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LABORATORIO RESIDENZIALE SU HIV, IDENTITÀ SESSUALE, SESSUALITÀ E INTIMITÀ TRA MASCHI
4, 5 e 6 ottobre 2024

Di cosa si tratta?
Io vivo con HIV è un percorso laboratoriale che si situa in continuità rispetto ai precedenti “HIVoices” e “Sono Sieropositivo” svoltisi dal 2010 al 2024, proposti da Plus – Persone LGBT+ Sieropositive – aps, che ha visto coinvolte numerose persone GBMsM (gay, bisessuali e maschi che fanno sesso con maschi). Lo scopo del laboratorio è quello di contribuire alla co-costruzione di un sapere di gruppo che possa agevolare l’esplorazione e la consapevolezza individuale, in merito al proprio modo di “vivere con HIV” e in relazione alle diverse dimensioni dell’esperienza umana e dell’identità sessuale. In particolare, il racconto dell’esperienza biografica di persone che vivono con HIV e l’apertura ad un ascolto partecipato ed empatico, favoriranno la costituzione di uno spazio sicuro. Questo permetterà la possibilità di un confronto e di una narrazione di sé al di là di modelli precostituiti e a favore di una complessità generativa radicata nel vissuto presente. Io vivo con HIV quindi è un laboratorio intensivo che si sviluppa in un contesto accogliente e affermativo del proprio stato sierologico e del proprio orientamento sessuale.

A chi è rivolto?
È rivolto esclusivamente a persone che vivono con HIV, GBMsM (gay, bisessuali e maschi che fanno sesso con maschi) e che hanno partecipato precedentemente ad una o più edizioni di “HIVoices” e/o “Sono Sieropositivo” dal 2010 al 2024. Il gruppo sarà composto da un minimo di 15 a un massimo di 18 partecipanti. A chi partecipa è richiesta una presenza continuativa per l’intera durata del laboratorio e un abbigliamento comodo (tuta, calzettoni, etc.) che agevoli l’espressione corporea.

Metodologia
Tutte le proposte esperienziali richiamano vari ambiti di conoscenza: anatomica, espressivo-corporea,meditativa, artistica, ecc. Queste consentono un apprendimento di tipo sensoriale emotivo, cognitivo. Favorendo la costituzione dei legami di fiducia tra i partecipanti del gruppo, ci eserciteremo nella conoscenza delle 4 dimensioni dell’esperienza: poter fare, poter pensare, poter sentire, poter essere..Quali dimensioni dell’esperienza di persone che vivono con HIV+ incontreremo?
I laboratori esploreranno i temi della vergogna e dello stigma, dell’Ombra con cui ciascuno di noi convive, del desiderio di essere nello sguardo dell’altro. Avremo la possibilità di incontrare le fragilità e le risorse più generative nei nostri percorsi di vita.

Contenuti
La proposta delle attività laboratoriali vedrà le seguenti aree esperienziali/di contenuto come possibilità di vissuto personale e di nuova condivisone con la comunità di ricerca dei partecipanti GBMsM HIV+:

o Ascolto di sé attraverso corpo ed emozioni;
o Decostruzione delle metafore di stigma dell’HIV;
o Affermazione di sé e consapevolezza del proprio stato sierologico;
o Desiderio, sessualità e intimità tra GBMsM;
o Aspettative e timori nell’incontro con l’altro;
o Coming out sierologico e visibilità;
o Contesti di vita e HIV;
o Pratiche di cura di sé.

Tempi
Il laboratorio sarà realizzato in una struttura residenziale, a partire dal tardo pomeriggio di venerdì 4, fino al pomeriggio di domenica 6 ottobre.

Formatori
Beppe Marcella è formatore, pedagogista, analista dialogico – relazionale a indirizzo Rogersiano, laureando in psicologia. Si occupa di formazione alla relazione d’aiuto con particolare attenzione alle identità di genere e prospettiva Queer.
Luigi Carresi è formatore attraverso la mediazione corporea e analista funzionale in supervisione. Conduce gruppi esperienziali in cui promuove lo sviluppo della dimensione simbolica del corpo in movimento e l’ascolto del sapere corporeo.
Andrea De Pasquale è psicologo, pedagogista, analista biografico ad orientamento filosofico, formatore. Lavora in studio come analista e conduce laboratori di gruppo finalizzati a favorire la conoscenza di sé e la crescita personale

Info tecniche

Location

Il residenziale si svolgerà presso la struttura Ca’ Vecchia a Sasso Marconi (vedi il sito) (vedi la mappa)

Trattamento di pensione completa in camera tripla o quadrupla. I pasti saranno consumati presso il ristorante della struttura. I costi per l’eventuale consumo di bevande alcoliche sono a carico dei partecipanti. La struttura fornisce lenzuola e asciugamani. Non sono ammessi animali domestici.

Ai partecipanti è richiesta una presenza continuativa per l’intera durata del laboratorio.

Come raggiungere la struttura

L’associazione mette a disposizione un pullman sia per l’andata che per il ritorno:

Partenza: da Bologna venerdì 4 ottobre, alle ore 16:00, dalla sede di Plus (Il Blq CheckPoint), in via San Carlo 42/C (vedi mappa)
Ritorno: domenica 6 ottobre alle ore 17 circa, con arrivo a Bologna previsto per le ore 19.

Se preferisci raggiungere la struttura con mezzi autonomi, comunicacelo sulla scheda di adesione.
In questo caso, è necessario che tu arrivi a alla struttura entro le ore 18.00 di venerdì 4 ottobre.

Costo

Il costo per la partecipazione al corso, comprensivo di alloggio e vitto per l’intera durata di tre giorni, presso la struttura, è di 50 €. Restiamo a tua disposizione per qualsiasi chiarimento o ulteriore informazione.

Scadenza iscrizioni

Tutte le iscrizioni devono pervenire entro e non oltre martedì 24 settembre 2024.

La conferma della partecipazione al laboratorio verrà inviata al raggiungimento del numero minimo di partecipanti e comunque non oltre sabato 28 settembre 2024.

Qualora le richieste di partecipazione fossero superiori ai posti disponibili, verrà operata una selezione in base ai seguenti criteri prioritari: A) la data di invio scheda iscrizione/bonifico B) le motivazioni personali all’iscrizione da indicare sulla scheda di adesione.

Come iscriversi al laboratorio

Per potersi iscriversi al laboratorio, bisogna effettuare il pagamento della quota € 50 tramite bonifico bancario sul seguente IBAN intestato a Plus aps: IT57B0623002402000057898117 Causale: Erogazione liberale.

Ricordati di specificare la causale indicata sopra durante la transazione. Una volta effettuato il bonifico, inviaci cortesemente una conferma di pagamento insieme alla scheda di adesione.

Scheda di adesione

Scarica la scheda di adesione. Stampala e compilala in tutte le sue parti. Puoi inviarci una scansione o una foto fatta dal cellulare all’indirizzo info@plus-aps.it

Scarica le info

Se preferisci, scarica tutte le info del corso sopra descritte in formato PDF

Iniziativa realizzata da PLUS Aps con il supporto non condizionato di ViiV Healthcare


I Laboratori di Plus: io c’ero e dico che…
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Sapevi che, anche se non devi fare il 730, puoi comunque decidere a chi destinare il tuo 5 per 1000?

Anche i contribuenti che non devono presentare la dichiarazione dei redditi possono scegliere di destinare l’otto, il cinque e il due per mille dell’IRPEF utilizzando l’apposita scheda.

Per destinare il tuo 5×1000 è necessario porre la propria firma in uno dei cinque riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione e scrivere il codice fiscale dello specifico ente scelto.

Ad esempio, se scegli di devolvere il tuo 5×1000 a Plus aps e sostenere il PrEP Point e il BLQ Checkpoint, dovrai firmare il riquadro che riporta la dicitura “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale…” e scrivere il nostro codice fiscale: 91341670379.

Scarica il modello di scheda per la scelta della destinazione del 5 per mille (MODELLO AGENZIA DELLE ENTRATE) e consegnalo in busta chiusa presso lo sportello di un ufficio postale, tramite un intermediario (Caf o professionista) o attraverso il servizio telematico dell’Agenzia delle Entrate.

Basta una firma e il nostro codice fiscale per donare il tuo 5×1000 e per aiutarci a costruire un futuro senza HIV.

Sandro Mattioli
Plus aps

Come ogni anno dal 2013 ad oggi, la nostra associazione aderisce alla European Testing Week, ossia la settimana europea del test.
Una iniziativa europea tesa a promuovere il test per HIV, che quest’anno si terrà

dal 20 al 27 novembre e vedrà il BLQ Checkpoint aperto tutti i giorni dalle 18 alle 20,30.

Sarà possibile prenotare per telefono (0514211857) i test per HIV, epatite C e sifilide al mattino dalle 9 alle 12 o al pomeriggio dalle 18 alle 20; oppure via mail su prenota@blqcheckpoint.it oppure passando a prenotare direttamente in sede, in via S. Carlo 42C a Bologna.

Il tutto grazie all’impegno dei nostri attivisti e con il supporto del personale infermieristico di USL Bologna.

HIV è ancora oggi un’infezione troppo sotto stimata. Infatti nella nostra Regione le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono già in AIDS, o prossimi a diventarlo, sono ancora oltre il 60% dei nuovi casi di HIV.

