dell’esperienza biografica di persone che vivono con HIV e l’apertura ad un ascolto partecipato ed empatico, favoriranno la costituzione di uno spazio sicuro. Questo permetterà la possibilità di un confronto e di una narrazione di sé al di là di modelli precostituiti e a favore di una complessità generativa radicata nel vissuto presente. Io vivo con HIV quindi è un laboratorio intensivo che si sviluppa in un contesto accogliente e affermativo del proprio stato sierologico e del proprio orientamento sessuale.

A chi è rivolto?
È rivolto esclusivamente a persone che vivono con HIV, GBMsM (gay, bisessuali e maschi che fanno sesso con maschi) e che hanno partecipato precedentemente ad una o più edizioni di “HIVoices” e/o “Sono Sieropositivo” dal 2010 al 2024. Il gruppo sarà composto da un minimo di 15 a un massimo di 18 partecipanti. A chi partecipa è richiesta una presenza continuativa per l’intera durata del laboratorio e un abbigliamento comodo (tuta, calzettoni, etc.) che agevoli l’espressione corporea.

Metodologia
Tutte le proposte esperienziali richiamano vari ambiti di conoscenza: anatomica, espressivo-corporea,meditativa, artistica, ecc. Queste consentono un apprendimento di tipo sensoriale emotivo, cognitivo. Favorendo la costituzione dei legami di fiducia tra i partecipanti del gruppo, ci eserciteremo nella conoscenza delle 4 dimensioni dell’esperienza: poter fare, poter pensare, poter sentire, poter essere..Quali dimensioni dell’esperienza di persone che vivono con HIV+ incontreremo?
I laboratori esploreranno i temi della vergogna e dello stigma, dell’Ombra con cui ciascuno di noi convive, del desiderio di essere nello sguardo dell’altro. Avremo la possibilità di incontrare le fragilità e le risorse più generative nei nostri percorsi di vita.

Contenuti
La proposta delle attività laboratoriali vedrà le seguenti aree esperienziali/di contenuto come possibilità di vissuto personale e di nuova condivisone con la comunità di ricerca dei partecipanti GBMsM HIV+:

o Ascolto di sé attraverso corpo ed emozioni;
o Decostruzione delle metafore di stigma dell’HIV;
o Affermazione di sé e consapevolezza del proprio stato sierologico;
o Desiderio, sessualità e intimità tra GBMsM;
o Aspettative e timori nell’incontro con l’altro;
o Coming out sierologico e visibilità;
o Contesti di vita e HIV;
o Pratiche di cura di sé.

Tempi
Il laboratorio sarà realizzato in una struttura residenziale, a partire dal tardo pomeriggio di venerdì 4, fino al pomeriggio di domenica 6 ottobre.

Formatori
Beppe Marcella è formatore, pedagogista, analista dialogico – relazionale a indirizzo Rogersiano, laureando in psicologia. Si occupa di formazione alla relazione d’aiuto con particolare attenzione alle identità di genere e prospettiva Queer.
Luigi Carresi è formatore attraverso la mediazione corporea e analista funzionale in supervisione. Conduce gruppi esperienziali in cui promuove lo sviluppo della dimensione simbolica del corpo in movimento e l’ascolto del sapere corporeo.
Andrea De Pasquale è psicologo, pedagogista, analista biografico ad orientamento filosofico, formatore. Lavora in studio come analista e conduce laboratori di gruppo finalizzati a favorire la conoscenza di sé e la crescita personale

Info tecniche

Location

Il residenziale si svolgerà presso la struttura Ca’ Vecchia a Sasso Marconi (vedi il sito) (vedi la mappa)

Trattamento di pensione completa in camera tripla o quadrupla. I pasti saranno consumati presso il ristorante della struttura. I costi per l’eventuale consumo di bevande alcoliche sono a carico dei partecipanti. La struttura fornisce lenzuola e asciugamani. Non sono ammessi animali domestici.

Ai partecipanti è richiesta una presenza continuativa per l’intera durata del laboratorio.

Come raggiungere la struttura

L’associazione mette a disposizione un pullman sia per l’andata che per il ritorno:

Partenza: da Bologna venerdì 4 ottobre, alle ore 16:00, dalla sede di Plus (Il Blq CheckPoint), in via San Carlo 42/C (vedi mappa)
Ritorno: domenica 6 ottobre alle ore 17 circa, con arrivo a Bologna previsto per le ore 19.

Se preferisci raggiungere la struttura con mezzi autonomi, comunicacelo sulla scheda di adesione.
In questo caso, è necessario che tu arrivi a alla struttura entro le ore 18.00 di venerdì 4 ottobre.

Costo

Il costo per la partecipazione al corso, comprensivo di alloggio e vitto per l’intera durata di tre giorni, presso la struttura, è di 50 €. Restiamo a tua disposizione per qualsiasi chiarimento o ulteriore informazione.

Scadenza iscrizioni

Tutte le iscrizioni devono pervenire entro e non oltre martedì 24 settembre 2024.

La conferma della partecipazione al laboratorio verrà inviata al raggiungimento del numero minimo di partecipanti e comunque non oltre sabato 28 settembre 2024.

Qualora le richieste di partecipazione fossero superiori ai posti disponibili, verrà operata una selezione in base ai seguenti criteri prioritari: A) la data di invio scheda iscrizione/bonifico B) le motivazioni personali all’iscrizione da indicare sulla scheda di adesione.

Come iscriversi al laboratorio

Per potersi iscriversi al laboratorio, bisogna effettuare il pagamento della quota € 50 tramite bonifico bancario sul seguente IBAN intestato a Plus aps: IT57B0623002402000057898117 Causale: Erogazione liberale.

Ricordati di specificare la causale indicata sopra durante la transazione. Una volta effettuato il bonifico, inviaci cortesemente una conferma di pagamento insieme alla scheda di adesione.

Scheda di adesione

Scarica la scheda di adesione. Stampala e compilala in tutte le sue parti. Puoi inviarci una scansione o una foto fatta dal cellulare all’indirizzo info@plus-aps.it

Scarica le info

Se preferisci, scarica tutte le info del corso sopra descritte in formato PDF

Iniziativa realizzata da PLUS Aps con il supporto non condizionato di ViiV Healthcare


I Laboratori di Plus: io c’ero e dico che…
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Sapevi che, anche se non devi fare il 730, puoi comunque decidere a chi destinare il tuo 5 per 1000?

Anche i contribuenti che non devono presentare la dichiarazione dei redditi possono scegliere di destinare l’otto, il cinque e il due per mille dell’IRPEF utilizzando l’apposita scheda.

Per destinare il tuo 5×1000 è necessario porre la propria firma in uno dei cinque riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione e scrivere il codice fiscale dello specifico ente scelto.

Ad esempio, se scegli di devolvere il tuo 5×1000 a Plus aps e sostenere il PrEP Point e il BLQ Checkpoint, dovrai firmare il riquadro che riporta la dicitura “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale…” e scrivere il nostro codice fiscale: 91341670379.

Scarica il modello di scheda per la scelta della destinazione del 5 per mille (MODELLO AGENZIA DELLE ENTRATE) e consegnalo in busta chiusa presso lo sportello di un ufficio postale, tramite un intermediario (Caf o professionista) o attraverso il servizio telematico dell’Agenzia delle Entrate.

Basta una firma e il nostro codice fiscale per donare il tuo 5×1000 e per aiutarci a costruire un futuro senza HIV.

Sandro Mattioli
Plus aps

Come ogni anno dal 2013 ad oggi, la nostra associazione aderisce alla European Testing Week, ossia la settimana europea del test.
Una iniziativa europea tesa a promuovere il test per HIV, che quest’anno si terrà

dal 20 al 27 novembre e vedrà il BLQ Checkpoint aperto tutti i giorni dalle 18 alle 20,30.

Sarà possibile prenotare per telefono (0514211857) i test per HIV, epatite C e sifilide al mattino dalle 9 alle 12 o al pomeriggio dalle 18 alle 20; oppure via mail su prenota@blqcheckpoint.it oppure passando a prenotare direttamente in sede, in via S. Carlo 42C a Bologna.

