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In occasione della Giornata Mondiale per lotta contro l’AIDS (WAD), ho pensato di riprendere la dichiarazione di UNAIDS. Superare le interruzioni (dei fondi), trasformare la risposta all’AIDS.

Per UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di HIV/AIDS, il tema della Giornata Mondiale per la Lotta contro HIV sarà un’occasione per evidenziare l’impatto causato dai tagli ai finanziamenti globali nella lotta contro HIV, nonché per mostrare la capacità di resilienza delle comunità che si impegnano per proteggere i progressi ottenuti nella risposta a HIV.

La crisi finanziaria di quest’anno minaccia di vanificare anni di progressi: i servizi di prevenzione contro HIV sono gravemente minacciati, i servizi gestiti dalle comunità maggiormente colpite sono gravemente compromessi. I servizi community-based, vitali per raggiungere le popolazioni emarginate, stanno perdendo priorità, mentre l’aumento delle leggi punitive che criminalizzano le relazioni omosessuali, l’identità di genere e l’uso di sostanze sta amplificando la crisi, rendendo inaccessibili i servizi per l’HIV.

La risposta globale all’AIDS è stata sconvolta negli ultimi mesi e siamo ancora lontani dal raggiungere l’obiettivo di porre fine almeno all’AIDS entro il 2030. Anzi, se i fondi tagliati dagli Stati Uniti non verranno rimpiazzati da altre fonti, UNAIDS prevede oltre 4 milioni di morti per AIDS entro il 2029.

Quindi non solo l’AIDS non è ancora stato debellato ma, dato il contesto attuale, se vogliamo mantenere i risultati fin qui ottenuti serve un approccio diverso. Gli Stati devono apportare cambiamenti radicali alla programmazione e ai finanziamenti per la lotta contro HIV. La risposta globale all’HIV non può basarsi solo sulle risorse nazionali, ossia il classico ognun per sé (o l’America agli americani se preferite). La comunità internazionale deve unirsi per colmare il divario finanziario, sostenere i paesi a colmare le lacune rimanenti nei servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV, rimuovere le barriere legali e sociali e responsabilizzare le comunità affinché possano indicare la strada da seguire.

La leadership politica è fondamentale per promuovere politiche che affrontino le disuguaglianze strutturali e proteggano le popolazioni vulnerabili. Sono necessari profondi cambiamenti per migliorare l’accesso ai servizi per l’HIV, eliminare definitivamente lo stigma e la discriminazione, garantire la tutela dei diritti di donne e delle persone LGBTQ+, che continuano a incontrare barriere sproporzionate nell’accesso all’assistenza sanitaria.

In particolare, il documento di UNAIDS si sofferma proprio sugli interventi dal basso, guidati dalle comunità maggiormente colpite e sulle conseguenze rovinose che questi tagli stanno avendo proprio su questi servizi che dipendono quasi interamente dall’assistenza esterna (89%).
Le organizzazioni guidate dalle comunità di uomini gay e di altri MSM in Kenya, Mozambico e Vietnam sono state costrette dall’interruzione dei finanziamenti dei donatori a ridurre il personale, con licenziamenti che vanno da un terzo del personale organizzativo a quasi tutto il personale clinico (A. Spieldenner, MPACT, 8 ottobre 2025).
Oltre il 60% delle organizzazioni per l’HIV guidate da donne ha perso finanziamenti o è stato costretto a sospendere programmi essenziali, lasciando intere comunità senza accesso a servizi vitali. Queste comunità locali erogano servizi di prevenzione, test, assistenza e trattamento dell’HIV; interventi di protezione sociale e sostegno economico,
il rafforzamento dei sistemi e l’attivazione di facilitatori sociali, la prevenzione e la risposta alla violenza di genere.
Un terribile articolo di The Indipendent ci da conto della situazione in Senegal e dei primi morti causati dai tagli di Trump a cui faranno presto seguito quelli decisi dal Regno Unito.

Fatti i dovuti distinguo, a ben vedere dalle nostre parti la situazione va nella medesima direzione. Certo, noi viviamo in un Paese del G20, non a basso reddito ma ricco, industrializzato. Noi di Plus viviamo in una delle regioni più ricche del Paese. Ma al primo accenno di crisi è il bilancio della sanità quello che riceve i colpi più duri e la prevenzione è sempre la cosa su cui i tagli sono assicurati.