Come spesso accade, ricevere una diagnosi tardiva implica una serie di problemi a partire da una minore possibilità di avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale. Tutto il contrario in caso di diagnosi precoce.
Inoltre oggi, grazie alla potenza dei farmaci, le persone HIV positive in terapia efficace non trasmettono il virus per via sessuale. Un traguardo di conoscenza molto importante che ci aiuta a combattere la discriminazione e il pregiudizio e che, insieme a tutte le associazioni di pazienti e di lotta contro HIV e con il supporto di Simit, stiamo promuovendo grazie alla campagna impossibile sbagliare, che vi consiglio di guardare.

Verso la fine del 2005, assistetti a una riunione convocata dal Centro Operativo Aids, durante la quale la dott.ssa Suligoi illustrò la situazione relativa ai casi di HIV, di Aids e le prospettive future. In quegli anni in Italia la maggior parte dei casi di HIV erano appannaggio dei “tossicodipendenti”, come venivano definiti allora, per via dell’uso di scambiarsi la medesima siringa.
Tuttavia la dott.ssa Suligoi intuì che le cose iniziavano a cambiare e ci fece notare un incremento dei casi fra gli “omo-bisessuali”, altro termine coevo.
Ricordo che alzai la mano e chiesi qualche informazione in più. Mi venne risposto di non preoccuparmi perché eravamo nella media europea in quanto ad incremento di casi fra gli omo-bisessuali.

L’informazione non mi lasciò particolarmente sereno, infatti decisi di controllare i dati ufficiali dell’Unione Europea e scoprii che l’Italia era esattamente a metà della media europea: 12 Paesi meno bravi di noi e 12 più bravi.
Incominciai quindi a cercare di capire cosa facessero quelli più bravi di noi, mi interessò soprattutto notare che non c’erano solo i “soliti” Paesi del Nord Europa, ma c’erano anche Paesi dell’area mediterranea fra i più bravi.
Pochi mesi dopo, durante una conferenza di ILGA Europe, assistetti a una presentazione di Ferran Pujol sul Checkpoint di Barcellona aperto appena un anno prima. Il metodo checkpoint anche se nato in Olanda, poteva essere applicato anche in un Paese a noi vicino come la Catalogna.

Inizia così la storia del BLQ Checkpoint, quando chi scrive era ancora responsabile salute del Cassero.

Ci sono voluti sette anni di advocacy per arrivare a convincere la Regione, ma anche l’associazionismo locale, che il checkpoint come modello d’intervento era assolutamente necessario in una città e una regione che da sempre ha un problema importante con le diagnosi tardive di HIV.

Nel 2013 la Regione Emilia-Romagna fa un atto di importante riconoscimento politico: con il DGR 768/2013 con il quale riconosce il lavoro di Plus che viene definito soggetto attuatore del progetto di interesse regionale BLQ Checkpoint. Un atto pubblico coraggioso, che nessun’altra Regione ha avuto il fegato di fare, a dimostrazione che il lavoro di tessitura politica e anche tecnica alla fine paga. I tempi lunghi si spiegano con la difficoltà, in parte insita nella Pubblica Amministrazione, ad accettare i progetti innovativi soprattutto se difficilmente inquadrabili nelle regole e nelle procedure in essere. In effetti un checkpoint non si inquadra in nessuna di esse perché non è un ambulatorio ma esegue test di screening, non è un centro associativo ma svolge attività per la community. In effetti svicoliamo, probabilmente la Regione dovrebbe oggi pensare a un altro gesto coraggioso realizzando delle regole per i Checkpoint, condivise e trasparenti. Ma questo si vedrà.

Il Comune di Bologna si dimostra subito collaborativo e mette a disposizione una dirigente per strutturare una convenzione, che diventerà a tre con l’aggiunta di Azienda Sanitaria di Bologna. Sarà un processo abbastanza faticoso appunto per gli aspetti innovativi di un centro che mal si adatta alle regole esistenti. Ma alla fine ce la facciamo e viene firmata una convenzione trina: Plus, Comune di Bologna e Azienda Sanitaria.

Il Comune ci trova una sede, i locali che occupiamo attualmente, non propriamente una sede meravigliosa perché si trattava di un ex ristorante chiuso da sette anni, pertanto completamente fuori norma e da ristrutturare. Cosa a cui ha dovuto pensare Plus. Posso dire con orgoglio che siamo riusciti a trovare oltre 300.000€ con i quali abbiamo ristrutturato e allestito una sede che, anche grazie al progetto di ben due architetti (Andrea Adriatico e Nino Tammaro), è oggettivamente un bel posto, molto lontano dalla tipica struttura ambulatoriale alienante. Un luogo in sé accogliente, fermo restando che l’accoglienza vera e propria la fa il personale volontario dedicato a questo scopo che non sbaglia un colpo, agisce sempre in modo molto professionale. Visto l’ammontare speso, concordiamo con il Comune una convenzione di 15 anni che non prevede il pagamento di un affitto.

Il terzo ente firmatario è l’Azienda Sanitaria di Bologna. Grazie all’insostituibile lavoro della dott.ssa Venturi, responsabile del Centro C.A.S.A., forse l’unica responsabile genuinamente interessata al progetto, otteniamo una convenzione della durata di quattro anni, credo che sia il massimo per USL. In questa fase iniziale l’Azienda si impegna a fornire gli infermieri per l’esecuzione dei test (anzi, del test perché all’epoca abbiamo iniziato con il solo test di screening per HIV), ad occuparsi dell’acquisto del test, della gestione del materiale di consumo e dello smaltimento dei rifiuti speciali. Inoltre USL si sarebbe occupata, in collaborazione con Plus, della formazione del personale volontario dell’associazione. La disponibilità del personale infermieristico viene fissata in sei ore alla settimana, per cui decidemmo di aprire martedì e giovedì dalle 18 alle 21. Dopo otto anni siamo ancora fermi a questa fase di start-up.

Dopo poche settimane dall’apertura, l’Ospedale S. Raffaele di Milano ci coinvolge in uno studio sull’esecuzione di test di screening a risposta rapida su HCV (epatite C).
Di li a poco verranno aggiunti anche i test per sifilide.

Alla scadenza della convenzione lato USL, dopo vari solleciti per un incontro teso a rinnovo ovviamente, per tutta risposta ci arriva una mail con la convenzione già rinnovata, in peior, e già firmata dalla dott.ssa Gibertoni allora direttrice generale dell’Azienda Sanitaria di Bologna. La convenzione passa da 4 anni a uno, si mette così una pietra tombale sulle reali possibilità di sviluppo del BLQ Checkpoint… come se questo non fosse sufficiente, quest’anno (2023) il rinnovo annuale della convenzione ha subito un ritardo di ben sei mesi. Per cui siamo nelle condizioni di ipotizzare programmi di sviluppo senza la collaborazione di USL, che manco risponde alle mail e si fa negare al telefono, della durata massima di 12 mesi, quest’anno ridotti a sei.

Poi si chiedono perché chiudere.

Per riprendere l’esempio del Checkpoint di Barcellona, i cui abitanti sono più o meno come quelli della nostra regione, quel centro è aperto 12 ore al giorno, il personale interno riceve uno stipendio, hanno comunque decine di giovani volontari che promuovono il servizio nelle discoteche, ai Pride e così via. Il centro distribuisce la PrEP gratuitamente mentre noi dovremo impazzire. Un centro che ha aperto 17 anni fa in puro volontariato, che oggi offre un’opportunità di lavoro e segue oltre 2.000 persone. Questo significa sviluppo.

A Bologna invece da alcuni anni ci dobbiamo pagare i test per sifilide per motivi burocratici ma mai confermati ufficialmente, non abbiamo contezza di chi sia il nostro medico di riferimento perché dal giorno in cui la dott.ssa Venturi è andata in pensione semplicemente questo passaggio è saltato, siamo stati spostati dal Dipartimento cure primarie a quello di salute mentale senza alcuna spiegazione. Chissà, forse qualcuno ha ipotizzato che i gay possano avere problemi in tal senso. A ben vedere siamo riusciti ad andare avanti in questi ultimi 4 anni solo grazie all’appoggio della Responsabile infermieristica che ci segue, anche meglio di un medico, dott.ssa Assueri.

Va da sé che Plus non ha alcun preconcetto ideologico, pertanto a fronte di un impegno serio della Pubblica Amministrazione e dell’Azienda Sanitaria nello specifico, un impegno che vada nella direzione logica che ha portato il Sindaco Lepore a firmare il protocollo Fast Track City e che, quindi, metta il BLQ Checkpoint nelle condizioni di uscire dalla fase di start-up e dare un serio contributo al raggiungimento degli obiettivi di UNAids prima del 2030, non abbiamo nessun problema a fare marcia indietro.

Ma al momento resta in essere la decisione di chiudere il BLQ Checkpoint a partire dal 1 luglio 2023. Di seguito il comunicato stampa.

Sandro Mattioli
Plus aps
Presidente.

Perché questo questionario?
In Italia la PrEP è ancora un tabù. Se la usi o la vorresti iniziare, avrai quasi sicuramente affrontato ostacoli e pregiudizi. In questo questionario hai la possibilità di far sentire la tua voce in forma anonima. Le tue risposte ci aiuteranno a conoscere e possibilmente risolvere le difficoltà che hai incontrato o che ancora incontri.

Chi ha creato il questionario?
Il questionario nasce da una collaborazione tra il collettivo PrEP in Italia Plus Roma, associazione di persone LGBT+ che si occupa di offrire servizi sulla salute sessuale.

Chi può partecipare al questionario?
Possono partecipare tutte le persone maggiorenni che usano o vorrebbero utilizzare la PrEP e che abitano in Italia.

