Il silenzio è mafia

E’ uno slogan immortalato una vecchia foto, credo risalga al 1993, che riprende il tema del silenzio e lo collega alla mafia. Non ho potuto fare a meno di pensare ad Act Up che, in uno dei suoi slogan più famosi e riusciti, collegava il silenzio alla morte, l’ignoranza alla paura.

Si parla molto in questi giorni dei funerali lussuosi (cafoni?) del mafioso Casamonica e tutti si chiedono come sia potuto succedere. Mi rendo conto che passerò per spocchioso, ma perché sembra strano che una famiglia che si è posta al di fuori della legalità organizzi simili eventi nel silenzio/consenso generale?
Sappiamo tutti che una parte non indifferente del territorio italiano è in mano alle varie associazioni mafiose, ma non è certo un caso che questo sia possibile in Italia.
In questo paese la mentalità mafiosa è il pensiero più diffuso, da nord a sud. Una “cultura” generalizzata che fa operare o, più spesso, non operare un una direzione che, se non è pienamente illegale, fa si che gli interessi propri o dei propri accoliti, familiari, amici, prevalgano rispetto all’interesse della collettività, della cosa pubblica.
Che c’entra la mentalità mafiosa con l’epidemia da HIV?
Secondo c’entra e pure molto.
C’entra sul piano culturale, c’entra sul piano della falsità e del pressappochismo con cui in Italia il act-up-haringtema è stato affrontato negli ultimi 30 anni.
E’ la mentalità mafiosa che pervade l’Italia che ha fatto si che in 30 anni si siano viste solo una manciata di campagne contro il virus (per lo più discriminatorie e del tutto ininfluenti, vi basta guardare cosa hanno prodotto il resto dei paesi europei).
E’ grazie alla mentalità mafiosa italiana che non si sono mai visti messaggi importanti, insistenti e reiterati sull’utilizzo “talebano” del preservativo nei rapporti sessuali penetrativi. D’altra parte, a fronte di un papa che, contrariamente a qualunque logica e risultato scientifico, ha affermato che il condom non è utile a contrastare l’epidemia, perché mail il nostro ministro della salute avrebbe dovuto prendere decisioni di segno opposto, dispiacere un potere occulto (ma neppure tanto) e rischiare di perdere voti e poltrona… questo venir meno al proprio dovere e ruolo istituzionale per motivi futili che altro è se non cultura mafiosa?
In Italia non ci sono mai state azioni forti nei confronti dei gruppi di popolazione maggiormente esposti alla possibilità del contagio: penso alla popolazione carceraria (provate a far entrare i preservativi in carcere!), alla comunità omosessuale (in particolare quella maschile), alla comunità trans, alla popolazione che si prostituisce… Di nuovo, perché mai gli amministratori, gli assessori, i sindaci, i ministri non si sono mai occupati seriamente di questi gruppi, a parte sporadici quanto vani interventi occasionali, se non perché in fondo avrebbero potuto rischiare voti e, quindi, la poltrona, dispiacere quella parte di popolazione che va in chiesa tutte le domeniche ad ascoltare

Vogliamo essere parte della soluzione.
Vogliamo essere parte della soluzione.

un vescovo che discrimina i gay (cosa molto comune anche nella “civile” Bologna).
Chiariamo anche il punto relativo ai dati: non è vero che non ci sono dati ufficiali, che non sappiamo come si muove HIV in Italia (per altro non si capisce perché dovrebbe muoversi in modo difforme dal resto d’Europa). Non si contano gli studi, le analisi, le indicazioni, ecc. che sono arrivate dai vari organismi europei e anche il nostro COA (Centro Operativo Aids) dell’Istituto Superiore di Sanità, sa benissimo che la popolazione omosessuale in Italia è esposta al rischio, ha pubblicato dati che vedono le infezioni in crescita in tale popolazione, ma nessuno ha preso provvedimenti. E’ decisamente più comodo lasciare le associazioni da sole a operare, con pochi mezzi, contro l’epidemia, contro lo stigma (doppio se parliamo di comunità omosessuale e HIV), spesso contro le politiche sanitarie disattente, quando non addirittura, come è successo recentemente, contro alcune associazioni di lotta contro l’Aids timorose di perdere finanziamenti se, per caso, dovessero essere distratti dalle loro casse per attaccare HIV laddove si cela realmente.
Mentre in Francia l’associazione Aides combatte HIV in nome e per conto dello Stato, finanziata con fondi pubblici (con un bilancio annuo di oltre 40 milioni di euro), promuove ed esegue i test, fa ricerca in una popolazione che per lo Stato sarebbe difficilmente raggiungibile, in Italia Plus si deve arrangiare fra mille difficoltà a reperire fondi per fare un lavoro che dovrebbe essere fatto, direttamente o indirettamente, da chi ha in carico la salute pubblica.
Ci sono voluti quasi 10 anni per aprire il BLQ Checkpoint in una città attenta come Bologna (non oso pensare quanto ci sarebbe voluto altrove), ma il vero lavoro inizia ora. Sarà una sfida tenere aperto il centro, convincere la comunità MSM (maschi che fanno sesso con maschi) che è meglio fare periodicamente un test rapido che mettere la testa sotto la sabbia e sperare per il meglio, convincere un associazionismo lontano e distratto ad occuparsi fattivamente di questi temi o a supportare concretamente chi lo fa, aiutare la comunità LGBT a crescere sia politicamente che culturalmente al fine di agevolare quanto sopra, ecc. I primi segnali sono incoraggianti, il resto lo scopriremo presto, perché noi vogliamo essere parte della soluzione.

Sandro Mattioli
Plus Onlus
Presidente