Come tutti, spero, sappiamo per HIV non c’è alcuna cura né vaccino. La prevenzione è la nostra unica arma ed è proprio su questa che si prevedono tagli consistenti. Un esempio per tutti è la PrEP (profilassi pre-esposizione) ossia la pillola che previene HIV.
In Italia l’autorizzazione al commercio della pillola è arrivata solo nel 2018 e solo per chi se la poteva permettere (e ho anche dovuto ascoltare i commenti di influenti clinici così come della comunità LGBT, quali se hanno i soldi per le droghe si posso comprare anche la PrEP, se i gay vogliono fare sesso senza condom che paghino, ecc.), pensate che FDA negli USA ha autorizzato la PrEP nel luglio 2012.
Finalmente, alla fine del 2023 AIFA approva la rimborsabilità della PrEP a cura del Sistema sanitario nazionale, ma con una serie di ostacoli che gli utenti dovranno superare, se proprio vogliono la PrEP.
In Italia per avere il farmaco devi chiedere una visita a un infettivologo – spesso passando prima dal medico di base per l’impegnativa – l’unico che la può prescrivere (del resto è giusto che il potere resti chiuso dentro le sacre stanze delle malattie infettive).
Si tratta di una visita specialistica per la quale l’utente dovrà prendere un permesso dal lavoro e in qualche regione c’è il ticket da pagare. Lo specialista prescrive si la PrEP ma a fronte di una batteria di test sui quali spesso grava un ticket, HIV a parte, e per i quali è previsto un altro permesso sul lavoro.
Da ultimo il farmaco è erogabile gratuitamente solo nelle farmacie ospedaliere che, ovviamente, sono poche e hanno un orario di lavoro ben più limitato rispetto alle farmacie private… e forse ci va pure un altro permesso. Non sia mai che le oltre 18.000 farmacie private diano una mano nella lotta contro HIV.
Poi ci sono le peculiarità locali. Due ragazzi utenti PrEP dell’ospedale di Ferrara ci informano che nel centro clinico è previsto un prelievo ematico in un ambulatorio, i tamponi per le IST batteriche in un altro ambulatorio in un altro giorno, poi c’è la visita e la fila in farmacia. In sintesi 3 permessi sul lavoro per la PrEP. Mi chiedo se la Direzione è al corrente che pressoché lavoratore dipendente può prendere un simile numero di permessi sanitari.

In questo quadro non c’è da stupirsi se qualcuno inizia ad arrangiarsi. La PrEP fai da te o PrEP Sauvage, come la chiamavano i francesi (che questi problemi li hanno avuti molto prima di noi ma perché informarsi su come li hanno risolti), sta prendendo piede. Secondo i nostri dati le persone in PrEP ma non seguite da un centro clinico sono passate dal 10% nel 2023 al 18% nel 2025.

Anche il nostro centro, il PrEP Point, sta subendo le ripercussioni date dalla volontà disinvestire da parte di alcune imprese ma, qualche è peggio, dalla volontà di tagliare da parte dell’amministrazione pubblica centrale e locale. Tagli che saranno una sciagura per la lotta contro HIV in un Paese dove le diagnosi tardive, ossia le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono in AIDS o prossimi a diventarlo, si aggira sul 60% dei casi. Soprattutto se pensiamo che un mese di terapia PrEP costa circa 12€ mentre un mese di terapia antiretrovirale per chi contrae HIV ne costa circa 600 e deve essere fatta per tutta la vita, al contrario della PrEP che può essere on demand o interrotta quando si vuole.

Già con questi semplici “conti della serva” vedete bene quanto sia folle tagliare sulla prevenzione. Lo è soprattutto considerando i dati molto buoni dell’area vasta di Bologna dove le diagnosi tardive sono quasi la metà di quelle degli altri capoluoghi di provincia. Segno che i servizi community-based come il PrEP Point e il BLQ Checkpoint sono in grado di dare una mano consistente alla lotta contro HIV nonostante la cronica mancanza di fondi.

Naturalmente mi riferisco alla PrEP orale, in pillole. In effetti esiste anche una PrEP iniettiva bimestrale che è stata messa all’indice da molti clinici per vari motivi nonché per il fatto che non se ne conosce ancora il prezzo e, a quanto ci risulta, non lo si conoscerà mai perché AIFA e l’azienda produttrice non sembrano intenzionate a trovare un accordo sul costo a carico del SSN.
Inoltre, ci sarebbe anche un altro farmaco per la PrEP sempre iniettivo, della durata di sei mesi, ma che, secondo voci di corridoio, potrebbe non essere lanciato in Italia è facile immaginare che la situazione economica impantanata e una buona dose di pregiudizi, avranno un peso in questa eventuale decisione. Sembra quasi che il nostro Paese non sia poi così interessato a dare una spallata definitiva a un’infezione come HIV e che le 2.300 nuove diagnosi annunciate per il 2024 potrebbero essere in costo accettabile, dopo tutto sono 2300 froci, migranti, sex worker almeno nella mentalità generale, dunque perché spendere soldi per prevenire. Rifacciamo i conti della serva. Secondo i dati del COA (Centro Operativo AIDS) dell’Istituto Superiore di Sanità, sono circa 150.000 persone con HIV in Italia. Ognuna di esse, ogni mese costa circa 90 milioni di euro allo Stato solo per la terapia antiretrovirale che queste persone devono fare per tutta la vita. A questo si sommano i costi per le co-patologie, il personale sanitario, le analisi, oltre ai costi sociali correlati. In un anno è oltre un miliardo di euro.

Ulteriori tagli porteranno a un incremento delle nuove diagnosi e a un aumento consistente dei costi sanitari e sociali. Forse investine in prevenzione e quindi in PrEP, preservativo e nella PEP (profilassi post esposizione) potrebbe portare a risparmi consistenti.