Ci saranno domande personali? La tua privacy sarà tutelata?
Sì, ci saranno domande personali, ma le tue risposte saranno raccolte in forma anonima e aggregata e non potremo risalire alla tua identità. Leggi tutta l’informativa.

Proseguendo con la compilazione del questionario acconsenti al trattamento dei tuoi dati secondo quanto specificato nell’informativa.

Ti faremo delle domande sulla tua vita sessuale. Non è per farci gli affari tuoi. Se conosci Plus Roma e PrEP in Italia sai già che crediamo nell’autodeterminazione e non giudichiamo mai le persone. Sapere come vivono la sessualità le persone in PrEP o che vorrebbero iniziarla è fondamentale per orientare il nostro lavoro, offrire servizi sempre più specifici e mobilitarci per migliorare la loro esperienza.

A chi puoi rivolgerti per avere informazioni?
Puoi scrivere a info@prepinfo.it

Questo questionario è stato realizzato grazie a una donazione di ViiV Healthcare SRL.

Quindici anni di Plus, comunità, attivismo e futuro

Plus nei contesti internazionali: comunità, attivismo, presenza

Scrivo queste righe dopo l’assemblea di oggi pomeriggio, 19 aprile 2026, che ha segnato la conclusione del mio mandato come Presidente di Plus.
È una frase semplice, ma dentro ci stanno molte cose. Non è un passaggio improvviso, né una decisione solitaria: è un percorso che abbiamo costruito nel tempo, condiviso, discusso, preparato. Eppure, anche così, non riesco a viverlo come un semplice cambio di ruolo.

Perché Plus non è mai stata solo una carica.

È stata — ed è — una comunità, un pezzo di vita condivisa, un luogo in cui abbiamo provato a cambiare le cose partendo da noi stessi. Per questo quello che state leggendo non è un comunicato, almeno non nel senso tradizionale del termine. È, piuttosto, una lettera aperta a chi ha attraversato questo percorso insieme a me: a chi c’era all’inizio, a chi è arrivato dopo, a chi è rimasto e anche a chi è passato solo per un tratto.

E, inevitabilmente, anche a chi non c’è più.

In questi anni abbiamo perso persone importanti. Stefano – stellina – nel 2023, Giulio – godi da paura – nel 2022. Due presenze diverse, due modi diversi di stare al mondo, ma entrambe parte della nostra comunità. Due assenze che non si riempiono.

Sono morti a causa dell’HIV, e dirlo — ancora oggi — è necessario.

Perché se continuiamo ad avere diagnosi tardive, se continuiamo a perdere persone, non è solo una questione individuale: è anche il risultato di ritardi, rimozioni e responsabilità collettive.
Perché a volte sembra che l’HIV sia diventato un tema gestito, quasi archiviato, ma non lo è. Non lo è mai stato davvero. Anche per questo Plus esiste.

Plus nasce nel 2011, in un contesto molto diverso da quello attuale. Parlare di HIV significava ancora confrontarsi con uno stigma forte, persistente, spesso interiorizzato. Le persone che vivono con HIV erano raccontate più come oggetti di intervento che come soggetti attivi. Mancava uno spazio comunitario reale: non assistenziale, non paternalistico, non costruito dall’alto.

Da lì siamo partiti.

La scelta è stata fin dall’inizio politica: costruire un’organizzazione realmente community-based. Non come etichetta, ma come pratica quotidiana. Significava costruire fiducia dove c’era diffidenza, parlare di sessualità senza moralismi, tenere insieme il piano umano, sociale e scientifico dell’HIV, dialogare con le istituzioni senza perdere autonomia.

E, quando necessario, anche mettere in discussione quelle stesse istituzioni.

Non è stato sempre semplice. Spesso ha voluto dire essere scomodi. Ma era l’unico modo che conoscevamo per essere coerenti.

In questi anni abbiamo fatto molte cose. Alcune hanno funzionato subito, altre no, altre ancora le abbiamo capite strada facendo. Abbiamo contribuito a spostare il modo in cui si parla di HIV in Italia, portando al centro la qualità della vita, i diritti, l’accesso alla prevenzione e alle terapie, il ruolo attivo delle persone coinvolte.
Non è stato un processo spontaneo. È stato, spesso, il risultato di pressioni, confronto e anche conflitto.

Dieci anni di lavoro comunitario: prevenzione, relazioni, continuità

Abbiamo lavorato sulla PrEP quando era ancora un tema marginale. Abbiamo costruito servizi come il BLQ Checkpoint, che oggi possono sembrare quasi “naturali”, ma che all’inizio non lo erano affatto. Spazi comunitari, accessibili, non giudicanti, fuori dall’ospedale ma in dialogo con il sistema sanitario.

Anche lì, tra burocrazia, resistenze e incomprensioni, abbiamo imparato che fare attivismo significa non solo denunciare ciò che non funziona, ma costruire alternative concrete — e farlo anche quando il contesto non è pronto a riconoscerle.
Se però dovessi dire cosa ha fatto davvero la differenza in questi quindici anni, non parlerei dei progetti.

Parlerei delle persone.

Le persone che hanno attraversato Plus nei diversi direttivi, nei gruppi di lavoro, nei servizi, nelle assemblee. Persone che mi hanno sostenuto, ma anche corretto; che mi hanno affiancato, ma anche messo in discussione. Ed è sempre stato un valore. Perché una comunità vera non è fatta solo di consenso, ma anche di confronto.

Proprio per questo, negli ultimi anni, abbiamo scelto di lavorare con attenzione su un tema spesso sottovalutato: la transizione. Ho visto molte transizioni di leadership, non sempre gestite con cura. Noi abbiamo provato a fare diversamente. Insieme ai colleghi più anziani — alcuni dei quali oggi non sono più con noi — abbiamo investito su persone più giovani, costruendo competenze e cercando di trasferire non solo ruoli, ma visione.

Non so se ci siamo riusciti perfettamente. Ma so che ci abbiamo lavorato.

Chiudere un ciclo così lungo porta inevitabilmente a fare dei bilanci.
I risultati ci sono, e sono il frutto di un lavoro collettivo che ha attraversato questi quindici anni.

Più che elencarli, però, mi interessa il modo in cui li abbiamo costruiti: con gli strumenti che avevamo, cercando di essere coerenti e, soprattutto, senza arretrare sui principi.

La comunità continua, nei corpi, nelle strade, nelle relazioni

Ci sono cose che farei diversamente? Sicuramente sì. Ma non ho rimpianti nel senso più profondo del termine, perché ogni scelta è stata fatta dentro un percorso collettivo.

Lascio la Presidenza, ma non lascio Plus.

Resto parte di questa comunità, con un ruolo diverso e con un passo diverso, ma con la stessa convinzione di fondo: che un percorso community-based, se è autentico, è più forte delle singole persone. E se non fosse così, vorrebbe dire che abbiamo costruito qualcosa di fragile.

Oggi Plus è diversa da quella del 2011. È più strutturata, più riconosciuta, più complessa. Ma la sfida resta la stessa: crescere senza perdere il legame con la comunità, innovare senza dimenticare da dove si è partiti. In questi anni ho imparato molto. Dalle persone che vivono con HIV, dai colleghi, dalle istituzioni, anche dagli errori. E forse è proprio questo il punto: il cambiamento reale non è mai lineare, mai semplice, mai definitivo.

Ma vale sempre la pena provarci. Anche quando è scomodo.

A tutte e tutti, davvero, grazie.

Plus è una comunità viva, grazie all’impegno di tutti e non per merito di pochi.

E continuerà a esserlo, con persone, ruoli e responsabilità che cambiano, ma con gli stessi valori e la sua specificità di rete di persone LGBTQ+ che vivono con HIV.

Sandro Mattioli
Plus aps

Plus APS, in collaborazione con IAM – Intersectionalities and More, organizza nell’ambito del progetto “A Positive Journey” una formazione dedicata all’approfondimento dei temi della salute sessuale delle popolazioni migranti in Italia, con particolare attenzione all’HIV e alle persone LGBTQIA+.

L’iniziativa intende offrire strumenti teorici e operativi a professioniste e professionisti dell’area sociale, sanitaria e dell’accoglienza, promuovendo un approccio intersezionale, inclusivo e orientato ai diritti.

La formazione si terrà in presenza presso la sede di via Galliera 40 a Bologna, nelle seguenti date:

  • 9 maggio, dalle ore 9.00 alle 18.00
  • 16 maggio, dalle ore 9.30 alle 18.15

La partecipazione è gratuita. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 25 persone.

Il corso è attualmente in fase di accreditamento presso l’Ordine degli Assistenti Sociali per il rilascio dei crediti formativi. È previsto il rilascio dell’attestato di partecipazione su richiesta per coloro che prenderanno parte a entrambe le giornate.

La sede è accessibile a persone con disabilità motoria e/o sensoriale e si trova a breve distanza dalla stazione ferroviaria, facilmente raggiungibile anche con il trasporto pubblico locale.

Clicca qui per il programma

Per iscrizioni:
segreteria@plus-aps.it
intersectionalitiesandmore@gmail.com

Per ulteriori informazioni è possibile contattare IAM anche via WhatsApp al numero 339 3389448.

Il progetto è realizzato grazie al contributo non condizionato di Gilead Sciences.

Sandro Mattioli
Plus aps

Oggi compio 20 anni.
No, cari: non per gamba, ma in tutto il corpo. Negli organi, nel sangue, fuso nel mio DNA c’è l’ospite indesiderato che da vent’anni prova ad ammazzarmi. E all’inizio c’era quasi riuscito.