Il tutto grazie all’impegno dei nostri attivisti e con il supporto del personale infermieristico di USL Bologna.

HIV è ancora oggi un’infezione troppo sotto stimata. Infatti nella nostra Regione le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono già in AIDS, o prossimi a diventarlo, sono ancora oltre il 60% dei nuovi casi di HIV.

Come spesso accade, ricevere una diagnosi tardiva implica una serie di problemi a partire da una minore possibilità di avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale. Tutto il contrario in caso di diagnosi precoce.
Inoltre oggi, grazie alla potenza dei farmaci, le persone HIV positive in terapia efficace non trasmettono il virus per via sessuale. Un traguardo di conoscenza molto importante che ci aiuta a combattere la discriminazione e il pregiudizio e che, insieme a tutte le associazioni di pazienti e di lotta contro HIV e con il supporto di Simit, stiamo promuovendo grazie alla campagna impossibile sbagliare, che vi consiglio di guardare.

Verso la fine del 2005, assistetti a una riunione convocata dal Centro Operativo Aids, durante la quale la dott.ssa Suligoi illustrò la situazione relativa ai casi di HIV, di Aids e le prospettive future. In quegli anni in Italia la maggior parte dei casi di HIV erano appannaggio dei “tossicodipendenti”, come venivano definiti allora, per via dell’uso di scambiarsi la medesima siringa.
Tuttavia la dott.ssa Suligoi intuì che le cose iniziavano a cambiare e ci fece notare un incremento dei casi fra gli “omo-bisessuali”, altro termine coevo.
Ricordo che alzai la mano e chiesi qualche informazione in più. Mi venne risposto di non preoccuparmi perché eravamo nella media europea in quanto ad incremento di casi fra gli omo-bisessuali.

L’informazione non mi lasciò particolarmente sereno, infatti decisi di controllare i dati ufficiali dell’Unione Europea e scoprii che l’Italia era esattamente a metà della media europea: 12 Paesi meno bravi di noi e 12 più bravi.
Incominciai quindi a cercare di capire cosa facessero quelli più bravi di noi, mi interessò soprattutto notare che non c’erano solo i “soliti” Paesi del Nord Europa, ma c’erano anche Paesi dell’area mediterranea fra i più bravi.
Pochi mesi dopo, durante una conferenza di ILGA Europe, assistetti a una presentazione di Ferran Pujol sul Checkpoint di Barcellona aperto appena un anno prima. Il metodo checkpoint anche se nato in Olanda, poteva essere applicato anche in un Paese a noi vicino come la Catalogna.

Inizia così la storia del BLQ Checkpoint, quando chi scrive era ancora responsabile salute del Cassero.

Ci sono voluti sette anni di advocacy per arrivare a convincere la Regione, ma anche l’associazionismo locale, che il checkpoint come modello d’intervento era assolutamente necessario in una città e una regione che da sempre ha un problema importante con le diagnosi tardive di HIV.

Nel 2013 la Regione Emilia-Romagna fa un atto di importante riconoscimento politico: con il DGR 768/2013 con il quale riconosce il lavoro di Plus che viene definito soggetto attuatore del progetto di interesse regionale BLQ Checkpoint. Un atto pubblico coraggioso, che nessun’altra Regione ha avuto il fegato di fare, a dimostrazione che il lavoro di tessitura politica e anche tecnica alla fine paga. I tempi lunghi si spiegano con la difficoltà, in parte insita nella Pubblica Amministrazione, ad accettare i progetti innovativi soprattutto se difficilmente inquadrabili nelle regole e nelle procedure in essere. In effetti un checkpoint non si inquadra in nessuna di esse perché non è un ambulatorio ma esegue test di screening, non è un centro associativo ma svolge attività per la community. In effetti svicoliamo, probabilmente la Regione dovrebbe oggi pensare a un altro gesto coraggioso realizzando delle regole per i Checkpoint, condivise e trasparenti. Ma questo si vedrà.

Il Comune di Bologna si dimostra subito collaborativo e mette a disposizione una dirigente per strutturare una convenzione, che diventerà a tre con l’aggiunta di Azienda Sanitaria di Bologna. Sarà un processo abbastanza faticoso appunto per gli aspetti innovativi di un centro che mal si adatta alle regole esistenti. Ma alla fine ce la facciamo e viene firmata una convenzione trina: Plus, Comune di Bologna e Azienda Sanitaria.

Il Comune ci trova una sede, i locali che occupiamo attualmente, non propriamente una sede meravigliosa perché si trattava di un ex ristorante chiuso da sette anni, pertanto completamente fuori norma e da ristrutturare. Cosa a cui ha dovuto pensare Plus. Posso dire con orgoglio che siamo riusciti a trovare oltre 300.000€ con i quali abbiamo ristrutturato e allestito una sede che, anche grazie al progetto di ben due architetti (Andrea Adriatico e Nino Tammaro), è oggettivamente un bel posto, molto lontano dalla tipica struttura ambulatoriale alienante. Un luogo in sé accogliente, fermo restando che l’accoglienza vera e propria la fa il personale volontario dedicato a questo scopo che non sbaglia un colpo, agisce sempre in modo molto professionale. Visto l’ammontare speso, concordiamo con il Comune una convenzione di 15 anni che non prevede il pagamento di un affitto.

Il terzo ente firmatario è l’Azienda Sanitaria di Bologna. Grazie all’insostituibile lavoro della dott.ssa Venturi, responsabile del Centro C.A.S.A., forse l’unica responsabile genuinamente interessata al progetto, otteniamo una convenzione della durata di quattro anni, credo che sia il massimo per USL. In questa fase iniziale l’Azienda si impegna a fornire gli infermieri per l’esecuzione dei test (anzi, del test perché all’epoca abbiamo iniziato con il solo test di screening per HIV), ad occuparsi dell’acquisto del test, della gestione del materiale di consumo e dello smaltimento dei rifiuti speciali. Inoltre USL si sarebbe occupata, in collaborazione con Plus, della formazione del personale volontario dell’associazione. La disponibilità del personale infermieristico viene fissata in sei ore alla settimana, per cui decidemmo di aprire martedì e giovedì dalle 18 alle 21. Dopo otto anni siamo ancora fermi a questa fase di start-up.

Dopo poche settimane dall’apertura, l’Ospedale S. Raffaele di Milano ci coinvolge in uno studio sull’esecuzione di test di screening a risposta rapida su HCV (epatite C).
Di li a poco verranno aggiunti anche i test per sifilide.

Alla scadenza della convenzione lato USL, dopo vari solleciti per un incontro teso a rinnovo ovviamente, per tutta risposta ci arriva una mail con la convenzione già rinnovata, in peior, e già firmata dalla dott.ssa Gibertoni allora direttrice generale dell’Azienda Sanitaria di Bologna. La convenzione passa da 4 anni a uno, si mette così una pietra tombale sulle reali possibilità di sviluppo del BLQ Checkpoint… come se questo non fosse sufficiente, quest’anno (2023) il rinnovo annuale della convenzione ha subito un ritardo di ben sei mesi. Per cui siamo nelle condizioni di ipotizzare programmi di sviluppo senza la collaborazione di USL, che manco risponde alle mail e si fa negare al telefono, della durata massima di 12 mesi, quest’anno ridotti a sei.

Poi si chiedono perché chiudere.

Per riprendere l’esempio del Checkpoint di Barcellona, i cui abitanti sono più o meno come quelli della nostra regione, quel centro è aperto 12 ore al giorno, il personale interno riceve uno stipendio, hanno comunque decine di giovani volontari che promuovono il servizio nelle discoteche, ai Pride e così via. Il centro distribuisce la PrEP gratuitamente mentre noi dovremo impazzire. Un centro che ha aperto 17 anni fa in puro volontariato, che oggi offre un’opportunità di lavoro e segue oltre 2.000 persone. Questo significa sviluppo.