In questa Giornata mondiale contro l’AIDS, unitevi a noi nel chiedere una leadership politica seria che spinga verso la cooperazione internazionale, che non tagli la prevenzione ma le spese sugli armamenti semmai, e che preveda approcci incentrati sui diritti umani per porre fine all’AIDS entro il 2030.

Sandro Mattioli
Plus aps
Presidente.

Il 29 marzo 2024 segna per il BLQ Checkpoint l’inizio della collaborazione con l’architetto Massimo Manfredini per la progettazione del primo ambulatorio ufficiale all’interno del centro. Un passo fondamentale verso il potenziamento dei servizi rivolti alla prevenzione dell’HIV e alla promozione della salute e benessere sessuale.

A più di un anno da quella data, però, i lavori non sono ancora iniziati. A bloccarli, una serie di ostacoli burocratici e istituzionali che si rincorrono tra Regione, AUSL e Comune. Un immobilismo che rischia di compromettere la sostenibilità di un intervento che ha già comportato mesi di studio e investimenti economici da parte di Plus, e che si configura sempre più come un freno all’efficacia di un’azione di salute pubblica sul territorio.

Tra le cause del ritardo, la circolare della Regione Emilia-Romagna che impone agli infettivologi di erogare la PrEP esclusivamente presso i propri ambulatori ospedalieri ha di fatto ignorato l’esperienza pluriennale del PrEP Point, attivo al BLQ Checkpoint dal 2018 in collaborazione con il reparto di Malattie Infettive del Policlinico S. Orsola, che ha seguito 357 persone nel loro percorso di prevenzione.

Anche le verifiche tecniche dell’AUSL di Bologna hanno richiesto tempo per riconoscere la natura specifica del BLQ Checkpoint: non un ambulatorio ospedaliero, ma un centro di comunità, basato sull’ascolto, il counselling e la prevenzione peer-to-peer. Una volta compreso questo elemento distintivo, l’Azienda Sanitaria ha mostrato apertura, con l’augurio che possa diventare un partner attivo nel rilancio del progetto.

Tuttavia, lo stallo continua. Il Comune di Bologna – città firmataria dell’iniziativa Fast Track City – ha fermato l’approvazione del progetto architettonico, che prevedeva un adeguamento non strutturale ma funzionale degli spazi, con soluzioni di arredo (ossia una libreria) conformi ai requisiti igienico-sanitari. Ad oggi, 14 luglio 2025, il BLQ Checkpoint è ancora in attesa di risposte concrete da parte dell’amministrazione e delle forze politiche che si erano impegnate a sostenere il progetto.

Questo immobilismo colpisce non solo direttamente le 357 persone che, senza il supporto del BLQ Checkpoint, avrebbero probabilmente gravato su un sistema sanitario già fragile o eventualmente ricevuto diagnosi tardive di HIV, ma un’intera comunità che in questo spazio troverebbe relazioni di fiducia, un luogo sicuro e non giudicante dove la salute si costruisce in modo partecipato e consapevole.

L’esperienza del BLQ Checkpoint ha contribuito, dati del servizio epidemiologico regionale alla mano, alla riduzione significativa delle diagnosi in fase avanzata rispetto ad altri capoluoghi di regione. Eppure, a fronte di questi risultati, si continua a riscontrare un disinteresse istituzionale preoccupante. La comunità continua a chiedersi cos’altro debba ancora accadere affinché venga riconosciuto il valore del nostro lavoro. Una disattenzione istituzionale che non è nuova, né casuale. “La politica non è interessata all’HIV – commenta Sandro Mattioli, presidente di Plus – perché oggi non si muore più come negli anni ’80 e ’90. Ma questa è una scelta miope, che il Paese sta già pagando con l’aumento progressivo delle nuove diagnosi, anche quest’ultime nella sostanziale indifferenza della politica.”

Alla luce di tutto ciò, il BLQ Checkpoint chiede alle istituzioni che:

  • Il Comune di Bologna sblocchi senza ulteriori indugi l’iter per l’ambulatorio, seguendo il protocollo che ha sottoscritto;
  • La Regione Emilia-Romagna aggiorni le normative per permettere la reale accessibilità alla PrEP nei contesti di comunità e definire il perimetro di azione dei centri community-based con i Checkpoint;
  • L’AUSL di Bologna attivi una modalità di collaborazione effettiva, non meramente formale;
  • Venga finalmente istituito il Tavolo provinciale HIV, come previsto da circolare regionale.

Il BLQ Checkpoint non è un’eccezione, ma un modello di sanità di prossimità che funziona. Non possiamo più permettere che l’HIV venga reso ulteriormente invisibile nel dibattito politico e sanitario, mentre le nuove diagnosi aumentano e i servizi di prevenzione vengono sistematicamente ostacolati. Perché se nulla si muove, a guadagnarci sarà solo il virus.