Grazie all’incredibile progresso scientifico – e forse anche al mio essere poco consenziente – HIV non ce l’ha fatta. Me lo immagino un po’ seccato: ha dovuto prendere la via lunga. Non l’autostrada dell’Aids (qualche mese ed è fatta), ma la mulattiera dell’attivazione immunitaria e dell’infiammazione cronica. I risultati arrivano comunque, ma ci vogliono anni. E nel frattempo può succedere di tutto: ti può investire un autobus, ti può picchiare un fascio col cranio rasato (e la merda che gli soffoca il cervello) — anche se no, su questo HIV non c’entra.

HIV però agevola gli amici di sempre: il cancro, le malattie cardiovascolari, il diabete. E con la traslocazione microbica poi ciaone proprio. Da questo punto di vista HIV è modernissimo: trasversale, intersezionale, molto più bravo dei mafiosi nel fare il suo malaffare silenzioso.

Talmente silenzioso e furtivo che nessuno ne parla più. Non interessa quasi a nessuno, nemmeno a chi dovrebbe interessarsene almeno per i numeri delle nuove diagnosi: che so… i gay o MSM, o LGBTQIA+ come si dice oggi per essere inclusivi. Non ho mai capito bene cosa c’entrino l’affermazione di genere o la non binarietà con un virus che si diffonde facendo sesso, ma meglio fermarsi qui o parte una polemica inutile. Del resto bisogna essere inclusivi. E HIV è inclusivo per definizione: ha le sue preferenze, certo, ma ci prova con tutti.

Quelle preferenze oggi si chiamano popolazioni chiave: gay e bisessuali, migranti, sex worker, persone trans e così via. Siamo “chiave” perché se riesci a ridurre HIV lì, sei a buon punto anche con il resto della popolazione. Peccato che in Italia per oltre metà di queste popolazioni non abbiamo nemmeno idea di quanti casi ci siano. Per persone trans, sex worker e altri gruppi ci affidiamo alle stime europee. Noi abbiamo il ponte sullo Stretto da costruire, mica possiamo perderci dietro a queste cavolate, giusto?

La cosa “buffa” è che anche dove i dati ci sono, e sono chiari, non importa comunque a nessuno. Prendiamo i gay: gli ultimi dati disponibili parlano di circa il 36% delle nuove diagnosi. Dite che il movimento – che so, Arcigay – abbia detto o fatto qualcosa per far calare quelle cifre? Un’azione politica, sociale, culturale per riportare il tema all’attenzione? Una nuova legge, magari? Quella attuale, per quanto buona, risale al 1995: qualcosa nel frattempo è cambiato.

Mi è stato risposto che non c’è la volontà politica di chiedere una nuova legge a questo governo. Giuro. Capisco l’abitudine ormai consolidata per cui sembra che le leggi le faccia solo l’esecutivo, ma le leggi si chiedono al Parlamento. E un disegno di legge pronto per la discussione esiste già. Boh. Aspettiamo. Nel frattempo speriamo che non si contagi troppa gente, in attesa di un governo più gradito.
Grazie movimento LGBTQ+, ancora una volta ti sei dimostrato attentissimo alle istanze delle persone LGBTQ+ con HIV.

Che HIV non sia una priorità per il movimento è evidente da tempo. I gay che vivono con HIV lo sanno bene: all’inizio dell’epidemia siamo stati di fatto trasferiti verso un associazionismo “di settore”, chiamato a occuparsi di tutta la popolazione con HIV senza distinzione di bisogni o identità.

Così un gay bolognese come me poteva andare a ballare al Cassero, ma per l’HIV doveva andare alla LILA, dove trovavi di tutto. Io per esempio ci trovai un drug user che mi chiamò “frocio di merda” davanti a tutti.

In effetti fu un’esperienza molto breve. Così come breve fu il mio coming out sierologico al Cassero. Quando dissi che avevo l’HIV si girarono tutti verso di me, e non uno che abbia pensato di dire qualcosa. Che so: “come stai?”, “come la vivi?”. Un minuto di silenzio, un po’ come per i morti, e poi ognuno tornò ai propri discorsi.

Plus è nata poco dopo, quando ho capito che quel senso di solitudine e abbandono non era solo mio, ma di molte persone con HIV nella comunità gay.
Dunque: facciamo qualcosa per chi è gay e vive con HIV?

Sono passati vent’anni. Molte cose sono cambiate, ma alcune mentalità faticano ancora a muoversi.

Prendiamo la grande manifestazione nazionale di Roma del 17 maggio 2025 – giornata contro l’omo-bi-lesbo-transfobia – salvo poi dimenticare tutto già dal 18 maggio. Era previsto anche un tavolo sulla salute, e il tema principale doveva essere la salute riproduttiva. Sul serio? A quante gravidanze andrà mai incontro questa comunità? Forse che le persone gay o trans con HIV non subiscono discriminazioni, spesso doppie? Nel nostro Paese funziona così.
In Francia il movimento si è organizzato fin dall’inizio dell’epidemia ed è poi passato all’azione politica nazionale. Negli Stati Uniti Act Up riempie ancora oggi le strade contro i tagli alla ricerca e alla prevenzione. In Italia abbiamo molte ottime esperienze locali, ma a livello nazionale non c’è mai stato un vero impegno politico. Anzi, a volte sembra quasi ci sia fastidio verso chi ricorda l’evidenza scientifica, persino quando serve a proteggere le popolazioni più colpite.

A dirla tutta, neppure le associazioni di pazienti hanno organizzato proteste contro i tagli. Del resto da noi HIV non va di moda: c’è sempre qualcos’altro a cui pensare.

Poi un giorno qualcuno si sveglia, legge “positivo” su un referto e chiede: “Morirò?” oppure “Ma non riguardava solo i gay?”
E lì capisci quanto lavoro resta ancora da fare.

Spero che l’azione combinata di empowerment e prevenzione portata avanti da Plus da ormai quindici anni riesca almeno a cambiare un po’ la mentalità generale. O quantomeno a limitare i danni.

HIV is not over, scrive Act Up New York sui suoi manifesti.
HIV non è finito. È lì, lavora, e non se ne andrà tanto presto.

Per cui:

Cin cin. Auguri.

Sandro Mattioli

A Positive Journey è un progetto sulla salute sessuale e HIV rivolto alla popolazione migrante e a chi si occupa del tema. Il progetto si rivolte a tutte le persone migranti ma ha un focus sulle persone LGBTQIA+.

Da tempo assistiamo a una crescita lenta ma costante dei casi di nuove diagnosi di HIV nelle persone migranti in Italia e anche la nostra regione non è da meno, soprattutto dopo la crisi covid. Mentre le nuove diagnosi hanno ripreso a scendere dopo la crisi, quelle fra i migranti crescono e siamo già al 33%, un terzo del totale.

Secondo i dati ufficiali della Regione Emilia-Romagna “le persone straniere con diagnosi di infezione da HIV sono sensibilmente più giovani rispetto agli italiani e prevalentemente di sesso femminile“.

L’incidenza fra le persone migranti presenta un andamento costantemente più alto rispetto a quello degli italiani, anche se la differenza si è ridotta nel tempo.

Il termine “migrante” è estremamente generico e molto spesso la nostra comunità LGBTQIA+ assorbe una parte di quelle persone, una parte solitamente sotto rappresentata in entrambe le comunità, quando non discriminata.

Per cui abbiamo deciso di intervenire e organizzare un corso di formazione realizzato da Plus e IAM , che si occupa proprio di intersezionalità, per provare a fornire strumenti sia chi vive quotidianamente lo stigma perché migrante e magari anche omosessuale, trans, non binary, ecc. sul tema dei diritti, della salute sessuale, di HIV.

Porteremo le voci delle direttə interessatə sia quella di esperti e esperte (avvocati, assistenti sociali, attivistə), nonché dei servizi che sono già in essere e fruibili.

Il corso di formazione si terrà nei giorni:

13 dicembre 2025 09,30-18
14 dicembre 2025 09,30-18,15
presso CLUB 11:11 via Galliera 40 Bologna.

Il corso è gratis con iscrizione obbligatoria, possibilmente entro il 10 dicembre, via mail a segreteria@plus-aps.it; è stato reso possibile grazie a un contributo non condizionato di Gilead Science.

clicca qui per il programma

Ma non è tutto qua. In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro HIV/AIDS, 1 dicembre 2025, esce una iniziativa correlata a A Positive Journey: take control, get tested che ha lo scopo di invitare tutte le persone migranti a prendere il controllo della propria salute e a prenotare un test di screening a risposta rapida per HIV presso il nostro BLQ Checkpoint.

Abbiamo tradotto lo slogan in tante lingue, trova la tua nella galleria qui sotto.

In occasione della Giornata Mondiale per lotta contro l’AIDS (WAD), ho pensato di riprendere la dichiarazione di UNAIDS. Superare le interruzioni (dei fondi), trasformare la risposta all’AIDS.

Per UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di HIV/AIDS, il tema della Giornata Mondiale per la Lotta contro HIV sarà un’occasione per evidenziare l’impatto causato dai tagli ai finanziamenti globali nella lotta contro HIV, nonché per mostrare la capacità di resilienza delle comunità che si impegnano per proteggere i progressi ottenuti nella risposta a HIV.