A Bologna invece da alcuni anni ci dobbiamo pagare i test per sifilide per motivi burocratici ma mai confermati ufficialmente, non abbiamo contezza di chi sia il nostro medico di riferimento perché dal giorno in cui la dott.ssa Venturi è andata in pensione semplicemente questo passaggio è saltato, siamo stati spostati dal Dipartimento cure primarie a quello di salute mentale senza alcuna spiegazione. Chissà, forse qualcuno ha ipotizzato che i gay possano avere problemi in tal senso. A ben vedere siamo riusciti ad andare avanti in questi ultimi 4 anni solo grazie all’appoggio della Responsabile infermieristica che ci segue, anche meglio di un medico, dott.ssa Assueri.

Va da sé che Plus non ha alcun preconcetto ideologico, pertanto a fronte di un impegno serio della Pubblica Amministrazione e dell’Azienda Sanitaria nello specifico, un impegno che vada nella direzione logica che ha portato il Sindaco Lepore a firmare il protocollo Fast Track City e che, quindi, metta il BLQ Checkpoint nelle condizioni di uscire dalla fase di start-up e dare un serio contributo al raggiungimento degli obiettivi di UNAids prima del 2030, non abbiamo nessun problema a fare marcia indietro.

Ma al momento resta in essere la decisione di chiudere il BLQ Checkpoint a partire dal 1 luglio 2023. Di seguito il comunicato stampa.

Sandro Mattioli
Plus aps
Presidente.

Perché questo questionario?
In Italia la PrEP è ancora un tabù. Se la usi o la vorresti iniziare, avrai quasi sicuramente affrontato ostacoli e pregiudizi. In questo questionario hai la possibilità di far sentire la tua voce in forma anonima. Le tue risposte ci aiuteranno a conoscere e possibilmente risolvere le difficoltà che hai incontrato o che ancora incontri.

Chi ha creato il questionario?
Il questionario nasce da una collaborazione tra il collettivo PrEP in Italia Plus Roma, associazione di persone LGBT+ che si occupa di offrire servizi sulla salute sessuale.

Chi può partecipare al questionario?
Possono partecipare tutte le persone maggiorenni che usano o vorrebbero utilizzare la PrEP e che abitano in Italia.

Ci saranno domande personali? La tua privacy sarà tutelata?
Sì, ci saranno domande personali, ma le tue risposte saranno raccolte in forma anonima e aggregata e non potremo risalire alla tua identità. Leggi tutta l’informativa.

Proseguendo con la compilazione del questionario acconsenti al trattamento dei tuoi dati secondo quanto specificato nell’informativa.

Ti faremo delle domande sulla tua vita sessuale. Non è per farci gli affari tuoi. Se conosci Plus Roma e PrEP in Italia sai già che crediamo nell’autodeterminazione e non giudichiamo mai le persone. Sapere come vivono la sessualità le persone in PrEP o che vorrebbero iniziarla è fondamentale per orientare il nostro lavoro, offrire servizi sempre più specifici e mobilitarci per migliorare la loro esperienza.

A chi puoi rivolgerti per avere informazioni?
Puoi scrivere a info@prepinfo.it

Questo questionario è stato realizzato grazie a una donazione di ViiV Healthcare SRL.

Ci sono progetti che si costruiscono in pochi mesi.

E poi ci sono progetti che richiedono anni di pazienza, ostinazione e fiducia.

La realizzazione del futuro ambulatorio del BLQ Checkpoint appartiene decisamente alla seconda categoria.

Quando, nel 2024, abbiamo deciso di intraprendere questo percorso sapevamo che non sarebbe stato semplice. Trasformare uno spazio di comunità in un luogo autorizzato a svolgere attività ambulatoriali significava confrontarsi con norme pensate per strutture ospedaliere, trovare risorse economiche che non avevamo e affrontare un iter amministrativo del tutto nuovo per una realtà come la nostra.

Ci sono stati momenti nei quali sembrava che tutto potesse fermarsi. Abbiamo raccontato più volte le difficoltà incontrate, gli ostacoli burocratici e i ritardi che hanno accompagnato questo progetto.

Eppure non ci siamo fermati.

Oggi possiamo dire di aver raggiunto un traguardo importante: i lavori di ristrutturazione sono stati completati e siamo finalmente nelle condizioni di avviare la procedura di autorizzazione dell’ambulatorio.
Sappiamo bene che il percorso non è ancora concluso. L’autorizzazione richiederà ancora tempo, impegno e confronto con le istituzioni. Ma oggi possiamo guardare a questa nuova fase con una certezza: fin qui non ci siamo arrivati da soli.

Ci siamo arrivati grazie a una comunità.

Grazie alle centinaia persone che hanno scelto di fare una donazione, spesso in forma anonima, attraverso PayPal, tramite la campagna di crowdfunding su Eppela o con un bonifico direttamente a Plus. Ogni contributo, piccolo o grande, è stato un pezzo di questo progetto.

Grazie alle aziende, alle fondazioni e alle associazioni che hanno deciso di investire in un’idea di salute pubblica costruita insieme alla comunità.
Un ringraziamento particolare va a Viatris, che ha sostenuto il progetto, alla Fondazione Carisbo, che ha contribuito alla sua realizzazione, e al Cassero LGBTI+ Center, che ha sostenuto la realizzazione dell’ambulatorio.

Un ringraziamento speciale va anche all’architetto Massimo Manfredini, che ha progettato gli spazi e ha seguito i lavori con professionalità e disponibilità, aiutandoci a tradurre un’idea in un luogo concreto.

Così come desideriamo ringraziare i tanti funzionari e professionisti delle istituzioni come Cristina Zambon e Giovanna Mattei che, pur dovendo operare nel rispetto delle norme, hanno compreso la specificità del BLQ Checkpoint e hanno cercato di costruire un percorso capace di conciliare i requisiti previsti dalla legge con la natura di un servizio community-based.

Per noi era importante che, nel realizzare un ambulatorio, il BLQ Checkpoint non perdesse ciò che lo rende diverso: un luogo accogliente, non giudicante, capace di costruire fiducia prima ancora di erogare un servizio.

In questi anni migliaia di persone hanno scelto di affidarsi a noi proprio per questo. Ed è anche per preservare questo patrimonio che abbiamo deciso di affrontare un percorso tanto complesso. In assenza di una normativa che riconosca e sostenga i centri community-based, la realizzazione di un ambulatorio autorizzato dal Comune, con il via libera dell’Azienda USL, è diventata l’unica strada concreta per permettere al BLQ Checkpoint di uscire da una lunga fase di start-up, consolidare quanto costruito finora e continuare a crescere senza rinunciare alla propria identità.

Se oggi possiamo finalmente guardare con fiducia alla fase di autorizzazione è perché, in questi due anni, tante persone hanno deciso di camminare insieme a noi. Ognuna ha contribuito in modo diverso: con una donazione, con il proprio lavoro, con competenze professionali o semplicemente scegliendo di credere in questo progetto quando era ancora soltanto un’idea.

A tutte e tutti voi va il nostro grazie più sincero. Questo ambulatorio sarà anche il risultato della vostra fiducia.

Salvio Cecere

Stamattina, aprendo la sede di Plus, ho trovato una busta bianca nella buchetta delle lettere.

Viene fuori, che conteneva un santino e alcuni post-it promozionali dello Zoloft. Sul retro, qualcuno aveva scritto: “Convertitevi”, “Dio ha creato l’uomo e la donna”, “Pregate!”, “A cosa serve il sesso?”.

Lo confesso: la prima reazione è stata ridere.

Per i più giovani, forse una spiegazione serve. “Invertiti” era uno dei termini con cui, fino a qualche decennio fa, venivano chiamati gli omosessuali. Era un insulto. Col tempo il movimento LGBT se n’è anche riappropriato, usandolo con ironia. Così, leggendo quel “Convertitevi”, il titolo del post è arrivato da solo: Chi converte gli invertiti.

Più che il contenuto, però, mi ha colpito il mezzo. Se senti il bisogno di affidare una crisi mistica a un santino e a dei post-it dello Zoloft lasciati anonimamente a un’associazione LGBTQ+, forse non è la nostra conversione la cosa più urgente. Forse è arrivato il momento di rivedere la terapia.

Il BLQ Checkpoint continuerà a fare quello che fa ogni settimana: test HIV e IST, prevenzione, ascolto e accoglienza. Senza santini, giudizi e senza lasciare messaggi anonimi nelle cassette degli altri.