Non chiediamo privilegi, chiediamo solo che le promesse vengano mantenute.

clicca qui per il comunicato stampa

Si terrà sabato 14 giugno, presso il Royal Hotel Carlton con inizio alle ore 9, la conferenza “10 Anni che (Pre)veniamo”, un momento di riflessione e confronto dedicato al ruolo dei Checkpoint nella salute pubblica, intesi anche come spazi di autodeterminazione per le persone LGBTQIA+.

Tradotto, vuol dire che ci confronteremo su un tema assolutamente insolito, di cui non si parla quasi mai in Italia:

HIV

I Checkpoint a questo servono principalmente: diffondere informazioni corrette su come evitare l’HIV e, ormai che ci siamo, le altre principali infezioni a trasmissione sessuale (IST). Si, i checkpoint sono uno strumento di prevenzione e pure efficace, come avremo modo di mostrare durante la nostra piccola conferenza.

Saranno presenti Sandro Mattioli, che dirige il BLQ Checkpoint, ma anche esponenti dei principali Checkpoint italiani (Milano e Roma) e internazionali: Barcellona e Atene. Centri di area mediterranea coi in quali collaboriamo frequentemente.

Questo anniversario è in sé un traguardo inatteso. Ricordo con affetto la conferenza stampa di inaugurazione del BLQ Checkpoint alla presenza del Sindaco Merola e dell’Assessore Rizzo Nervo. Ed è incredibile che il centro sia ancora aperto grazie al lavoro dei volontari e nonostante gli innumerevoli ostacoli che la burocrazia sanitaria ci ha creato negli anni e anche ultimamente, a tratti anteponendo norme e leggi nate per tutt’altro agli interessi delle persone che non vogliono fare la conoscenza con HIV.

Senza leggi ad hoc, senza fondi pubblici adeguati, con un orario di apertura al minimo sindacale che ci relega al ruolo di una startup, eppure siamo ancora qui. Teniamo duro grazie al supporto di decine di volontari che ogni anno si sobbarcano un corso di formazione formalizzato da USL di quasi 40 ore (perché HIV non è un tema che si improvvisa), fanno affiancamento e portano avanti un’idea di salute dal basso, di salute sessuale perché parlare di HIV vuol dire parlare di sesso, di pratiche sessuali ed erotiche, comprendere ciò che agli utenti piace fare e capire insieme come continuare a farle abbattendo il rischio di contagio.

Il modello di intervento checkpoint è ormai utilizzato in quasi 50 centri in Europa e anche il modello bolognese è stato reso scalabile, modulabile sulla base delle esigenze di altre popolazioni chiave, esposte al rischio di contagio da HIV o da altre patologie, come ha dimostrato il progetto Senza la C dedicato alla popolazione dei drug user senza fissa dimora, o il progetto PrEP Point Plus che ha consentito di attivare un servizio PrEP orale per MSM e persone Trans utilizzando il modello checkpoint sul tema della Profilassi Pre-Esposizione.

Una progettualità che parte da lontano, fatta di survey sociali tese a capire quali fossero i bisogni delle popolazioni chiave nella regione per poi strutturare interventi mirati. Oggi possiamo dire che nell’area vasta di Bologna i casi di diagnosi tardive di HIV, ossia persone che ricevono la diagnosi quando sono già in aids o prossimi a diventarlo, sono visibilmente al di sotto nella media regionale.

Purtroppo non sappiamo quanto dureranno questi bei risultati, perché il BLQ Checkpoint – il primo ad aprire in Italia – cerca disperatamente di sopravvivere ma potrà andare avanti ancora a lungo a combattere da solo, senza leggi, senza fondi certi, senza poter dare agli attivisti la possibilità di un percorso di professionalizzazione come fanno altre associazioni in Italia (ANT, Uniamo) o all’estero (AIDES), agevolazioni dedicate stante che operiamo in sussidiarietà orizzontale per migliorare la salute pubblica.

La conferenza è gratuita, ma è necessaria la registrazione inviando una mail a info@plus-aps.it

clicca qui per il programma
clicca qui per il comunicato stampa
clicca qui per l’invito
clicca qui per il video messaggio dell’Assessore Regionale alla Salute Massimo Fabi

Presentazioni:

BLQ Checkpoint 10 years of success and hardship, Sandro Mattioli
BCN Checkpoint: Impact on Public Health and Future Challenges of a Community Center for MSM and TGP, Michael Meulbroek
13 years of Checkpoint in Greece, Stergios Matis
Checkpoint Plus Roma: a Pleasure-based approach, Filippo Leserri
Driving Innovation in Prevention: The Milano Check Point Experience, Enrico Caruso

Sandro Mattioli
Plus aps
BLQ Checkpoint

Chi non capisce il titolo… gli tocca leggere fino alla fine.
Eccoci all’ultimo report. Per ragioni logistiche, non c’era il volo, oggi devo partire alle 17,30 ora locale e l’ultima plenaria per qualche strano motivo è stata messa alle 15,30. Quindi oggi mi dedico ai poster abstract che, spesso, riservano delle sorprese.