La crisi finanziaria di quest’anno minaccia di vanificare anni di progressi: i servizi di prevenzione contro HIV sono gravemente minacciati, i servizi gestiti dalle comunità maggiormente colpite sono gravemente compromessi. I servizi community-based, vitali per raggiungere le popolazioni emarginate, stanno perdendo priorità, mentre l’aumento delle leggi punitive che criminalizzano le relazioni omosessuali, l’identità di genere e l’uso di sostanze sta amplificando la crisi, rendendo inaccessibili i servizi per l’HIV.

La risposta globale all’AIDS è stata sconvolta negli ultimi mesi e siamo ancora lontani dal raggiungere l’obiettivo di porre fine almeno all’AIDS entro il 2030. Anzi, se i fondi tagliati dagli Stati Uniti non verranno rimpiazzati da altre fonti, UNAIDS prevede oltre 4 milioni di morti per AIDS entro il 2029.

Quindi non solo l’AIDS non è ancora stato debellato ma, dato il contesto attuale, se vogliamo mantenere i risultati fin qui ottenuti serve un approccio diverso. Gli Stati devono apportare cambiamenti radicali alla programmazione e ai finanziamenti per la lotta contro HIV. La risposta globale all’HIV non può basarsi solo sulle risorse nazionali, ossia il classico ognun per sé (o l’America agli americani se preferite). La comunità internazionale deve unirsi per colmare il divario finanziario, sostenere i paesi a colmare le lacune rimanenti nei servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV, rimuovere le barriere legali e sociali e responsabilizzare le comunità affinché possano indicare la strada da seguire.

La leadership politica è fondamentale per promuovere politiche che affrontino le disuguaglianze strutturali e proteggano le popolazioni vulnerabili. Sono necessari profondi cambiamenti per migliorare l’accesso ai servizi per l’HIV, eliminare definitivamente lo stigma e la discriminazione, garantire la tutela dei diritti di donne e delle persone LGBTQ+, che continuano a incontrare barriere sproporzionate nell’accesso all’assistenza sanitaria.

In particolare, il documento di UNAIDS si sofferma proprio sugli interventi dal basso, guidati dalle comunità maggiormente colpite e sulle conseguenze rovinose che questi tagli stanno avendo proprio su questi servizi che dipendono quasi interamente dall’assistenza esterna (89%).
Le organizzazioni guidate dalle comunità di uomini gay e di altri MSM in Kenya, Mozambico e Vietnam sono state costrette dall’interruzione dei finanziamenti dei donatori a ridurre il personale, con licenziamenti che vanno da un terzo del personale organizzativo a quasi tutto il personale clinico (A. Spieldenner, MPACT, 8 ottobre 2025).
Oltre il 60% delle organizzazioni per l’HIV guidate da donne ha perso finanziamenti o è stato costretto a sospendere programmi essenziali, lasciando intere comunità senza accesso a servizi vitali. Queste comunità locali erogano servizi di prevenzione, test, assistenza e trattamento dell’HIV; interventi di protezione sociale e sostegno economico,
il rafforzamento dei sistemi e l’attivazione di facilitatori sociali, la prevenzione e la risposta alla violenza di genere.
Un terribile articolo di The Indipendent ci da conto della situazione in Senegal e dei primi morti causati dai tagli di Trump a cui faranno presto seguito quelli decisi dal Regno Unito.

Fatti i dovuti distinguo, a ben vedere dalle nostre parti la situazione va nella medesima direzione. Certo, noi viviamo in un Paese del G20, non a basso reddito ma ricco, industrializzato. Noi di Plus viviamo in una delle regioni più ricche del Paese. Ma al primo accenno di crisi è il bilancio della sanità quello che riceve i colpi più duri e la prevenzione è sempre la cosa su cui i tagli sono assicurati.

Come tutti, spero, sappiamo per HIV non c’è alcuna cura né vaccino. La prevenzione è la nostra unica arma ed è proprio su questa che si prevedono tagli consistenti. Un esempio per tutti è la PrEP (profilassi pre-esposizione) ossia la pillola che previene HIV.
In Italia l’autorizzazione al commercio della pillola è arrivata solo nel 2018 e solo per chi se la poteva permettere (e ho anche dovuto ascoltare i commenti di influenti clinici così come della comunità LGBT, quali se hanno i soldi per le droghe si posso comprare anche la PrEP, se i gay vogliono fare sesso senza condom che paghino, ecc.), pensate che FDA negli USA ha autorizzato la PrEP nel luglio 2012.
Finalmente, alla fine del 2023 AIFA approva la rimborsabilità della PrEP a cura del Sistema sanitario nazionale, ma con una serie di ostacoli che gli utenti dovranno superare, se proprio vogliono la PrEP.
In Italia per avere il farmaco devi chiedere una visita a un infettivologo – spesso passando prima dal medico di base per l’impegnativa – l’unico che la può prescrivere (del resto è giusto che il potere resti chiuso dentro le sacre stanze delle malattie infettive).
Si tratta di una visita specialistica per la quale l’utente dovrà prendere un permesso dal lavoro e in qualche regione c’è il ticket da pagare. Lo specialista prescrive si la PrEP ma a fronte di una batteria di test sui quali spesso grava un ticket, HIV a parte, e per i quali è previsto un altro permesso sul lavoro.
Da ultimo il farmaco è erogabile gratuitamente solo nelle farmacie ospedaliere che, ovviamente, sono poche e hanno un orario di lavoro ben più limitato rispetto alle farmacie private… e forse ci va pure un altro permesso. Non sia mai che le oltre 18.000 farmacie private diano una mano nella lotta contro HIV.
Poi ci sono le peculiarità locali. Due ragazzi utenti PrEP dell’ospedale di Ferrara ci informano che nel centro clinico è previsto un prelievo ematico in un ambulatorio, i tamponi per le IST batteriche in un altro ambulatorio in un altro giorno, poi c’è la visita e la fila in farmacia. In sintesi 3 permessi sul lavoro per la PrEP. Mi chiedo se la Direzione è al corrente che pressoché lavoratore dipendente può prendere un simile numero di permessi sanitari.

In questo quadro non c’è da stupirsi se qualcuno inizia ad arrangiarsi. La PrEP fai da te o PrEP Sauvage, come la chiamavano i francesi (che questi problemi li hanno avuti molto prima di noi ma perché informarsi su come li hanno risolti), sta prendendo piede. Secondo i nostri dati le persone in PrEP ma non seguite da un centro clinico sono passate dal 10% nel 2023 al 18% nel 2025.

Anche il nostro centro, il PrEP Point, sta subendo le ripercussioni date dalla volontà disinvestire da parte di alcune imprese ma, qualche è peggio, dalla volontà di tagliare da parte dell’amministrazione pubblica centrale e locale. Tagli che saranno una sciagura per la lotta contro HIV in un Paese dove le diagnosi tardive, ossia le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono in AIDS o prossimi a diventarlo, si aggira sul 60% dei casi. Soprattutto se pensiamo che un mese di terapia PrEP costa circa 12€ mentre un mese di terapia antiretrovirale per chi contrae HIV ne costa circa 600 e deve essere fatta per tutta la vita, al contrario della PrEP che può essere on demand o interrotta quando si vuole.

Già con questi semplici “conti della serva” vedete bene quanto sia folle tagliare sulla prevenzione. Lo è soprattutto considerando i dati molto buoni dell’area vasta di Bologna dove le diagnosi tardive sono quasi la metà di quelle degli altri capoluoghi di provincia. Segno che i servizi community-based come il PrEP Point e il BLQ Checkpoint sono in grado di dare una mano consistente alla lotta contro HIV nonostante la cronica mancanza di fondi.

Naturalmente mi riferisco alla PrEP orale, in pillole. In effetti esiste anche una PrEP iniettiva bimestrale che è stata messa all’indice da molti clinici per vari motivi nonché per il fatto che non se ne conosce ancora il prezzo e, a quanto ci risulta, non lo si conoscerà mai perché AIFA e l’azienda produttrice non sembrano intenzionate a trovare un accordo sul costo a carico del SSN.
Inoltre, ci sarebbe anche un altro farmaco per la PrEP sempre iniettivo, della durata di sei mesi, ma che, secondo voci di corridoio, potrebbe non essere lanciato in Italia è facile immaginare che la situazione economica impantanata e una buona dose di pregiudizi, avranno un peso in questa eventuale decisione. Sembra quasi che il nostro Paese non sia poi così interessato a dare una spallata definitiva a un’infezione come HIV e che le 2.300 nuove diagnosi annunciate per il 2024 potrebbero essere in costo accettabile, dopo tutto sono 2300 froci, migranti, sex worker almeno nella mentalità generale, dunque perché spendere soldi per prevenire. Rifacciamo i conti della serva. Secondo i dati del COA (Centro Operativo AIDS) dell’Istituto Superiore di Sanità, sono circa 150.000 persone con HIV in Italia. Ognuna di esse, ogni mese costa circa 90 milioni di euro allo Stato solo per la terapia antiretrovirale che queste persone devono fare per tutta la vita. A questo si sommano i costi per le co-patologie, il personale sanitario, le analisi, oltre ai costi sociali correlati. In un anno è oltre un miliardo di euro.

Ulteriori tagli porteranno a un incremento delle nuove diagnosi e a un aumento consistente dei costi sanitari e sociali. Forse investine in prevenzione e quindi in PrEP, preservativo e nella PEP (profilassi post esposizione) potrebbe portare a risparmi consistenti.

In questa Giornata mondiale contro l’AIDS, unitevi a noi nel chiedere una leadership politica seria che spinga verso la cooperazione internazionale, che non tagli la prevenzione ma le spese sugli armamenti semmai, e che preveda approcci incentrati sui diritti umani per porre fine all’AIDS entro il 2030.

