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Dalla sopravvivenza alle nuove fragilità sociali

La lecture di Enrico Girardi presentata a ICAR 2026 — “Projected trajectories of life expectancy in HIV: role of new and old disparities” — ha proposto una riflessione molto più ampia del semplice tema dell’invecchiamento con HIV.

Il punto centrale non era soltanto che oggi le persone con HIV vivono più a lungo. Questo ormai lo sappiamo.

Il punto era un altro: capire quali disuguaglianze continueranno a determinare salute, qualità della vita e mortalità anche nell’era delle terapie efficaci.

Perché la storia dell’HIV nel 2026 non è più soltanto la storia della sopravvivenza.
È sempre più la storia delle disparità.

Meno mortalità AIDS-correlata, ma non meno fragilità

I dati epidemiologici presentati durante la lecture mostrano con chiarezza il cambiamento avvenuto negli ultimi venticinque anni.

La mortalità AIDS-correlata è drasticamente diminuita:
si passa da valori superiori a 1 decesso per 100 persone/anno negli anni Novanta a circa 0,10 nei dati più recenti della coorte ICONA.

Anche la mortalità complessiva si è progressivamente ridotta, scendendo sotto 1 per 100 persone/anno dopo il 2010.

Ma osservando le curve epidemiologiche emerge qualcosa di fondamentale:
mentre diminuiscono le cause direttamente AIDS-correlate, aumentano progressivamente le patologie croniche non AIDS correlate.

Le proiezioni presentate da Girardi, basate su modelli pubblicati su Lancet HIV, mostrano che entro il 2050:

  • aumenteranno fortemente le persone con HIV sopra i 75 anni;
  • cresceranno le morti cardiovascolari;
  • aumenteranno i tumori non AIDS correlati;
  • le comorbidità multiple diventeranno uno degli elementi centrali della gestione clinica.

L’HIV quindi non scompare. Cambia forma.
E cambia soprattutto il modo in cui interagisce con altre vulnerabilità biologiche e sociali.

La late presentation continua a produrre danni per anni

Uno dei temi più forti della lecture riguarda il peso persistente della diagnosi tardiva.

I dati mostrati evidenziano che la late presentation non rappresenta soltanto un problema del momento della diagnosi, ma può influenzare salute e qualità della vita anche molti anni dopo.

Le persone diagnosticate tardivamente mostrano:

  • maggior rischio cardiovascolare;
  • più diabete;
  • più malattie renali croniche;
  • maggiore multimorbidità;
  • maggiore mortalità;
  • peggiori esiti sociali ed economici.

Uno studio presentato durante la lecture mostra inoltre come l’advanced HIV disease aumenti drasticamente il rischio di mortalità anche in persone già in terapia antiretrovirale, soprattutto nei primi anni successivi alla diagnosi.

Un altro elemento interessante riguarda la cosiddetta viremia copy-years, cioè il carico virale cumulativo nel tempo:
non conta soltanto essere oggi in soppressione virologica, ma anche per quanto tempo una persona sia rimasta esposta a livelli elevati di replicazione virale negli anni precedenti.

Questa esposizione cumulativa sembra infatti associarsi:

  • a maggiore mortalità;
  • a danno renale;
  • a fragilità progressive.

In altre parole:
l’HIV lascia tracce biologiche e sociali che non scompaiono automaticamente con una terapia efficace.

Non è solo “invecchiamento”

Un altro aspetto molto interessante della lecture riguarda la critica all’idea semplicistica di “invecchiamento HIV”. Alcuni studi discussi da Girardi mostrano infatti che il declino neurocognitivo osservato nelle persone con HIV non dipende semplicemente dall’età anagrafica. Il peso maggiore sembra derivare soprattutto:

  • dall’accumulo di comorbidità;
  • dalla fragilità sociale;
  • dalla povertà;
  • dalla depressione;
  • dall’isolamento;
  • dall’uso di sostanze;
  • dalle disuguaglianze sanitarie.

Questo cambia profondamente la prospettiva politica e sanitaria.
Perché significa che non basta garantire l’accesso ai farmaci. Bisogna affrontare anche tutto ciò che determina salute fuori dall’ambulatorio.