Dubito che qualche invertito si sia convertito. Dubito che qualche invertito si sia convertito. Noi, però, continueremo a cercare di capire a cosa serva il sesso. Una risposta, in fondo, la dobbiamo a questa anima pia.

Sandro Mattioli
Plus aps

E’ convocata l’Assemblea ordinare degli iscritti e delle iscritte a Plus APS, per il giorno


lunedì 20 luglio 2026 alle ore 20.00


Presso la sede dell’associazione in via San Carlo, 42/C Bologna

ORDINE DEL GIORNO


1) Comunicazione sulla non conformità della composizione dell’Organo di Controllo ai requisiti previsti dall’art. 30 del D.Lgs. 117/2017 eletto all’Assemblea tenutasi in data 19/04/2026

2) Procedura di cessazione dall’incarico dei componenti nominati

3) Nomina del nuovo Organo di Controllo

4) Varie ed eventuali

di seguito la convocazione ufficiale

La notizia è di quelle che sembrano scritte apposta per ricordarci quanto sia fragile la salute pubblica quando finisce nelle mani sbagliate.

Secondo Politico, l’amministrazione Trump avrebbe deciso di avviare il progressivo smantellamento dei finanziamenti PEPFAR destinati al Sudafrica. Non perché l’epidemia da HIV sia finita. Non perché il programma non serva più. Non perché siano emersi problemi tali da giustificare una revisione sanitaria seria. Ma perché il governo sudafricano non avrebbe dato risposte considerate soddisfacenti alle preoccupazioni della Casa Bianca sul trattamento riservato alla minoranza bianca afrikaner.

Ecco il punto: HIV diventa ostaggio della geopolitica. O, più precisamente, diventa ostaggio di un bullo globale.

Perché non è stato lo spirito santo a trasformare un programma di salute pubblica in uno strumento di pressione politica. Non è stato un meccanismo impersonale, neutro, inevitabile. È stata una scelta. Una scelta politica precisa, dentro una logica “ognuno per sé” che, applicata a HIV, è semplicemente pericolosa.

Il Sudafrica è il Paese con il maggior numero di persone che vivono con HIV al mondo. Parliamo di circa 7,8 milioni di persone. PEPFAR, il grande programma statunitense per la risposta globale ad HIV/AIDS, ha avuto per anni un ruolo rilevante nel sostenere trattamento, prevenzione, test, servizi di comunità, ricerca, presa in carico.

Ci può anche stare il pensiero che il Sudafrica debba progressivamente rafforzare la propria capacità di sostenere la risposta nazionale. Ma una transizione sanitaria non si fa con il ricatto. Non si passa da un modello di cooperazione a uno di abbandono improvviso perché un presidente americano decide di usare HIV come leva dentro una disputa politica.

Una risposta sostenibile si costruisce. Si programma. Si accompagna. Si finanzia. Si negozia con i governi, le imprese, ma anche con le comunità. Soprattutto quando in gioco ci sono milioni di persone in terapia, programmi di prevenzione, accesso al test, servizi per le popolazioni più esposte, continuità terapeutica e capacità dei sistemi sanitari di non collassare.

HIV non è mai stato un problema “nazionale” in senso stretto. È una pandemia globale. Lo è stata fin dall’inizio. Lo è ancora oggi.

I virus non leggono i confini. Non si fermano davanti ai passaporti. Non rispettano le campagne elettorali. Non chiedono se un governo è simpatico o antipatico a Washington. HIV prospera dentro le disuguaglianze, dentro la povertà, dentro lo stigma, dentro le migrazioni, dentro la criminalizzazione, dentro l’accesso negato alla prevenzione e alle cure.
Per questo l’idea che ogni Paese possa cavarsela da solo è una fantasia ideologica. Una fantasia molto comoda per chi vuole tagliare fondi, chiudere programmi, disinteressarsi delle vite degli altri e poi chiamare tutto questo “realismo”.

Ma di realistico non c’è nulla.

La storia di HIV ci ha insegnato l’esatto contrario: nessuno si salva da solo. Non le persone, non le comunità, non gli Stati.
La terapia antiretrovirale funziona se arriva alle persone. La prevenzione funziona se è accessibile. La PrEP funziona se viene resa disponibile. Il test funziona se le persone possono farlo senza paura. U=U funziona se i sistemi sanitari garantiscono diagnosi, trattamento, continuità di cura e abbattimento dello stigma.

Quando si interrompono i programmi, non si interrompe una voce di bilancio. Si interrompono percorsi di vita.

E qui emerge anche l’enorme ipocrisia della retorica “America First”. Gli Stati Uniti si raccontano spesso come la più grande nazione del mondo. Eppure, sul piano della risposta ad HIV, restano un Paese attraversato da disuguaglianze profonde. Secondo i CDC, HIV rimane un problema persistente negli Stati Uniti; nel 2022 le nuove infezioni stimate erano ancora 31.800. I dati più recenti sulle diagnosi continuano inoltre a mostrare forti disparità, in particolare a carico delle comunità nere, latine, gay, bisessuali e delle persone che vivono negli Stati del Sud.
Quindi la domanda è piuttosto semplice: se nemmeno il Paese più ricco e potente del mondo, come si dipinge, è riuscito a risolvere HIV dentro i propri confini, con quale arroganza pensa di poter indebolire la risposta globale senza pagarne le conseguenze?

Non parliamo solo di generosità. Parliamo di intelligenza sanitaria.

PEPFAR non è stato soltanto un programma di aiuto internazionale. È stato uno degli interventi di salute globale più importanti degli ultimi decenni. Ha salvato vite, rafforzato sistemi sanitari, sostenuto comunità, prodotto conoscenza, creato infrastrutture, reso possibile l’accesso alla terapia per milioni di persone. Naturalmente non è stato perfetto. Nessun programma di quelle dimensioni lo è. Ma ridurlo a una concessione revocabile in base agli umori politici della Casa Bianca significa non capire che HIV si governa con continuità, cooperazione e visione di lungo periodo.

In questo senso, la decisione sul Sudafrica è gravissima non solo per il Sudafrica.

È gravissima perché manda un messaggio al mondo: la salute può essere usata come arma politica. Le persone che vivono con HIV possono diventare merce di scambio. La prevenzione può essere sacrificata. Le comunità possono essere lasciate sole. I programmi costruiti in vent’anni possono essere smontati in pochi mesi. È una logica brutale quanto stupida.

Perché ogni arretramento nella risposta globale ad HIV produce conseguenze che non restano confinate nei Paesi più colpiti. Meno test significa più diagnosi tardive. Meno prevenzione significa più nuove infezioni. Meno continuità terapeutica significa più malattia, più morti, più rischio di resistenze. Meno servizi di comunità significa più stigma, più invisibilità, più persone fuori dai sistemi di cura.

E quando una pandemia viene lasciata crescere nelle fratture sociali, prima o poi quelle fratture riguardano tutti.

La cosa più inquietante è che tutto questo avviene mentre il mondo avrebbe a disposizione strumenti straordinari. Terapie efficaci. Prevenzione combinata. PrEP orale. Lenacapavir. Test rapidi. Strategie community-based. Evidenze solidissime su U=U. Esperienze di intervento che funzionano, soprattutto quando coinvolgono le comunità più colpite.

Siamo in un momento storico in cui potremmo davvero fare un salto di qualità nella risposta globale ad HIV. Invece rischiamo di assistere a un arretramento politico, ideologico e finanziario. Non perché manchino gli strumenti, ma perché manca la responsabilità.

E allora sì, diciamolo chiaramente: quando HIV viene usato per punire un governo, per compiacere una base elettorale o un elettore in particolare, per alimentare una narrazione razziale o per esibire muscoli geopolitici, non siamo più davanti a una semplice scelta di politica estera. Siamo davanti a un abuso di potere che colpisce persone reali.
Persone che vivono con HIV. Persone che hanno bisogno di prevenzione. Persone che rischiano una diagnosi tardiva. Persone che lavorano nei servizi. Comunità che da decenni tengono in piedi pezzi fondamentali della risposta.

La salute globale non può dipendere dai capricci di un bullo e HIV, più di molte altre questioni sanitarie, ci ricorda una verità elementare: la lotta contro HIV non è mai solo una questione nazionale. È una responsabilità condivisa.