Inizio con lo studio Framing stigma: a systematic review of cinema‘s HIV narrative between 2015 and 2023 banalmente perché italiano, lo ha inviato un gruppo di ricercatori dell’Università di Sassari: preso atto che stigma e discriminazione sono tra i problemi correlati all’HIV, che il cinema rispecchia la società e potrebbe avere il potere di plasmarla, lo studio approfondisce le rappresentazioni dell’HIV nei film tra il 2015 e il 2023. Hanno esaminato i database “IMDb” e “Themoviedb”, utilizzando i tag “AIDS”/“HIV” e “Film su HIV/AIDS” su Wikipedia. Hanno incluso film interi (≥un’ora) sull’HIV/in cui l’HIV è stato menzionato, in inglese o con sottotitoli in inglese.

Alla fine sono state raccolte le seguenti variabili: numero di persone con HIV (PWH), genere, fattore di rischio per l’acquisizione dell’HIV, presenza di AIDS, condizioni che definiscono l’AIDS, decessi correlati all’HIV, discriminazione/stigmatizzazione nel film/da parte del film stesso, se PrEP, PEP e U=U erano rappresentati, e affidabilità scientifica. Con questo metodo dai 3.060 film di partenza ne hanno selezionati 48.
Le donne cisgender e transgender erano rappresentate in 11 (22,9%) e quattro (8,3%) film, rispettivamente. Essere MSM era il fattore di rischio in 30 (62,5%). L’AIDS è stato mostrato in 24 (50%) e in 22 (45,8%) chi ne era colpito, muore. La conclusione a cui arrivano i ragazzi è che Il cinema spesso ritrae l’HIV in modo drammatico, trascurando le possibilità di normalizzarlo. La rarità di PEP, PrEP e U=U sottolinea la necessità di un’ulteriore discussione sul potenziale ruolo del cinema nella sensibilizzazione e nella lotta allo stigma dell’HIV.

La dott.ssa Valentina Mazzotta (in foto) dell’Ist. Spallanzani, con i risultati la ricerca multicentrica ItaPrEP ha ottenuto una presentazione orale. Cosa che ci ha molto piacere perché anche Plus ha partecipato. Il titolo è: HIV pre-exposure prophylaxis (PrEP) efficacy, adherence and persistence in an Italian multicentric access program (Sep2017-Nov2023): ItaPrEP study. Parliamo quindi di uno studio effettuato prima della rimborsabilità del farmaco. Lo studio, ha coinvolto diversi centri clinici e tutti i centri community-based che seguono persone in PrEP, ha evidenziato che grazie alla PrEP il tasso di sieroconversione era inferiore agli studi RCT nelle popolazioni esposte. L’età giovane, basso livello di istruzione e chemsex, oltre a barriere come la mancanza di farmaci gratuiti e monitoraggio sono fondamentali per indirizzare le strategie per migliorare l’implementazione della PrEP.

Un altro studio interessante era: The effectiveness of user-centered demand creation interventions on PrEP initiation among Female Sex Workers (FSW) and Men who have sex with Men (MSM) in Kenya, ossia l’efficacia degli interventi di creazione della domanda incentrati sull’utente nell’avvio della PrEP tra le lavoratrici del sesso (FSW) e gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) in Kenya. Il Kenya nel 2017 ha lanciato un programma nazionale di ampliamento della PrEP (stesso anno dell’autorizzazione da noi). Il programma non dati i risultati sperati in termini di efficacia, per cui hanno provato a promuovere la PrEP con programmi centrati sulla persona (invece su patologie o burocrazia?) e tesi a far crescere la domanda di PrEP; secondo i dati pubblicati che potete vedere cliccando il link, pare che questo genere di interventi abbiano indotto una crescita nella domanda di PrEP nella popolazione indicata.

Il poster Changes in penile microbiome of South African cis-gender men and transwomen following surgical circumcision, non poteva mancare. Numerosi studi hanno dimostrato che la circoncisione maschile riduce l’acquisizione dell’HIV per quella via, con meccanismi ipotizzati tra cui la riduzione delle cellule bersaglio, la riduzione del tempo di esposizione al virus e la riduzione dell’infiammazione locale mediante modifiche del microbioma dovute all’esposizione all’ossigeno. In pratica hanno cercato di caratterizzare i cambiamenti nei batteri superficiali del glande attraverso tamponi. Lo studio non è grande, solo 29 abitanti di Città del Capo, fra i 18 e i 45 anni che si sono rivolti a una clinica pubblica per la circoncisione. La variazione batterica notata sembra supportare l’ipotesi che l’effetto protettivo della circoncisione sia dato da una ridotta infiammazione da disbiosi batterica anaerobica.

