
Nel dibattito pubblico europeo sulla Palestina si rischia spesso di oscillare fra due estremi: da un lato la geopolitica astratta, dall’altro la polarizzazione identitaria. In mezzo, però, continuano a vivere — e spesso a sparire — le persone. Anche le persone che vivono con HIV.
Un recente articolo pubblicato sul Journal of the International AIDS Society, che ho ricevuto da Rafał Majka, descrive con chiarezza ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza: il progressivo collasso del sistema sanitario ha trasformato HIV da condizione cronicamente sotto-diagnosticata a emergenza sanitaria invisibile. Prima dell’escalation del conflitto del 2023, il sistema sanitario palestinese — pur fragile, sottofinanziato e limitato dal blocco — garantiva almeno una continuità minima di cura: test HIV gratuiti, accesso alla terapia antiretrovirale, attività di prevenzione e supporto psicosociale.
Oggi quella rete è quasi completamente collassata. Secondo gli autori, la disponibilità di ART è precipitata, i laboratori diagnostici sono stati distrutti o resi inutilizzabili, il testing HIV è quasi scomparso e la continuità terapeutica è stata interrotta. Anche le strutture sanitarie funzionanti sono ridotte al minimo, mentre operatori sanitari sono stati uccisi, sfollati o impossibilitati a lavorare.
In questo contesto HIV non sparisce. Diventa invisibile.
Ed è proprio questa invisibilità a rappresentare uno degli aspetti più drammatici della crisi. In una Gaza devastata dai bombardamenti, dalla distruzione degli ospedali, dagli sfollamenti di massa e da decine di migliaia di morti fra i civili, il rischio è che tutto ciò che non appare immediatamente sotto le macerie smetta semplicemente di essere raccontato.
Ma le persone che vivono con HIV continuano a esistere anche dentro la guerra. Continuano ad aver bisogno di terapia, continuità assistenziale, monitoraggio clinico, supporto e protezione della propria riservatezza. E quando un sistema sanitario collassa, anche HIV collassa insieme ad esso: si interrompono le terapie antiretrovirali, scompaiono i sistemi di testing e follow-up, PEP e PrEP diventano inaccessibili e lo stigma cresce ulteriormente dentro un contesto già segnato dalla sopravvivenza quotidiana.
Non si tratta di mettere HIV “accanto” alla distruzione della guerra come se fossero fenomeni separati. Si tratta di capire che la guerra travolge anche la salute, la continuità delle cure, la prevenzione e la possibilità stessa di restare visibili come persone e come comunità.
Ma c’è un altro elemento che l’articolo mette in luce e che le comunità HIV conoscono bene da decenni: lo stigma. Gli autori ricordano come, già prima della guerra, HIV in Palestina fosse circondato da segretezza, paura e moralizzazione sociale. Nel contesto attuale, la perdita di riservatezza e il crollo dei servizi sanitari aggravano ulteriormente la paura dell’esposizione pubblica e allontanano ancora di più le persone dal testing e dalle cure.
Per chi vive con HIV, tutto questo non è soltanto un problema sanitario. È anche memoria. La storia dell’HIV ci ha insegnato cosa accade quando una comunità diventa invisibile, quando la salute viene subordinata alla morale, quando le istituzioni smettono di vedere alcune vite come prioritarie. Ci ha insegnato cosa significhi vivere nella paura dell’interruzione delle cure, dell’abbandono, dello stigma e dell’isolamento.
Per questo parlare oggi di HIV a Gaza non significa “spostare” il tema HIV dentro una discussione geopolitica. Significa riconoscere che il diritto alla salute non può essere sospeso nei conflitti e che le persone che vivono con HIV restano particolarmente vulnerabili quando collassano sistemi sanitari, reti di prevenzione e protezioni sociali.
Ed è qui che emerge ancora una volta il ruolo fondamentale delle comunità. Le più importanti conquiste degli ultimi decenni — dall’accesso universale alle ART ai checkpoint community-based, dalla PrEP al sierocoinvolgimento, fino alla lotta allo stigma — non sono nate soltanto nelle istituzioni o nei congressi scientifici. Sono nate dall’incontro fra attivismo, elaborazione politica, bisogni concreti e costruzione di reti comunitarie capaci di trasformare vulnerabilità in risposte collettive.
Anche oggi, in molte parti del mondo, sono proprio le reti comunitarie a mantenere vive informazione, prevenzione, supporto reciproco e continuità terapeutica nei contesti più fragili. È anche grazie a decenni di attivismo HIV internazionale che oggi esistono gli strumenti culturali e politici per vedere ciò che sta accadendo alle persone che vivono con HIV a Gaza. Senza quella memoria collettiva, senza quelle comunità e senza quella elaborazione politica, molte di queste vite rischierebbero semplicemente di scomparire dal racconto pubblico insieme ai servizi sanitari che le sostenevano.
Per questo HIV a Gaza non riguarda soltanto Gaza. Riguarda il modo in cui pensiamo il diritto alla salute, la memoria politica dell’epidemia HIV e la capacità delle comunità di non lasciare invisibili le persone più vulnerabili anche dentro le crisi umanitarie e i conflitti.
Perché quando un sistema sanitario crolla, HIV non finisce. Smette semplicemente di essere visto.
Fonte principale
Majka R., Abuzerr S. HIV in Gaza: From Chronic Under-Detection to Acute Collapse. Journal of the International AIDS Society, 2026.
Sandro Mattioli
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