Quando la politica lo dimentica, non diventa più sovrana.

Diventa soltanto pericolosa.

Sandro Mattioli.

Quando si parla di HIV e conflitti armati si tende spesso a dare per scontato che la guerra produca sempre gli stessi effetti: ospedali distrutti, farmaci che non arrivano, pazienti che interrompono le cure. La realtà è più complessa.

Negli ultimi anni ho scritto più volte della guerra in Ucraina e della situazione nei Territori Palestinesi. Non perché ritenga che i due conflitti siano identici – non lo sono – ma anche per un’altra ragione.

Ogni volta che si parla di Gaza, prima o poi qualcuno domanda: “E l’Ucraina?”. Come se richiamare una guerra servisse a sminuire l’altra. Come se fosse necessario scegliere quale sofferenza meriti attenzione e quale no.

Per chi si occupa di HIV, però, il confronto può essere utile per una ragione diversa. Non per stabilire graduatorie del dolore, ma per osservare come conflitti molto differenti producano effetti molto differenti sulla salute, sui sistemi sanitari e sulla possibilità stessa di accedere alle cure. In questo senso, il confronto non serve a dimostrare che una guerra assomiglia all’altra, ma esattamente il contrario.

L’HIV offre una prospettiva particolare. Le persone che vivono con HIV hanno bisogno di continuità assistenziale, farmaci, esami di laboratorio, supporto sociale, prevenzione e servizi territoriali. Una guerra mette tutto questo sotto pressione. Ma ciò che accade dopo dipende dalle scelte politiche, dalle risorse disponibili e dalla capacità delle istituzioni e delle comunità di reagire.

Ucraina: adattarsi alla guerra

Se c’è una lezione che arriva dall’Ucraina è che, anche sotto le bombe, un sistema può provare ad adattarsi.

Prima dell’invasione russa del 2022 una parte importante della risposta HIV era concentrata nei grandi centri urbani e nelle strutture specialistiche. Con la guerra milioni di persone si sono spostate, molte infrastrutture sanitarie sono state danneggiate e raggiungere un ospedale è diventato spesso un grosso problema.

La risposta è stata una progressiva decentralizzazione dei servizi.

Secondo Alliance for Public Health, nel 2024 oltre un terzo delle nuove diagnosi HIV in Ucraina è stato individuato attraverso programmi comunitari. Sono stati effettuati test mobili nelle aree di frontiera, distribuiti autotest, sviluppati servizi digitali e telemedicina, organizzate consegne di farmaci a domicilio e attivati programmi di supporto per rifugiati e sfollati interni.

I numeri sono impressionanti.

Nel solo 2024 oltre 24.000 spedizioni contenenti farmaci antiretrovirali sono state recapitate direttamente ai pazienti e quasi 50.000 persone hanno potuto continuare la terapia grazie a sistemi di tracciamento e supporto dedicati. Più di 120.000 accessi ai servizi HIV sono stati effettuati attraverso cliniche mobili. Oltre 40.000 richieste di aiuto sono state gestite da piattaforme online rivolte a persone con HIV e popolazioni chiave sparse in più di 50 Paesi.

Non solo.

Mentre la guerra continuava, l’Ucraina ha persino introdotto innovazioni come la PrEP long acting con cabotegravir e ha ampliato i programmi di riduzione del danno e terapia sostitutiva con agonisti oppioidi. Nulla di tutto questo significa che la situazione sia semplice. Significa però che esiste ancora un sistema sanitario, esistono istituzioni funzionanti, esistono organizzazioni comunitarie in grado di operare e, soprattutto, esistono finanziamenti internazionali che hanno consentito di mantenere in vita la risposta all’HIV.

La fragilità della dipendenza da PEPFAR

Proprio qui emerge un secondo insegnamento: nel gennaio 2025 il congelamento “temporaneo” degli aiuti esteri deciso dall’amministrazione Trump ha mostrato quanto il sistema ucraino dipenda ancora dal sostegno internazionale.

Un articolo pubblicato su The Lancet riportava che circa 118.000 persone ricevevano terapia antiretrovirale in Ucraina e che il programma PEPFAR stava sostanzialmente garantendo l’approvvigionamento dei farmaci per l’intero Paese. Le scorte disponibili erano stimate in circa sei mesi.

Il problema, però, non riguardava soltanto le pillole.

Le sospensioni hanno colpito programmi di testing, attività di outreach, personale, supporto psicosociale, collegamento alle cure e prevenzione. In altre parole, tutto ciò che rende possibile arrivare alla diagnosi e mantenere una persona nel percorso assistenziale.

UNAIDS ha successivamente segnalato ritardi e blocchi nelle spedizioni di farmaci antiretrovirali e di TDF/FTC utilizzato per la PrEP.

A livello globale, i primi bilanci del 2026 mostrano una situazione preoccupante: mentre la continuità terapeutica è stata in gran parte preservata, si registrano forti riduzioni nelle nuove diagnosi, nel testing e nell’accesso alla PrEP.

La lezione è evidente: anche un sistema resiliente resta vulnerabile quando dipende in misura significativa da decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza… da un bullo imbecille.

Gaza: dal sotto-diagnosticato al collasso.

Ma l’esperienza di Gaza mostra che esiste anche uno scenario molto diverso.

Qui non stiamo osservando l’adattamento di un sistema sanitario sotto pressione.

Stiamo osservando il collasso di un sistema sanitario.

Uno studio pubblicato sul Journal of the International AIDS Society descrive il passaggio da una situazione di “chronic under-detection” a una di “acute collapse“.

Prima dell’attuale guerra, a Gaza risultavano ufficialmente registrate circa 50 persone con HIV.

Si tratta quasi certamente di una sottostima. Stigma, limitato accesso ai test, insufficienza dei sistemi di sorveglianza e difficoltà di accesso alle cure rendevano già difficile conoscere la reale dimensione dell’epidemia.

Oggi il problema è diventato molto più grave.

Un quadro drammatico emerge dall’articolo The Silent Epidemic: HIV in Gaza amid Healthcare Collapse di Rafał Majka e Samer Abuzerr. Citando dati del Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS), gli autori riportano che nel marzo 2026 la terapia antiretrovirale era disponibile in appena il 2% delle strutture sanitarie della Striscia di Gaza. Nell’aprile dello stesso anno il 94% degli ospedali risultava distrutto o gravemente danneggiato e solo l’1,5% dei centri di assistenza sanitaria primaria era ancora pienamente operativo.

Non si tratta più soltanto di garantire la distribuzione dei farmaci. Si tratta di capire se esistono ancora strutture in grado di effettuare una visita, un esame, una diagnosi o semplicemente conservare correttamente i medicinali.
Per le persone che vivono con HIV il rischio non è solo l’interruzione della terapia. È la scomparsa dell’intero sistema che rende quella terapia possibile.

Due guerre, una stessa lezione

Ucraina e Gaza raccontano due storie molto diverse.

In Ucraina vediamo una risposta HIV che, pur tra enormi difficoltà, ha cercato di adattarsi attraverso la decentralizzazione dei servizi, il protagonismo delle organizzazioni comunitarie e il sostegno internazionale.

A Gaza vediamo cosa accade quando la distruzione delle infrastrutture sanitarie raggiunge livelli tali da compromettere l’esistenza stessa del sistema, l’esistenza stessa della vita.

Entrambe le situazioni dimostrano però la stessa cosa: la salute non è mai neutrale.

L’accesso alle cure dipende da decisioni politiche.

I finanziamenti internazionali sono decisioni politiche.

La protezione degli operatori sanitari, o consentirne la loro sistematica uccisione, è una decisione politica.

La possibilità di ricevere o meno una terapia salvavita è una decisione politica.

Per quarant’anni il movimento HIV ha combattuto proprio per questo: perché nessuno potesse fingere che salute e politica appartengano a mondi separati.

Le guerre ci ricordano, nel modo più brutale possibile, quanto quella lezione sia ancora attuale.
Ci ricordano anche un’altra cosa che il movimento HIV ha imparato molto presto: il silenzio non è mai neutrale.