Sandro Mattioli
Plus aps
Presidente.

Colpito dall’onda lunga di Trump e dal disinteresse delle istituzioni locali, il PrEP Point di Plus APS rischia di chiudere.

In un contesto globale e nazionale che ha visto un generale disinvestimento nel contrasto all’HIV, eccellenze italiane come Plus APS si scontrano con una drastica riduzione dei fondi privati, da cui dipende la loro esistenza. Le istituzioni locali non solo non stanno fornendo alcun supporto concreto per garantire la sopravvivenza di un presidio territoriale che si è dimostrato cruciale nella prevenzione dell’HIV, ma sembrano andare verso una progressiva restrizione dell’accesso ai servizi di sanità pubblica. Un trend tutt’altro che in linea con le politiche di una regione storicamente di sinistra.

Di fronte a questo scenario, PLUS APS, con il supporto di Rivolta Pride, convoca un presidio pubblico: martedì 18 novembre 2025, alle ore 11:00, a Bologna – Viale Aldo Moro 50, davanti alla sede dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna.

Tra le rivendicazioni portate in presidio, la più urgente è la richiesta di supporto immediato per il PrEP Point, a rischio chiusura per mancanza fondi. Plus APS da anni chiede alla Regione Emilia-Romagna un riconoscimento istituzionale, politico ed economico del lavoro svolto come PrEP Point. A oggi, nonostante le interlocuzioni e gli appelli, tutto è rimasto silente. L’inerzia della Regione stride con la realtà dei fatti: mentre l’unico servizio pubblico di riferimento, quello dell’Ospedale S. Orsola, conta circa 600 persone in PrEP e ha liste d’attesa fino a marzo 2026, il PrEP Point di Plus segue circa 175 utenti, coprendo a proprie spese circa il 30% dell’utenza complessiva del territorio bolognese, per tacere del fatto che grazie al metodo d’intervento community based, il PrEP Point riesce a seguire anche persone che vivono in altre città della regione e che, verosimilmente, senza di noi non andrebbero in ospedale.

La profilassi pre-esposizione (PrEP) è uno strumento fondamentale nel contrasto all’HIV. La chiusura del PrEP Point sarebbe un passo indietro gravissimo per la sanità della Regione.

Chiediamo alla Regione di assumersi le proprie responsabilità e di garantire:

  • Il riconoscimento politico, normativo ed economico del PrEP Point e dei centri di comunità
  • La piena integrazione di tali servizi nel sistema sanitario regionale
  • La continuità e l’accessibilità universale ai farmaci di prevenzione, inclusa la PrEP
  • La concreta attuazione del protocollo Fast Track Cities siglato a Bologna nel 2022.

clicca qui per il comunicato stampa.

Come ogni anno fin dalla sua fondazione, Plus ha aderito alla European Testing Week, la settimana europea del test, l’evento europeo di promozione del test per HIV che quest’anno si tiene al BLQ Checkpoint dal 17 al 24 novembre dalle 18 alle 21 (ultimo accesso 20,30) solo su prenotazione, grazie al nostro personale volontario (accoglienza, counselling), al personale infermieristico di Azienda Sanitaria di Bologna e anche nostri infermieri e infermiere volontarie che quest’anno copriranno una parte dei turni.

Prenotare è facile: via mail su prenota@blqcheckpoint.it, oppure su info@plus-aps.it, oppure per telefono 0514211857 da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13,30 o dal lunedì a giovedì dalle 18 alle 20. Il BLQ Checkpoint è a Bologna, in via S. Carlo 42/C.

Ancora sto HIV? Ma non è risolto? Non riguarda solo i gay o gli “africani”?

Eh no o, meglio, ni. HIV non ha la volontà politica di colpire una fascia particolare di popolazione, può colpire chiunque sia sessualmente attivo quindi si anche le persone eterosessuali i cui dati di contagio, infatti, sono in crescita.
Detto questo, non nascondiamoci dietro a un dito, il gruppo GBMSM* cuba oltre il 30% delle nuove diagnosi, lo stesso dicasi per la popolazione migrante. Questo vuol dire che sono necessarie strategie di riduzione del rischio per queste fasce di popolazione, non che vanno isolate, discriminate, messe all’indice come dice qualcuno.

Credetemi, HIV è tutt’altro che risolto o finito come qualcuno crede e la condizioni di HIV+, anche se molto migliorata rispetto a 20 anni fa, comunque non è una passeggiata. Le raccomandazioni sono sempre le stesse, almeno per quanto riguarda la nostra associazione: protezione: condom (+gel), PrEP (profilassi pre-esposizione ossia le pillole per prevenire HIV) e, in caso di incidenti, PEP (la profilassi post esposizione) che è una procedura d’urgenza che va richiesta a un pronto soccorso max entro 48 ore dall’evento presunto a rischio.

L’Emilia-Romagna vanta un triste primato, un alto numero di diagnosi tardive di HIV. Ossia persone che ricevono la diagnosi di HIV molto tempo dopo l’avvio del contagio, quando sono già in fase avanzata di malattia (AIDS) o prossimi a diventarlo.
Essere consapevoli del proprio stato sierologico è un passo importante per fermare HIV. Un test una volta all’anno lo possono fare tutti e tutte, anche coloro che pensano di non essere a rischio. Da noi basta un graffietto su un dito (niente aghi) e 20 minuti di attesa, durante i quali è possibile, se l’utente lo desidera, effettuare un colloquio generalmente sulla percezione del rischio e anche su ciò che ci piace fare a letto e a come continuare a farlo abbattendo il rischio.

Vi apettiamo.

Sandro Mattioli
Plus aps

*GBMSM: Gay, Bisex, Maschi che fanno Sesso con Maschi

ma noi non possiamo farla.

Nel luglio del 2012 FDA, ente di controllo dei farmaci negli USA, approvò l’utilizzo della PrEP ossia la profilassi pre-esposizione la pillola che previene HIV.
Una pillola al giorno o al bisogno e il contagio non avviene. Uno strumento incredibile per dare una spallata ad HIV, alle nuove diagnosi, alle diagnosi tardive che in Emilia-Romagna stazionano al 60%.

Noi di Plus abbiamo incominciato a diffondere la notizia, a interessare la gente e, soprattutto i medici, alla PrEP. Nel 2013 e nel 2015 abbiamo presentato due ricerche. Nel 2017 uno studio regionale, all’inizio del 2017 abbiamo attivato un sito internet con tutte le info del caso.
Finalmente AIFA a fine 2017 approva anche in Italia l’utilizzo del farmaco per la PrEP.

È un disastro.

Il farmaco si vende a pagamento, 60€ per 30 pillole e, ovviamente, inizia il “mercato nero”. La PrEP si acquista online (anche se illegale), c’è chi va in India (dove si fabbrica il farmaco generico) e la compra li a prezzi più bassi.
Pochissimi farmacisti sono informati e i più mandano i pazienti in farmaci ospedaliera con buona pace delle indicazioni di AIFA per la vendibilità nelle farmacie private.
La maggior parte dei pochi utenti PrEP è disorientata e gli attivisti di Plus passano le giornate a spiegare come ovviare alla situazione, arriveremo a dare ai pazienti il codice del farmaco generico per avere una possibilità in più di ottenere la terapia in farmacia. Solo lo specialista in infettivologia può prescriverla, alcune Regioni (per fortuna non la nostra) applicano ticket su queste visite e sui test di controllo, rendendo la PrEP ancora più di classe.

Marzo 2018 apriamo il primo servizio italiano community-based sulla PrEP, il PrEP Point.
Grazie all’aiuto del dott. Badia, infettivologo al S. Orsola, riusciamo a proporre la PrEP alle persone MsM e trans ad alto rischio di contagio da HIV, in un luogo accogliente, con counsellor fra pari.

Iniziamo col botto 70 richieste, poi 100, 150, 190.

Facciamo test per HIV, HCV, HbsAg, sifilide, CT, NG, creatinina, in linea con le linee guida nazionali, combattendo contro l’atteggiamento di sufficienza di buona parte del sistema sanitario. Solo quando in Commissione Regionale AIDS qualcuno fa presente che l’area vasta di Bologna è l’unica che ha un livello di diagnosi tardive dimezzato rispetto al resto dei capoluoghi di provincia, qualcuno si accorge di noi.

Il PrEP Point non riceve altri fondi se non da quelli che dovrebbero essere il male assoluto: big Pharma.
Nessun altro, nessun ente pubblico, non il Comune che, del resto, non ha mai fondi a bilancio per queste cose, non Azienda sanitaria; in effetti abbiamo iniziato senza un supporto normativo, senza una convenzione, senza un supporto economico da parte della Regione.

Forse abbiamo sbagliato.

Forse avremmo dovuto aspettare e far capire alla sanità regionale che il metodo community-based applicato alla PrEP salva delle vite. E forse spiegarlo anche a quella parte di clinici, infermieri, farmacisti che pensano che siano soldi buttati, che c’è il condom che costa meno, o che, dopo tutto siamo noi froci i problema.
Ma, dopo 6 anni di attesa del farmaco in Italia, aspettare ancora avrebbe significato altre diagnosi di HIV. Guardare negli occhi quei ragazzi, dire loro che ci sono due barrette rosse, che il test è reattivo quando in realtà abbiamo uno strumento per limitare se non fermare tutto.

Anche no.

Non penso che abbiamo sbagliato. Abbiamo osato. Un’avventura che siamo stati in grado di portare avanti senza gravare sul sistema sanitario.
Avanti nonostante gli ostacoli che AIFA prima e la Regione dopo stanno ponendo alla diffusione di questo efficace strumento di prevenzione.