Nello stesso modo non poteva mancare lo studio Cannabidiol prevents mucosal HIV-1 transmission by targeting Langerhans cells, macrophages and T-cells, ossia che il CBD previene l’HIV. Lo studio va a esaminare cellule bersaglio di HIV ed è complicato, ma le conclusioni sono entusiasmanti. I ricercatori arrivano a sostenere “il riposizionamento delle formulazioni contenenti CBD disponibili in commercio come potenziali microbicidi contro la trasmissione dell’HIV-1 della mucosa. Come alternativa all’efficiente Lenacapavir, che tuttavia induce mutazioni di fuga e rimane costoso, il nostro approccio neuro-immunitario basato sul CBD rappresenta una strategia di prevenzione dell’HIV-1 innovativa, conveniente e accessibile”. Lo studio è francese e io già li adoro, ma non li prendo davvero sul serio.

Sandro Mattioli
Plus aps

Come ogni anno dal 2013 ad oggi, la nostra associazione aderisce alla European Testing Week, ossia la settimana europea del test.
Una iniziativa europea tesa a promuovere il test per HIV, che quest’anno si terrà

dal 20 al 27 novembre e vedrà il BLQ Checkpoint aperto tutti i giorni dalle 18 alle 20,30.

Sarà possibile prenotare per telefono (0514211857) i test per HIV, epatite C e sifilide al mattino dalle 9 alle 12 o al pomeriggio dalle 18 alle 20; oppure via mail su prenota@blqcheckpoint.it oppure passando a prenotare direttamente in sede, in via S. Carlo 42C a Bologna.

Il tutto grazie all’impegno dei nostri attivisti e con il supporto del personale infermieristico di USL Bologna.

HIV è ancora oggi un’infezione troppo sotto stimata. Infatti nella nostra Regione le persone che ricevono una diagnosi di HIV quando sono già in AIDS, o prossimi a diventarlo, sono ancora oltre il 60% dei nuovi casi di HIV.

Come spesso accade, ricevere una diagnosi tardiva implica una serie di problemi a partire da una minore possibilità di avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale. Tutto il contrario in caso di diagnosi precoce.
Inoltre oggi, grazie alla potenza dei farmaci, le persone HIV positive in terapia efficace non trasmettono il virus per via sessuale. Un traguardo di conoscenza molto importante che ci aiuta a combattere la discriminazione e il pregiudizio e che, insieme a tutte le associazioni di pazienti e di lotta contro HIV e con il supporto di Simit, stiamo promuovendo grazie alla campagna impossibile sbagliare, che vi consiglio di guardare.

Si è svolta in questi giorni a Varsavia la XIX edizione della Conferenza Europea sull’AIDS, a cui ha preso parte anche Plus APS. Nell’ambito di questa conferenza, è stato presentato un nuovo farmaco che potrebbe innovare sensibilmente le politiche di prevenzione dell’HIV, chiamato Cabotegravir. In particolare, è stato presentato uno studio sull’efficacia del farmaco nella PrEP (Profilassi pre-esposizione). Trattandosi di un farmaco somministrato per via iniettiva che offre una copertura di 2 mesi, il Cabotegravir potrebbe risolvere il problema dell’aderenza terapeutica presentato dal farmaco attualmente utilizzato come PrEP, che per garantire la protezione deve essere assunto con grande precisione.

Si tratta potenzialmente di un importante avanzamento nelle strategie di prevenzione dei contagi, ma anche nella qualità della vita delle persone che convivono con HIV e de* loro partner. Negli Stati Uniti si parla ormai da tempo di questo farmaco, e anche in Europa si stanno aprendo le porte alla commercializzazione del farmaco. La Francia si prepara ad avviare uno studio clinico, e l’Italia potrebbe essere ancora una volta il fanalino di coda.

L’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali) ha infatti approvato la commercializzazione del Cabotegravir da settembre 2023, e la Francia si sta già muovendo con uno studio clinico che si chiama CaboPrEP. L’Italia intanto si sta avviando solo da pochi mesi (e con forti difformità tra le Regioni) verso l’attuazione della decisione AIFA di garantire la gratuità della PrEP attualmente in commercio. Negli scorsi anni abbiamo assistito ad anni di ritardo rispetto alla sua commercializzazione, e parlare di Cabotegravir sembra fantascientifico. Eppure, in Italia sono attivi diversi Checkpoint, centri community-based che rappresentano l’avanguardia della lotta all’HIV e che potrebbero aiutare ad implementare questi nuovi strumenti.

“In Italia – commenta il presidente di Plus APS Sandro Mattioli – non solo arriviamo ultimi ad approvare questo tipo di farmaci preventivi (EMA ha approvato l’attuale PrEP nel 2016 contro il 2012 di FDA), ma non facciamo studi che aiutino a introdurre questi nuovi elementi. Cosa che invece in Francia hanno fatto sia per la PrEP attuale, sia per Cabotegravir come PrEP. In Italia sono attivi diversi centri community based che potrebbero aiutare a implementare questi nuovi strumenti. Ma non vengono presi in considerazione. Invece uno studio di fattibilità su Cabotegravir come PrEP distribuito dai Checkpoint potrebbe contribuire ad un arrivo controllato sul mercato di un farmaco che, diversamente, finirebbe per avere gli stessi problemi di stigma e pregiudizi che gravano sulla PrEP attuale”.