Negli anni Ottanta, quando governi e istituzioni ignoravano l’epidemia, gli attivisti di ACT UP sintetizzarono questa consapevolezza in uno slogan destinato a diventare uno dei simboli della lotta contro l’AIDS: Silence = Death.
Non era soltanto una denuncia dell’indifferenza. Era il riconoscimento di una realtà molto concreta: quando le persone smettono di parlare, di testimoniare, di denunciare e di chiedere conto delle decisioni politiche, le conseguenze continuano a prodursi. E spesso continuano a produrre morti.

Per questo parlare di HIV in tempo di guerra non significa allontanarsi dall’HIV. Significa andare al cuore della questione.
Significa parlare di continuità terapeutica e di accesso alle cure. Significa parlare di ospedali che restano in piedi o vengono distrutti. Di finanziamenti che arrivano o vengono sospesi. Di operatori sanitari protetti o uccisi. Di persone che possono continuare a vivere oppure vengono lasciate sole.

L’Ucraina e Gaza raccontano storie molto diverse. Ma entrambe mostrano che la salute non esiste nel vuoto. Esiste dentro decisioni politiche, economiche e militari che possono salvare vite oppure metterle in pericolo.

E proprio per questo, oggi come quarant’anni fa, il silenzio non è neutralità. È complicità.

Sandro Mattioli
Plus aps.

Nei giorni scorsi Quotidiano Sanità ha pubblicato un articolo sulla proposta di legge arrivata alla Camera in materia di HIV, AIDS, HPV e infezioni a trasmissione sessuale (clicca qui per il testo della PdL). Ora speriamo che la discutano anche…

L’articolo è disponibile qui:
https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/hiv-aids-e-hpv-arriva-in-aula-alla-camera-la-nuova-legge-per-prevenzione-screening-e-lotta-alle-discriminazioni/

Il testo parlamentare, che dovrà naturalmente completare il proprio iter, viene presentato come una nuova legge quadro destinata ad abrogare la legge 135 del 1990, cioè la legge che per oltre trentacinque anni ha rappresentato il principale riferimento normativo italiano sulla prevenzione e la lotta all’AIDS.

È comprensibile che, dopo anni di discussioni, rinvii e tentativi non conclusi, l’arrivo del provvedimento in Aula venga accolto con soddisfazione. Tuttavia, proprio perché il tema è importante, conviene leggerlo con attenzione, senza limitarsi alla sintesi giornalistica e senza confondere un passaggio parlamentare significativo con l’approvazione definitiva della legge.

Il testo dovrà infatti passare anche al Senato. E, come sempre accade nell’iter legislativo, eventuali modifiche potrebbero comportare un nuovo passaggio alla Camera. Dunque: bene l’attenzione, bene il passo avanti, ma prudenza.

Gli aspetti positivi: il riconoscimento di cose che facciamo da anni

Partiamo dagli aspetti positivi, perché ci sono e non vanno sottovalutati.

Il primo elemento importante è il riconoscimento del modello community-based. Nel testo si parla esplicitamente di attività di screening realizzate dagli enti del Terzo Settore e del ruolo di operatori non appartenenti alle professioni sanitarie, adeguatamente formati, in collaborazione con le strutture del Servizio sanitario nazionale.

Per chi lavora nei checkpoint e nei servizi di prevenzione di comunità, questo passaggio è rilevante. Significa che un’esperienza nata spesso dal basso, dalla capacità delle comunità più esposte di organizzare risposte concrete, entra finalmente nel linguaggio della legge.

In Italia arriviamo tardi, come spesso accade. In molti Paesi europei il ruolo dei checkpoint, dei servizi community-based e delle organizzazioni della comunità è riconosciuto da tempo come parte integrante delle strategie di prevenzione. Ma il fatto che questo riconoscimento arrivi anche nel nostro ordinamento resta un dato positivo.

Altro punto importante è la co-programmazione e co-progettazione con il Terzo Settore. Anche qui, il passaggio non è solo formale. Se preso sul serio, può significare che le associazioni non vengono chiamate soltanto a “collaborare” quando tutto è già deciso, ma possono partecipare alla definizione delle strategie di prevenzione, screening e accesso ai servizi.

Il testo prevede inoltre almeno un punto di accesso gratuito e anonimo al test HIV in ogni capoluogo di provincia. Anche questo è un elemento positivo, soprattutto in un Paese dove l’accesso al test continua a essere disomogeneo, spesso troppo medicalizzato e non sempre pensato per intercettare le persone che più difficilmente arrivano ai servizi sanitari tradizionali.

Molto importante anche la possibilità per i minorenni che abbiano compiuto 14 anni di richiedere il test HIV senza autorizzazione dei genitori. È una previsione di buon senso, perché tiene conto della realtà concreta: adolescenti e giovani possono avere una vita sessuale, possono esporsi a rischi, possono avere paura di parlarne in famiglia e devono poter accedere a informazioni, test e presa in carico senza barriere inutili.

Va segnalato anche il riferimento alla PrEP, che entra nel quadro del Piano nazionale. Anche in questo caso, non siamo davanti a una rivoluzione, ma a un riconoscimento istituzionale di uno strumento di prevenzione ormai consolidato dalle evidenze scientifiche e dall’esperienza internazionale.

Positiva, infine, la parte sulle discriminazioni. Il testo ribadisce che l’infezione da HIV non può costituire motivo di discriminazione in ambito scolastico, formativo, sportivo, lavorativo, creditizio e assicurativo. Inoltre viene previsto il divieto per i datori di lavoro pubblici e privati di svolgere indagini volte ad accertare lo stato di sieropositività all’HIV dei dipendenti o dei candidati.

Sono passaggi importanti, perché lo stigma non è un residuo del passato. Continua a produrre esclusione, paura, silenzio, ritardo nel test, difficoltà nei luoghi di lavoro e nelle relazioni sociali.

Una lacuna evidente: il counselling

Detto questo, proprio dal punto di vista community-based emerge una prima lacuna.
Il testo riconosce le attività di screening. Bene. Ma chi lavora nei checkpoint sa che il cuore del modello community-based non è semplicemente “fare test”.

Il test è uno strumento. Il counselling è il contesto che gli dà senso.

Senza counselling, il test rischia di diventare una prestazione tecnica, magari utile, ma impoverita. Nei servizi di comunità, invece, il colloquio prima e dopo il test permette di parlare di sessualità, paura, rischio, piacere, PrEP, PEP, chemsex, relazioni, stigma, violenza, salute mentale, accesso ai servizi. Permette di costruire fiducia. Permette di trasformare un accesso occasionale in una relazione di prevenzione.

Per questo il riconoscimento dei centri community-based “solo” come luoghi di screening è un passo avanti, ma anche una riduzione. È come riconoscere la parte più misurabile del lavoro di comunità, lasciando sullo sfondo quella più importante e più difficile da standardizzare: la capacità di ascolto, orientamento, relazione e accompagnamento.

L’articolo di Quotidiano Sanità: utile, ma da leggere con cautela

L’articolo di Quotidiano Sanità ha il merito di portare l’attenzione sul provvedimento e di riassumerne i contenuti principali. Tuttavia, confrontandolo con il testo parlamentare, emergono alcuni punti da maneggiare con cautela.
In particolare, l’articolo attribuisce al testo alcune previsioni in ambito pediatrico, come l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sulle malattie infettive pediatriche e del registro italiano per le infezioni da HIV in pediatria. Nel testo a fronte della Commissione, però, quelle parti risultano soppresse.

Questo non è un dettaglio secondario. Significa che la sintesi giornalistica rischia di restituire un’immagine più ampia del testo rispetto a ciò che effettivamente sembra essere arrivato all’esame dell’Aula.

Più in generale, l’articolo ha un taglio comprensibilmente informativo e positivo. Ma una lettura politica del provvedimento richiede di andare oltre l’elenco delle misure e chiedersi quale idea di HIV venga costruita da questa nuova legge.

Il nodo politico: HIV dentro il contenitore delle IST

Qui arriviamo al punto più delicato.