Quest’anno la raccolta fondi di Plus è andata male.

ViiV ci ha negato i fondi, Gilead ci ha dato una mano ma purtroppo meno degli anni precedenti, enti e fondazioni, chiesa Valdese, ecc. non pervenute.
Facciamo del nostro meglio per continuare, ma stiamo per mandare in bancarotta l’associazione.
Gli utenti ci sono vicini, in diversi hanno cercato di contribuire, ma non è un servizio che può gravare così tanto sui pazienti, non siamo negli USA dopo tutto e abbiamo lottato perché la pillola che previene HIV non fosse una terapia di classe ma di tutti coloro che ne hanno necessità.
Tuttavia ad oggi ancora non abbiamo un qualunque appoggio normativo regionale di riferimento, non abbiamo una convenzione, né dei fondi pubblici che possano almeno tenerci a galla in casi come questo.

Sheena McCormack (la “mamma” della PrEP in UK) supporta la nostra protesta

La sanità regionale, in particolare i tecnici, ha uno sguardo burocratico e prevenuto, si insomma remano contro, non fanno girare le informazioni e la politica si è insediata da poco e da l’impressione di non avere le idee chiare ipotesi supportata dal fatto che anche gli ambulatori PrEP dei maggiori centri clinici sono al collasso per ragioni economiche.
Ragioni comprensibili ovviamente stante il brutto momento del bilancio regionale, ma io vi chiedo: cosa è meglio? Investire in un programma che funziona, in un farmaco che costa 12€ a scatola, o rischiare di aumentare le nuove diagnosi (che stavano finalmente scendendo) e spendere in media 500€ al mese?
L’assemblea dell’associazione ha deciso di continuare, di fatto abbiamo dovuto peggiorare il servizio erogando test di controllo per le batteriche a 6 mesi, mentre prima era ogni 3 mesi e già così oltre il 3% del campione riceveva una diagnosi di IST in un altro centro/ambulatorio.

Se nemmeno una Regione storicamente di sinistra capisce che la prevenzione è un investimento per un futuro migliore, allora siamo veramente nei guai.

Sandro Mattioli
Plus aps

Ultima giornata della Conferenza EACS. Ho pensato che potrebbero essere interessanti le ultime sessioni che hanno trattato temi “caldi”, almeno per noi in Italia

  • DoxyPEP e vaccino contro gonorrea
  • Chemsex
  • Aumento di peso a causa dei farmaci ARV

La sessione principale dell’ultima giornata comprende i lavori scelti dai presidenti per essere presentati in pubblico.

Lo studio “Doxycycline postexposure prophylaxis and the 4-component meningococcal B vaccine among persons living with HIV at high risk for bacterial sexually transmitted infections in Switzerland” già dal titolo porta con sé un certo interesse perché è uno dei pochi studi sulla prevenzione delle infezioni batteriche su persone con HIV.

Dal razionale esposto, lo studio della coorte svizzera si propone di fare un po’ di chiarezza rispetto ai dati contraddittori che circolano nell’ambiente. Lo studio è disegnato come osservazionale multicentrico su una popolazione MSM e TGW con HIV e che

  • Hanno rapporti sessuali senza condom con partner occasionali e/o
  • Hanno avuto almeno 1 diagnosi di IST negli ultimi 3 anni e
  • Hanno dato il consenso all’utilizzo off-label della doxiciclina e del vaccino contro il meningococco B (4CMenB)

Lo studio, di durata triennale, ha come endpoint l’incidenza della IST batteriche. Questa prima relazione espone un’analisi ad interim del periodo che va dal 30 novembre 2023 al 30 giugno 2025.

Rispetto alle caratteristiche demografiche il campione è costituito principalmente da uomini bianchi (83,8%), con un’età mediana di 49 anni, con in media 4 partner occasionali negli ultimi 3 mesi, una media di 277 giorni dall’ultima IST e 1 IST in media prima dell’inizio dello studio.

Gl utenti in doxyPEP sono 266, quelli che con doxy + vaccino contro il meningococco B 114.

I risultati per gli utenti in doxy sono interessanti:

  • totale casi di IST in generale prima dell’inizio dello studio 407, dopo lo studio 79 (p<0.001)
  • totale casi clamidia prima 152, dopo 17 (p<0.001)
  • totale casi gonorrea prima 141, dopo 48 (p≥ 0.05)
  • totale casi sifilide prima 114, dopo 14 (p<0.001)

Per quanto riguarda i 144 utenti in doxy+4CMenB i risultati ovviamente solo su gonorrea, sono

  • prima dello studio 76 casi, dopo 11 (p≥0.05)

Le conclusioni almeno per quanto riguarda questa analisi ad interim sono piuttosto evidenti:

l’uso di doxyPEP nelle persone con HIV ad alto rischio di per le IST batteriche porta ad un calo significativo dei casi clamidia e sifilide.

Non ci sono effetti significativi della doxyPEP o del vaccino contro il meningococco B sull’incidenza di gonorrea.

Il secondo studio dal titolo “Chemsex, novel chemsex substances, associated risks for STIs, and an extended PrEP cascade among HIV-negative MSM, trans* individuals in 20 European countries: A latent class analysis” è interessante appunto perché ha effettuato una ricerca su MSM e persone trans in 20 stati europei.

Dal punto di vista del metodo, lo studio ha coinvolto 14.652 MSM HIV-negativi (per cui non so quel “trans” nel titolo a che serva!) provenienti da 20 paesi europei hanno completato un’indagine trasversale (PROTECT) tra ottobre 2023 e aprile 2024. È stata utilizzata l’analisi delle classi latenti (LCA) per raggruppare l’uso di sostanze a sfondo sessuale. Inoltre, sono state studiate le IST auto-riferite dai partecipanti nei sei mesi precedenti e le cascate della PrEP (assunzione di PrEP orale, aderenza, interruzione, intenzione di LAI-PrEP), con regressione logistica a coppie per confrontare l’intenzione di LAI-PrEP, aggiustando per l’uso attuale di PrEP orale.

Come forse avete notato c’è una curiosa “riclassificazione” delle sostanze in tradizionali (metanfetamine, GBL, ketamina, cocaina e mefedrone) e “nuovo chemsex” dove, alle sostanze tradizionali, si aggiungono i catinoni sintetici.

Una nota “buffa”: come vedete dall’immagine la cannabis è molto popolazione in tutti gli stati mentre in Italia molto meno… mah!

Altra cosa curiosa è la terminologia utilizzata da questo ricercatore olandese che ha inventato il termine “bottom shorties” che sta a indicare le sostanze utilizzate per agevolare la penetrazione anale e/o una maggiore disinibizione, con un effetto della sostanza relativamente più breve.

I gruppi di consumatori sono stati definiti sulla base delle dichiarazioni dei consumatori stessi, per cui abbiamo quelli dell’uso moderato o i giovani con uso moderato che sono in realtà i protagonisti della ricerca perché i risultati ci danno un’idea di uso tutt’altro che moderato soprattutto per quanto riguarda cannabis, cocaina, GHB/GBL e popper.

La associazione fra gruppi e contagio da IST è un po’ complicata, tuttavia mi sembra di capire che il gruppo che sua sostanze “nuove”, quindi con l’aggiunta dei catinoni, ha un’incidenza di gonorrea, clamidia e sifilide più alta rispetto a chi usa sostanze tradizionali.

I giovani con uso sedicente moderato preferiscono i catinoni, sembrano avere un peggiore assorbimento di PrEP orale, un’aderenza non ottimale alta e un elevato tasso di interruzione della PrEP orale ma un alto interesse per la PrEP long acting.

Una analisi che trova qualche riscontro anche nei nostri dati e che mi porta a riflettere se l’età non possa essere un elemento da considerare per un passaggio ai long acting, un tipo di trattamento che suscita interesse.

Un altro studio interessante è l’ACTG A 5391 dal titolo “Metabolic and Body Composition Outcomes at 48 Weeks among People with HIV and Obesity on Integrase Inhibitors and Tenofovir Alafenamide Switching to Doravirine with or without Tenofovir Disoproxil Fumarate: ACTG A5391 (the DO-IT Trial)”.

Uno degli effetti collaterali più frequenti degli inibitori dell’integrasi (INSTI) è l’aumento di peso. Può sembrare una cosa da poco ma questo effetto ne porta altri come diabete, problemi cardiovascolari, ecc. Lo studio è statunitense, giustamente, ha randomizzato 145 persone HIV+ obese (BMI >30kg/m2) e con insulino-resistenza, in terapia stabile con un INSTI+TAF, a passare a una terapia con doravirina+TAF+emtricitabina (FTC) o a continuare con l’attuale regime. A 48 settimane non ci sono stati risultati significativi in nessuno dei parametri fisici che indicano l’obesità con o senza la sostituzione di TAF con il vecchio TDF (tenofovir disoproxil fumarato).

Lo stesso relatore ci segnala un paio di limiti dello studio ossia che hanno arruolato solo persone negli USA per cui i dati potrebbero non essere generalizzabili, inoltre il disegno dello studio in forma open-label potrebbe aver influenzato i pazienti, per tacere del fatto che i dati potrebbero non essere applicabili a chi ha un BMI <30Kg/m2. Provo a incollare la tabella con il grafico dei risultati per chi si diletta di statistica.

Vabbè… speravo tanto nella doravirina ma temo che dovrò fare ginnastica.