Lo stigma continua dentro i servizi sanitari

Uno dei passaggi più duri della lecture riguarda il tema dello stigma nella sanità.
I dati europei presentati mostrano che:

  • oltre la metà degli operatori sanitari dichiara preoccupazione nel trattare persone con HIV;
  • una quota significativa riferisce atteggiamenti evitanti;
  • circa un quarto degli operatori afferma che utilizzerebbe doppi guanti nell’assistenza a persone HIV positive.

Questo significa che lo stigma HIV non appartiene al passato.
Continua a esistere persino nei luoghi che dovrebbero garantire cura e protezione.

Ma la parte forse più forte riguarda ciò che riportano direttamente le persone con HIV.
I dati mostrati durante la lecture evidenziano:

  • altissimi livelli di stigma interiorizzato;
  • esperienze discriminatorie nei servizi sanitari;
  • richieste improprie di disclosure;
  • discriminazioni nella vita sociale e comunitaria.

Emerge inoltre il tema della intersectionality of stigmas: lo stigma HIV può sommarsi a età, orientamento sessuale, povertà, uso di sostanze, migrazione e marginalità sociale, producendo nuove forme di vulnerabilità.
Non si tratta semplicemente della somma di discriminazioni diverse, si crea invece una forma di esclusione più complessa e strutturale.
Dentro questo quadro assume particolare rilievo anche il tema dell’ageism:
le persone anziane con HIV possono sperimentare una doppia invisibilità, legata contemporaneamente all’età e all’infezione.

HIV e disuguaglianze sociali

La lecture ha affrontato in modo molto chiaro anche il rapporto tra HIV, lavoro e protezione sociale.
Uno studio danese presentato durante il congresso mostra che le persone con HIV:

  • hanno maggior rischio di assenze lavorative prolungate;
  • ricorrono più frequentemente a pensioni di disabilità;
  • incontrano ancora ostacoli nell’accesso alle assicurazioni private.

Uno studio olandese mostra inoltre che le persone con HIV:

  • lavorano meno ore;
  • hanno redditi inferiori;
  • risultano meno occupate;
  • ricorrono più frequentemente ai sistemi di supporto sociale.

E questi effetti risultano più marcati nelle persone con diagnosi tardiva.

Questo punto è fondamentale perché rompe definitivamente una narrazione semplicistica:
quella secondo cui l’HIV oggi sarebbe semplicemente “una malattia cronica come le altre”.

Le terapie funzionano.
Ma le conseguenze sociali dell’HIV continuano a esistere.

La salute globale non può essere scaricata sui paesi poveri

La parte finale della lecture ha affrontato anche il tema dei tagli ai programmi internazionali HIV e delle future traiettorie globali dell’epidemia.

Le proiezioni UNAIDS mostrate durante il congresso stimano che la riduzione dei finanziamenti internazionali potrebbe causare:

  • milioni di nuove infezioni;
  • milioni di morti AIDS-correlate aggiuntive;
  • un arretramento di decenni nella risposta globale all’HIV.

Ed è qui che emerge uno dei nodi politici più importanti.
Sempre più spesso si sente affermare che i paesi a basso e medio reddito dovrebbero “investire maggiormente” nella propria sanità per ridurre la dipendenza dai fondi internazionali.

Ma questo discorso rischia di essere profondamente ipocrita.

Molti paesi economicamente fragili investono già nella salute pubblica ben oltre ciò che le loro condizioni economiche consentirebbero realisticamente, spesso sostenendo sistemi sanitari sotto pressione cronica, carenza di personale, debito internazionale, inflazione e dipendenza da mercati farmaceutici globali sui quali non hanno alcun reale potere contrattuale.

Nel frattempo, prezzi dei farmaci, regimi brevettuali, tecnologie sanitarie e priorità industriali continuano a essere determinati soprattutto dai paesi ricchi e dalle grandi economie occidentali. Chiedere ai paesi più vulnerabili di “fare di più” senza mettere in discussione questi squilibri significa spostare la responsabilità politica verso chi dispone di minori risorse e minore capacità negoziale.

Il problema, quindi, non è che i paesi poveri investano troppo poco nella salute.
Il problema è che molti paesi ricchi stanno progressivamente arretrando dalla responsabilità condivisa sulla salute globale.