La proposta di legge tiene insieme HIV, AIDS, HPV e infezioni a trasmissione sessuale. Da un lato, questa scelta può essere letta come un tentativo di costruire una politica più integrata sulla salute sessuale. E l’integrazione, in sé, non è un problema. Anzi, molti servizi territoriali dovrebbero finalmente superare la frammentazione fra HIV, IST, epatiti, PrEP, PEP, vaccinazioni, salute sessuale e riduzione del danno.

Il problema nasce quando l’integrazione diventa diluizione.

HIV non è semplicemente una IST fra le altre. È anche una infezione a trasmissione sessuale, certo. Ma è una condizione cronica, permanente, ancora fortemente stigmatizzata, che comporta una presa in carico per tutta la vita, un impatto sociale specifico, una storia politica specifica e una relazione particolare con diritti, stigma, discriminazione, accesso alle cure e qualità della vita.

Mettere nello stesso titolo HIV, AIDS, HPV e IST produce un effetto politico preciso: HIV viene ricondotto dentro un contenitore più ampio, insieme a infezioni per le quali esistono vaccini, trattamenti eradicanti o percorsi clinici molto diversi.

HPV è una questione importantissima, ma dispone di un vaccino. Molte IST batteriche hanno trattamenti eradicanti. HIV no. HIV oggi è trattabile in modo straordinariamente efficace, le persone in terapia efficace non trasmettono il virus, e questo va ripetuto ovunque. Ma HIV resta una condizione cronica, e soprattutto resta una condizione socialmente marcata.

C’è poi un altro elemento linguistico non secondario: l’espressione “HIV e AIDS”.
AIDS non è una patologia separata da HIV. È uno stadio clinico avanzato dell’infezione da HIV. Continuare a mettere i due termini uno accanto all’altro, come se fossero due entità parallele, restituisce una rappresentazione datata. Non a caso oggi, nel linguaggio internazionale, si parla sempre più di persone che vivono con HIV, non di “HIV e AIDS” come coppia fissa.

È curioso: nel testo si parla di HPV, non di “HPV e tumori HPV-correlati” nel titolo. Eppure, per HIV si continua a usare anche AIDS. È un’eredità storica, certo, ma anche un segnale culturale.

Il prezzo del “meglio piuttosto che niente”

È probabile che molte realtà della community abbiano sostenuto il provvedimento perché, dopo anni, vi hanno trovato alcuni riconoscimenti attesi: checkpoint, community-based, operatori di comunità, Terzo Settore, PrEP, test anonimo, minori sopra i 14 anni, contrasto alle discriminazioni.

È comprensibile. In un Paese che spesso arriva tardi, vedere finalmente scritte in una proposta di legge parole che per anni sono state patrimonio dell’attivismo può produrre entusiasmo.

Ma la storia italiana dovrebbe insegnarci a diffidare del “meglio questo che niente” quando diventa una formula per evitare il conflitto politico.
A volte il compromesso porta risultati utili. Altre volte produce norme che, mentre sembrano riconoscere un diritto o un’esperienza, ne delimitano il perimetro in modo problematico. Il rischio, in questo caso, è che il riconoscimento tecnico di una parte del modello community-based venga ottenuto al prezzo di un arretramento simbolico: HIV perde centralità politica e viene inserito stabilmente nel capitolo generale delle infezioni sessualmente trasmesse.

Non si tratta di dire che la legge sia “cattiva”. Sarebbe una semplificazione. Il testo contiene elementi positivi e potenzialmente utili. Ma proprio perché contiene elementi positivi, va letto con maggiore attenzione, non con minore attenzione.

La domanda non è soltanto: cosa otteniamo?

La domanda è anche: dentro quale cornice lo otteniamo?

Che cosa manca

Nel testo si parla di prevenzione, screening, sorveglianza, formazione, PrEP, discriminazioni. Tutto importante.

Ma restano deboli, almeno nell’impianto complessivo, alcuni temi che oggi sono centrali per chi vive con HIV: qualità della vita, invecchiamento precoce, comorbidità, stigma sanitario e sociale, salute mentale, solitudine, continuità della cura, partecipazione reale delle persone con HIV alla definizione delle politiche.

Alcuni riferimenti ci sono, per esempio quando si parla di comorbidità e progressivo invecchiamento della popolazione con HIV. Ma non sembrano costituire il cuore politico della legge. Restano dentro un linguaggio tecnico-programmatorio, non dentro una visione complessiva della vita con HIV oggi.

Eppure questa è la grande trasformazione dell’HIV contemporaneo: non solo evitare nuove diagnosi, ma garantire alle persone che vivono con HIV una vita lunga, dignitosa, libera dallo stigma e accompagnata da servizi capaci di rispondere alla complessità del presente.

Una legge da seguire, non da celebrare acriticamente

Il provvedimento merita attenzione. Contiene passaggi che possono rafforzare il ruolo dei servizi community-based e dare maggiore legittimità al lavoro dei checkpoint. Riconosce pratiche che le comunità hanno costruito spesso prima delle istituzioni. Introduce tutele importanti e apre spazi che potrebbero essere usati bene, se Regioni, servizi sanitari e Terzo Settore sapranno lavorare insieme in modo serio.

Ma non va celebrato acriticamente.

Non solo perché il percorso parlamentare non è concluso. Ma perché il testo ci costringe a porre una domanda più scomoda: qual è oggi il peso politico dell’HIV in Italia?

Se una legge specifica sull’HIV non riesce più a stare in piedi da sola e ha bisogno di essere accorpata a HPV e IST per trovare spazio nell’agenda parlamentare, forse il problema non è solo legislativo. È politico.

Forse il riconoscimento dei checkpoint arriva proprio mentre HIV perde centralità come questione autonoma di salute pubblica, diritti e comunità.

Questo non significa respingere il testo. Significa leggerlo per intero, sostenerne le parti utili, migliorarne le lacune e non rinunciare a dire ciò che rischia di rimanere fuori.

Perché la community non dovrebbe accontentarsi di essere riconosciuta solo come braccio operativo dello screening.

La community HIV è stata, ed è ancora, produttrice di pensiero politico, competenza, relazione, cura, sorveglianza dal basso e innovazione sociale.

Una legge davvero moderna dovrebbe riconoscere anche questo.

Sandro Mattioli

Quando sono stati pubblicati i risultati degli studi PURPOSE, lenacapavir è stato salutato come una delle innovazioni più importanti degli ultimi anni nella prevenzione dell’HIV.

Una iniezione ogni sei mesi. Un’efficacia vicina al 100%.

Numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza.

Lenacapavir (Yeytuo in Europa), secondo EMA, viene somministrato mediante una iniezione sottocutanea ogni sei mesi. Le iniezioni possono essere effettuate nell’addome oppure nella coscia da parte di personale sanitario appositamente formato.

Ma come spesso accade nella storia dell’HIV, la domanda più interessante arriva dopo: cosa succede quando un farmaco esce dagli studi clinici ed entra nella vita reale delle persone?

Nei giorni scorsi EATG (European AIDS Treatment Group) ha segnalato un interessante articolo pubblicato da TheBodyPro dedicato ai primi dati di utilizzo reale di lenacapavir come PrEP negli Stati Uniti. Lo studio ha coinvolto 501 persone seguite in 17 programmi di prevenzione HIV tra centri universitari e servizi community-based.
Non si tratta di un nuovo studio sull’efficacia del farmaco, ma di qualcosa forse ancora più interessante: cosa accade quando una innovazione straordinaria incontra la realtà dei sistemi sanitari e della vita quotidiana delle persone.

I risultati sono molto interessanti perché raccontano una storia che chiunque lavori nella prevenzione HIV conosce bene.

Lenacapavir continua a funzionare molto bene. Il problema non è il farmaco. Il problema è tutto ciò che c’è intorno.

Tra la prescrizione e la prima iniezione sono trascorse mediamente quasi quattro settimane. Le principali cause dei ritardi? Assicurazioni private, autorizzazioni preventive e procedure amministrative.

Negli Stati Uniti buona parte delle difficoltà sembra essere legata al sistema assicurativo. In Italia, fortunatamente, non abbiamo questo problema. Sulla capacità di rallentare un percorso sanitario attraverso procedure, autorizzazioni e passaggi amministrativi, però, possiamo vantare una tradizione nazionale di tutto rispetto.