Da ultimo 2 parole sullo studio di fase 2 (quindi non abbiate fretta) su una composizione di Islatravir e Lenacapavir come terapia contro HIV 1 volta a settimana.

Fase due vuol dire che si è concentrato sul mantenimento della soppressione virologica ossia descrive l’efficacia e la sicurezza e la descrive bene perché alla 48esima settimana il 94,2% dei pazienti ha mantenuto la carica virale non rilevabile. Non ci sono eventi avversi importanti (2 hanno fatto registrare che hanno la bocca secca…) battute a parte sembra ben tollerato. È un po’ presto ancora per trarre conclusioni ma sembra che questa combinazione di molecole abbia buone potenzialità per diventare la prima LA orale settimanale per persone con HIV.

Sarei disposto a scommettere che se mai arriverà in Italia, la metteranno in scatole da due pillole.

Questa conferenza si conferma nel suo ruolo sostanzialmente divulgativo, i risultati “grossi” vengono presentati al CROI o alle conferenze mondiali, ma comunque è utile. C’è stata una buona presenza di medici italiani, anche con studi interessanti che, in qualche caso, hanno fatto rosicare gli altri… tié. Se proprio vogliamo essere pignoli poteva essere organizzata con maggiore attenzione ai dettagli: la well-being lounge (equivalente delle positive lounge della IAS, ossia uno spazio tranquillo per le persone con HIV) ricavata in uno spazio di passaggio con tanto di filodiffusione delle sessioni è stato un esempio di ad minchiam fecit spettacolare.

Sandro Mattioli
Plus aps

Con questo report vorrei provare a fare il punto sulla situazione di HIV. Sappiamo tutti, credo, che troppa gente pensa che HIV sia “over”, un problema risolto che alla peggio riguarda “gli africani e i gay” (risposta a survey, studente Alma Mater Bologna).

Vediamo se è vero attraverso i dati raccolti da ECDC – il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie – che ha la responsabilità di rafforzare le difese dei Paesi membri dell’UE contro le malattie infettive.

Mi baserò sugli obiettivi di UNaids, il programma dell’ONU per la lotta contro l’Aids, i famosi tre 95 ossia il 95% delle persone con HIV diagnosticate, il 95% delle persone con HIV diagnosticate poste in terapia, il 95% delle persone con HIV in terapia con carica virale non rilevabile. Con un po’ di acume qualcuno ha capito che questi obiettivi erano un po’ utopici senza un quarto 95, ossia il 95% delle persone con HIV con una buona qualità della vita correlata alla salute.

ECDC ci dice che come obiettivo complessivo siamo all’86%. Tenete presente che l’area controllata non è solo l’UE ma l’Europa secondo il concetto di OMS che, per ragioni che preferisco ignorare, comprende tutto il Continente europeo più l’Asia centrale.

In questo quadro geografico sono 10 i Paesi che hanno raggiunto il primo 95 (fra cui UK, Monaco, Svezia, Azerbaijan).
15 sono i Paese che sono li li, manca un 5% per raggiungere gli obiettivi (fra questi l’Italia).
21 i Paese ai quali manca più del 5%.

Nell’Europa occidentale (fra cui l’Italia per ragioni che ignoro) in media il 94% delle persone con HIV conoscono il loro stato sierologico.
Il dato scende all’88% in Europa centrale e all’80% nell’Europa orientale.

Le diagnosi tardive (LP), ossia persone che ricevono la diagnosi con un numero di CD4 <350, sono ancora un problema consistente nel territorio definito dall’OMS. La cosa che mi ha stupito è che i dati dell’ECDC mostrano percentuali importanti fra gli uomini eterosessuali che sfiorano il 60% dei casi di LP, le donne sono stimate intorno al 48% delle LP, le persone trans intorno al 40%. I maschi omosessuali superano il 40%.

Secondo 95 ossia il 95% degli HIV+ posti in terapia. Obiettivo relativamente più semplice del primo. Tuttavia 19 sono i Paesi che hanno raggiunto il target, 7 quelli a cui manca un 5% (fra questi l’Italia), 20 i Paesi a cui manca più del 5% per arrivare all’obiettivo fra cui la Lituania che si ferma al 52%. Nel primo gruppo ci sono praticamente tutti i Paesi dell’UE, mentre l’Italia è nel secondo insieme a diversi Paesi dell’Asia centrale che, suppongo, non siano nel G7 e abbiano disponibilità economiche non paragonabili alle nostre.

Secondo UNaids a livello globale il 77% delle persone con HIV è in terapia. Secondo ECDC in Europa lo sono il 71%.

Terzo 95 ossia HIV non rilevabile. Obiettivo raggiunto per 24 Paesi, l’Italia è fra quei 6 a cui manca un 5% in compagnia di diversi Stati dell’Europa meridionale inclusi Grecia e Spagna. 9 i Paesi a cui manca più del 5%, fra cui l’Armenia che si ferma al 69%.

Come percorso per arrivare ai tre 95 entro il 2030, l’obiettivo per il 2025 era l’86%. Obiettivo raggiunto per quest’anno da 14 Paesi. L’Italia, indovinate un po’, è fra i 3 Paesi a cui manca un 5% per raggiungere il target.

Per dare strumenti di valutazione del quarto target, UNaids ha dato alcuni spunti per esempio che meno del 10% delle persone con HIV dichiari di aver subito discriminazioni.
Secondo ECDC il 30% delle persone con HIV non l’ha detto in famiglia, il 19% non l’ha detto agli amici, il 22% non l’ha detto ai partner abituali. Sempre secondo i dati di ECDC, oltre un quarto del campione evita i servizi sanitari perché teme di essere trattato diversamente, del resto il 54% del campione ha subito un atteggiamento discriminatorio in ambito sanitario, il 23% nell’anno.

Tutto ciò ci dice che la paura di essere discriminati è ancora molto alta nelle nostre zone.

Restando in ambito sanitario, ECDC ha ideato uno studio teso a misurare la portata di questo atteggiamento discriminatorio. I risultati sono imbarazzanti:

il 39% di chi lavora in sanità non sa cosa sia U=U, il 44% non è a conoscenza della PEP, il  59% ha un’idea vaga della PrEP.

Alla domanda “la maggioranza delle persone con HIV ha avuto molti partner sessuali” il 12% degli operatori sanitari si è detta d’accordo, il 25% non sa.

Alla domanda “le persone contraggono l’HIV perché adottano comportamenti irresponsabili” il 22% si detto d’accordo e il 25% non sa. E ancora:

il 18% degli operatori sanitari ha somministrato un trattamento sanitario più scadente alle persone con HIV; il 19% ha rivelato lo stato sierologico ad altri senza il consenso del paziente, il 22% si dice riluttante a prendersi cura delle persone con HIV e il 32% ha detto o ha avuto comportamenti stigmatizzanti.

Il risultato di questo bel quadretto è che sono quasi nessuno degli obiettivi UNaids sarà raggiunto in Europa.

Vi rimando alla tabella nella foto per le specifiche.

Il relatore di ECDC nelle conclusioni ci dice che non è tutto così tragico:

  • Diversi Paesi hanno fatto grandi passi in avanti in molte delle aree dei target;
  • L’Europa Occidentale ha raggiunto molti obiettivi o è vicina a farlo;
  • Vanno riconosciute le innovazioni messe in campo, i servizi con i quali si raggiungono le comunità più esposte, i test integrati e gli elevati standard nelle opzioni di trattamento;
  • Tuttavia si deve anche riconoscere l’iniquità dilagante nella fornitura di questi stessi servizi in tutta la regione europea.

In chiusura accenno alla sessione “HIV Prevention: Current modalities and Future Horizons” che ha visto la presenza di ben 3 relazioni italiane su 5, tutte di sperimentazioni avanzate sulla PrEP.

Due di queste hanno descritto i dati preliminari degli studi pilota sulla PrEP LAI con Cabotegravir. Quella che in Emilia-Romagna non stato possibile fare perché i medici si sono messi di traverso con il pretesto che non si sa ancora il prezzo del farmaco… e il BLQ Checkpoint ha dovuto rispedire a Roma le fiale di PrEP facendo quella che non esito a chiamare una figura di merda con l’Istituto Spallanzani. Meglio che la chiuda qua.

Due parole invece vorrei spenderle sulla presentazione di Lella Cosmaro di LILA Milano sulla Tele PrEP, ossia l’utilizzo del un programma online per l’erogazione di servizi PrEP a distanza.

Come è facile immaginare il razionale del programma affonda le radici sulla difficoltà di accesso alla PrEP in Italia. Partito nel 2023, il programma è ancora operativo e lo sarà almeno fino a fine 2026.

Il programma è gestito da operatori della community e da infettivologi, così che le persone possono ricevere sia un counselling che un supporto medico. Un database registra i dati demografici e di comportamento, monitora le attività di Teleprep e invia promemoria per i follow up. Le persone che vivono vicino ad ambulatori PrEP vengono indirizzate li per beneficiare del farmaco rimborsato dal SSN.

434 sono le persone che hanno contattato TelePrEP fra febbraio 2023 e aprile 2025 per informazioni preliminari; 93 sono state indirizzate a servizi PrEP vicino a casa mentre 154 hanno scelto di non procedere oltre dopo il primo contatto.

187 sono stati arruolati nel progetto, 72 sono ancora seguiti direttamente. Ad oggi non ci sono stati fallimenti terapeutici.

Al momento è l’unico progetto del genere in Italia, forse potrebbe essere interessante adattarlo alla nostra situazione ma direi più a livello di centri clinici regionali che solo per la città di Bologna.

Sandro Mattioli
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