I checkpoint ci sono. La speranza è che sia possibile costruire un’alleanza con l’azienda produttrice del farmaco (ViiV Healthcare) e i maggiori centri di ricerca e i Checkpoint per introdurre al più presto nel Paese questa nuova opportunità di prevenzione che potrebbe risolvere i problemi di aderenza terapeutica che si riscontrano con la PrEP attuale.

Il titolo scimmiotta immeritatamente quello di un bellissimo articolo scritto da Mark King, noto attivista statunitense, per celebrare la giornata mondiale per la lotta contro l’Aids.
Oggi abbiamo nuove vite in un mondo che non è soffocato dalla malattia, scrive King in chiusura, e sono convinto che la consapevolezza dell’orrore passato sia sua personale che della comunità omosessuale statunitense, rende ancora più vera quella frase. Una frase che, tuttavia, mi ha fatto riflettere sulla situazione attuale in Italia e sulle grandi differenze fra i due paesi.

Sul piano clinico, fra Italia e USA non c’è storia. L’Italia vanta un numero altissimo di persone sieropositive prese in carico dagli ospedali. Persone che seguono correttamente le indicazioni dei medici e che hanno ottenuto una carica virale non più rilevabile e, quindi, non più contagiose. Tutto il contrario degli USA che, probabilmente per vie del sistema sanitario profondamente diverso dal nostro, non ha neanche lontanamente ottenuto i successi italiani. Non possiamo dire lo stesso sul piano sociale, della consapevolezza politica di una comunità che negli USA si è fatta carico della salute dei propri membri fin dall’inizio della pandemia negli anni 80. Oggi quella comunità vanta alcune fra le più grandi associazioni di persone sieropositive e di attivisti nella lotta contro HIV/AIDS. Vanta un percorso fatto di compassione per le sofferenze di amici, amanti, persone vicine che non ci sono più. La nostra comunità ha fatto una scelta diametralmente opposta: ha scelto che fossero altri ad occuparsi di HIV, ha scelto di non farsi carico del tema e di lasciare sole le persone gay sieropositive a gestire l’infezione, lo stigma, il corpo che cambia, il rifiuto di se stessi e l’isolamento da parte degli altri, e tutto quello che comporta essere omosessuali e sieropositivi in una società sessuofobica, giudicante, bigotta di cui anche la comunità LGBT è parte integrante. Si integrante. Lo vediamo ancora oggi.

Nonostante l’associazionismo gay stia cercando di recuperare i decenni perduti, la comunità omosessuale molto – troppo – spesso addita i gay sieropositivi come indegni, indecenti, se hanno HIV chissà cosa hanno combinato, altro da noi. Trovare un “marito” è cosa ben più complicata qui che altrove anche perché ci piace tenere la testa sotto la sabbia, nella convinzione che HIV riguardi gli errori degli altri non noi, e quindi fuggire è la cosa migliore che ci viene in mente, fuggire dalla paura irrazionale, dai giudizi, da quello che anche i migliori giornalisti nazionali chiamano con termini medievali,. Fuggire, non avere contatti meno che mai sessuali, non avere nessuna cognizione dello stigma che viene posto in essere con le stesse dinamiche discriminatorie che alcuni eterosessuali attivano nei confronti dei gay.

Si, c’è una pesante discriminazione dei gay verso una minoranza di gay sieropositivi, uno stigma costruito su mattoni fatti di silenzi, paure, ignoranza. Alla fine della fiera siamo discriminati due volte per il nostro orientamento sessuale e per il nostro stato sierologico. Non c’è compassione, non c’è comprensione, non c’è coscienza storica né collettiva. “Io, me stesso e me” sembra essere il mantra di questa fase storica del movimento italiano che, giustamente, si commuove per i migranti ma isola e respinge parte della sua stessa identità.

Oggi le cose possono essere diverse. Noi, persone sieropositive, abbiamo questo potere. Oggi noi fermiamo l’epidemia.
A 10 anni dal primo studio del prof. Vernazza sulla non contagiosità delle persone sieropositive in trattamento efficace, studio che portò alla dichiarazione svizzera, oggi abbiamo prove scientifiche inconfutabili che le persone sieropositive con carica virale non rilevabile non sono contagiose. Decine e decine di migliaia di rapporti penetrativi senza condom e senza contagio alcuno, stanno li a dimostrarlo.
La Tasp  è prevenzione, grazie alle terapie e soprattutto grazie al nostro impegno nell’assumerle. Quindi si: sono sano.
Sono sano perché ho un’infezione, ma non la trasmetto a nessuno neanche volendo e come me, tutte le persone con carica virale non rilevabile. Sono sano perché posso fermare l’infezione e sono fiero di poterlo fare. Sono sano perché ho la mia salute sotto controllo e non so quante persone dallo stato sierologico ignoto possano dire altrettanto.
Oggi, ci sono nuovi eroi nella battaglia contro HIV.