Lo studio ha inoltre evidenziato che una parte delle persone ha sperimentato reazioni nel sito di iniezione sufficientemente fastidiose da richiedere un contatto con il servizio sanitario.
Un elemento interessante emerso dallo studio riguarda proprio il sito di iniezione: tutte le interruzioni precoci osservate si sono verificate tra persone che avevano ricevuto l’iniezione nell’addome, mentre non sono state registrate interruzioni tra chi aveva ricevuto l’iniezione nella coscia. Anche per questo il tema della gestione dell’iniezione e del counselling sta attirando crescente attenzione.

Anche questo dato contiene un insegnamento importante: non basta somministrare un farmaco. Servono counselling, supporto, informazioni corrette e servizi capaci di accompagnare le persone lungo il percorso di prevenzione.

In altre parole, l’efficacia di una strategia di prevenzione non dipende soltanto dalla farmacologia. Dipende anche dall’organizzazione dei servizi.
È una lezione che il mondo HIV ha imparato molte volte nel corso della propria storia.

Abbiamo visto farmaci straordinari arrivare sul mercato e rimanere inaccessibili per anni a milioni di persone. Abbiamo visto terapie efficaci scontrarsi con disuguaglianze economiche, sistemi sanitari inefficaci, burocrazia e stigma. Abbiamo visto strumenti di prevenzione eccellenti faticare a raggiungere le persone che avrebbero potuto beneficiarne maggiormente.

Per questo l’HIV continua a essere una questione profondamente politica.

La domanda non è soltanto: “Questo farmaco funziona?”

La domanda è anche: “Chi riuscirà ad accedervi?”

Chi potrà permetterselo?

Quanto tempo servirà per renderlo disponibile?

Quali ostacoli burocratici dovranno affrontare le persone interessate?

Quali servizi saranno in grado di accompagnarne l’utilizzo?

Sono domande che conosciamo bene anche in Italia. Basta pensare alle liste d’attesa per la PrEP, alle differenze territoriali nell’accesso ai servizi, alla difficoltà di molte persone nel trovare informazioni affidabili o percorsi realmente accessibili.

Per chi vuole approfondire, ecco il link dell’articolo segnalato da EATG.

In questo senso, il vero valore di studi come questo non consiste nel dirci se lenacapavir funziona. Lo sapevamo già.
Il loro valore è ricordarci che tra una scoperta scientifica e il suo impatto reale sulla salute delle persone esiste sempre un sistema fatto di organizzazione, servizi, professionisti, scelte politiche e comunità.

Ed è spesso proprio lì che si decide il successo o il fallimento di una strategia di prevenzione.

Perché la storia dell’HIV ci ha insegnato una cosa molto semplice: l’innovazione scientifica è indispensabile, ma da sola non basta.

Sandro Mattioli
Plus aps

Nel dibattito pubblico europeo sulla Palestina si rischia spesso di oscillare fra due estremi: da un lato la geopolitica astratta, dall’altro la polarizzazione identitaria. In mezzo, però, continuano a vivere — e spesso a sparire — le persone. Anche le persone che vivono con HIV.

Un recente articolo pubblicato sul Journal of the International AIDS Society, che ho ricevuto da Rafał Majka, descrive con chiarezza ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza: il progressivo collasso del sistema sanitario ha trasformato HIV da condizione cronicamente sotto-diagnosticata a emergenza sanitaria invisibile. Prima dell’escalation del conflitto del 2023, il sistema sanitario palestinese — pur fragile, sottofinanziato e limitato dal blocco — garantiva almeno una continuità minima di cura: test HIV gratuiti, accesso alla terapia antiretrovirale, attività di prevenzione e supporto psicosociale.

Oggi quella rete è quasi completamente collassata. Secondo gli autori, la disponibilità di ART è precipitata, i laboratori diagnostici sono stati distrutti o resi inutilizzabili, il testing HIV è quasi scomparso e la continuità terapeutica è stata interrotta. Anche le strutture sanitarie funzionanti sono ridotte al minimo, mentre operatori sanitari sono stati uccisi, sfollati o impossibilitati a lavorare.

In questo contesto HIV non sparisce. Diventa invisibile.

Ed è proprio questa invisibilità a rappresentare uno degli aspetti più drammatici della crisi. In una Gaza devastata dai bombardamenti, dalla distruzione degli ospedali, dagli sfollamenti di massa e da decine di migliaia di morti fra i civili, il rischio è che tutto ciò che non appare immediatamente sotto le macerie smetta semplicemente di essere raccontato.
Ma le persone che vivono con HIV continuano a esistere anche dentro la guerra. Continuano ad aver bisogno di terapia, continuità assistenziale, monitoraggio clinico, supporto e protezione della propria riservatezza. E quando un sistema sanitario collassa, anche HIV collassa insieme ad esso: si interrompono le terapie antiretrovirali, scompaiono i sistemi di testing e follow-up, PEP e PrEP diventano inaccessibili e lo stigma cresce ulteriormente dentro un contesto già segnato dalla sopravvivenza quotidiana.

Non si tratta di mettere HIV “accanto” alla distruzione della guerra come se fossero fenomeni separati. Si tratta di capire che la guerra travolge anche la salute, la continuità delle cure, la prevenzione e la possibilità stessa di restare visibili come persone e come comunità.

Ma c’è un altro elemento che l’articolo mette in luce e che le comunità HIV conoscono bene da decenni: lo stigma. Gli autori ricordano come, già prima della guerra, HIV in Palestina fosse circondato da segretezza, paura e moralizzazione sociale. Nel contesto attuale, la perdita di riservatezza e il crollo dei servizi sanitari aggravano ulteriormente la paura dell’esposizione pubblica e allontanano ancora di più le persone dal testing e dalle cure.

Per chi vive con HIV, tutto questo non è soltanto un problema sanitario. È anche memoria. La storia dell’HIV ci ha insegnato cosa accade quando una comunità diventa invisibile, quando la salute viene subordinata alla morale, quando le istituzioni smettono di vedere alcune vite come prioritarie. Ci ha insegnato cosa significhi vivere nella paura dell’interruzione delle cure, dell’abbandono, dello stigma e dell’isolamento.

Per questo parlare oggi di HIV a Gaza non significa “spostare” il tema HIV dentro una discussione geopolitica. Significa riconoscere che il diritto alla salute non può essere sospeso nei conflitti e che le persone che vivono con HIV restano particolarmente vulnerabili quando collassano sistemi sanitari, reti di prevenzione e protezioni sociali.

Ed è qui che emerge ancora una volta il ruolo fondamentale delle comunità. Le più importanti conquiste degli ultimi decenni — dall’accesso universale alle ART ai checkpoint community-based, dalla PrEP al sierocoinvolgimento, fino alla lotta allo stigma — non sono nate soltanto nelle istituzioni o nei congressi scientifici. Sono nate dall’incontro fra attivismo, elaborazione politica, bisogni concreti e costruzione di reti comunitarie capaci di trasformare vulnerabilità in risposte collettive.

Anche oggi, in molte parti del mondo, sono proprio le reti comunitarie a mantenere vive informazione, prevenzione, supporto reciproco e continuità terapeutica nei contesti più fragili. È anche grazie a decenni di attivismo HIV internazionale che oggi esistono gli strumenti culturali e politici per vedere ciò che sta accadendo alle persone che vivono con HIV a Gaza. Senza quella memoria collettiva, senza quelle comunità e senza quella elaborazione politica, molte di queste vite rischierebbero semplicemente di scomparire dal racconto pubblico insieme ai servizi sanitari che le sostenevano.

Per questo HIV a Gaza non riguarda soltanto Gaza. Riguarda il modo in cui pensiamo il diritto alla salute, la memoria politica dell’epidemia HIV e la capacità delle comunità di non lasciare invisibili le persone più vulnerabili anche dentro le crisi umanitarie e i conflitti.

Perché quando un sistema sanitario crolla, HIV non finisce. Smette semplicemente di essere visto.

Fonte principale
Majka R., Abuzerr S. HIV in Gaza: From Chronic Under-Detection to Acute Collapse. Journal of the International AIDS Society, 2026.

Sandro Mattioli
Plus aps