Sandro Mattioli
Plus Onlus
Presidente

Bologna, 22 ottobre 2018

Nessun aggiornamento sulla profilassi pre-esposizione (PrEP) e sulla capacità della terapia di impedire la trasmissibilità dell’infezione. Plus Onlus denuncia le condizioni in cui versa il portale www.helpaids.it gestito dalla Regione Emilia-Romagna

Il sito, pensato per offrire all’utenza informazioni utili sull’infezione da Hiv e sui metodi di prevenzione, risulta fermo al 2016 salvo superficiali aggiornamenti realizzati in occasione del 1° dicembre 2017 e nella sezione “Agenda”. Lo si evince con drammatica chiarezza consultando la sezione “Progetti locali”.

Le conseguenze sulla qualità del servizio erogato sono molteplici. Si parte da un ingiustificato allarme sulla pericolosità del liquido pre-spermatico, fino all’assenza d’informazioni cruciali su PrEP e TasP. Mancano ad esempio sia le modalità di accesso alla profilassi pre-esposizione mediante prescrizione di un medico specialista, sia i risultati dello studio PARTNER2, che hanno cementato la validità della terapia come prevenzione, ovvero la non contagiosità delle persone sieropositive in terapia efficace. Ciliegina sulla torta: la tendenza a usare il termine malattia invece di infezione.

A Bologna è attivo l’unico servizio di supporto alle persone che usano la PrEP realizzato in modalità community-based e in ambiente extraospedaliero [il SexCheck presso il Blq Checkpoint] Ma su HelpAIDS non ve ne è traccia,” spiega Sandro Mattioli, presidente di Plus Onlus. “È paradossale che in una regione come l’Emilia-Romagna, unica in Italia ad aver avviato progetti di supporto alle persone che usano la PrEP in ogni città, questo innovativo strumento di prevenzione sia completamente trascurato sul sito ufficiale di comunicazione regionale.”

Plus auspica un sollecito aggiornamento del portale, affinché l’utenza possa continuare a considerare la regione Emilia-Romagna una fonte credibile di informazioni su Hiv/Aids.

In occasione del 1 dicembre 2017 (Giornata mondiale per la lotta contro l’Aids), l’associazione Plus riprende la campagna di prevenzione “Pillole di buon sesso”, rivolta sia a persone sieronegative, sia a persone sieropositive.

Le pillole sono i farmaci antiretrovirali nei loro diversi usi, e la campagna si concentra su due strategie di comprovata efficacia, da associare a quelle già esistenti principalmente basate sull’uso del condom:

  • TasP è la sigla che indica la “terapia come prevenzione”. Si basa su un concetto semplice: se la quantità di virus in una persona con Hiv è drasticamente ridotta dai farmaci, non si trasmette l’infezione ad altri. Riprendendo lo slogan lanciato da Plus nel 2015: Positivo non infettivo. La TasP aiuta le persone con Hiv a non considerarsi pericolose per gli altri. E chi non ha l’Hiv può comprendere che fare sesso con una persona in TasP è una delle opzioni più sicure per restare negativi!
  • PrEP sta per “profilassi pre-esposizione”. È un modo perché le persone sieronegative possano ridurre sensibilmente le possibilità di contrarre l’Hiv. Consiste nel prendere quotidianamente una pillola che contiene due farmaci antiretrovirali. In due parole: Negativo non infettabile. In Italia è possibile acquistarla in farmacia con la prescrizione dell’infettivologo. Sono finalmente arrivati anche i farmaci generici, ma hanno ancora un costo troppo elevato (115€ a scatola) per garantire un’aderenza adeguata. Detto questo è importante fare informazione e accedere a ogni risorsa disponibile contro l’infezione!

Lo scorso dicembre, Plus ha lanciato la campagna Fallo come vuoi, che metteva sullo stesso piano di efficacia, contro l’Hiv, preservativo, TasP e PrEP. Il motivo di una campagna specifica sulle «pillole di buon sesso» è semplice: della TasP si parla ancora troppo poco, malgrado sia una realtà da molti anni. Quanto alla PrEP, implementata con successo in svariati Paesi europei, manca ancora la volontà politica di renderla accessibile in Italia, dove la barriera del prezzo costringe gli interessati a rimediarla per vie illegali, senza supervisione medica.
È ora che l’intera gamma delle risorse disponibili per combattere l’Hiv sia nota e resa disponibile a tutti, così che sia possibile effettuare una scelta consapevole, utilizzando in modo integrato le varie modalità di prevenzione. Dobbiamo stringere un patto sociale per invertire i dati epidemiologici e debellare l’epidemia.
È ora di usare il buon senso per affrontare un tema, quello dell’Hiv, troppo spesso appannaggio del giornalismo scandalistico e di teorie irrazionali.
In occasione del 1 dicembre, il BLQ Checkpoint sarà aperto dalle 18 alle 21 per effettuare il test per HIV e per l’epatite C. Per informazioni e prenotazioni è possibile telefonare allo 0514211857 (martedì e giovedì dalle 18 alle 21), oppure scrivere a prenota@blqcheckpoint.it. Come sempre, le persone che effettueranno i test riceveranno condom, lubrificante e potranno avere la possibilità di un counselling con persone qualificate.