Gli Stati Uniti stanno riducendo programmi storici come PEPFAR e, quel che è peggio, intavolano contrattazioni bilaterali per riattivarla.
L’Europa sta tagliando fondi alla cooperazione sanitaria internazionale mentre aumenta enormemente le spese militari e il riarmo.

Le risorse non stanno scomparendo, stanno cambiando priorità politiche.

La vera sfida dell’HIV oggi

La lecture di Enrico Girardi lascia quindi una riflessione molto chiara.
Oggi la sfida dell’HIV non riguarda più soltanto il controllo del virus.

Riguarda:

  • le disuguaglianze;
  • la qualità della vita;
  • l’accesso ai servizi;
  • il diritto alla salute;
  • la protezione sociale;
  • la salute mentale;
  • l’invecchiamento;
  • il contrasto allo stigma;
  • la giustizia sociale.

Ed è proprio per questo che il ruolo delle community continua a essere centrale.
Perché parlare di HIV nel 2026 significa ancora parlare di diritti, dignità, inclusione e responsabilità collettiva.

Sandro Mattioli
Plus aps

Keynote lecture di Dan H. Barouch – ICAR 2026

Tra le sessioni più interessanti di ICAR 2026 a Catania c’è stata senza dubbio la lecture di Dan H. Barouch dedicata allo stato attuale della ricerca sui vaccini contro HIV.
Una presentazione complessa, molto tecnica in alcuni passaggi, ma anche sorprendentemente politica nel senso più ampio del termine: il rapporto tra ricerca di base, salute globale, COVID-19, disuguaglianze internazionali e futuro della prevenzione HIV.

Il messaggio emerso non è stato né trionfalistico né pessimista. Piuttosto, quello di un campo scientifico che sta attraversando una profonda fase di trasformazione.

Imbokodo e Mosaico: risultati limitati, ma non inutili.

Una parte centrale della lecture ha riguardato gli studi Imbokodo (HVTN 705) e Mosaico, i grandi trial basati sulla piattaforma Ad26/Env sviluppata da Janssen.

I risultati finali sono ormai noti:
– vaccini sicuri e ben tollerati;
– buona capacità di indurre risposte immunitarie;
– ma efficacia insufficiente per un utilizzo clinico reale.

Nel caso di Imbokodo, l’efficacia vaccinale stimata tra il mese 7 e il mese 24 è risultata pari al 14%, con intervalli di confidenza compatibili anche con assenza di protezione. Numeri troppo bassi per parlare di un vaccino efficace.

Eppure Barouch ha insistito su un punto importante: anche gli studi considerati “negativi” producono informazioni biologiche fondamentali.Le analisi dei correlati immunologici hanno infatti suggerito che alcune risposte anticorpali — in particolare quelle dirette contro la regione V1V2 dell’envelope virale — potrebbero essere associate a segnali di protezione parziale.

HIV e COVID: una storia molto più collegata di quanto sembri

Uno dei passaggi più interessanti della lecture ha riguardato il legame tra la ricerca sui vaccini HIV e la risposta globale al COVID-19

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Barouch ha ricordato come gran parte delle infrastrutture scientifiche utilizzate durante la pandemia siano nate proprio attraverso decenni di ricerca su HIV:
– piattaforme virali;
– progettazione di immunogeni;
– reti di laboratori;
– sistemi per trial clinici;
– partnership industriali;
– reti di salute pubblica;
– coinvolgimento delle comunità.

La rivalutazione della piattaforma Ad26

Interessante anche la rivalutazione scientifica della piattaforma Ad26, spesso liquidata troppo rapidamente durante la pandemia.

I vaccini mRNA hanno mostrato un’enorme efficacia iniziale, ma le slide presentate da Barouch hanno evidenziato differenze immunologiche importanti:
– risposta anticorpale iniziale molto forte con mRNA;
– maggiore durabilità nel tempo con Ad26;
– risposta cellulare CD8 più robusta;
– possibile vantaggio in termini di memoria immunitaria. Aspetti che potrebbero avere particolare rilevanza proprio nel contesto HIV, dove probabilmente non basta ottenere anticorpi elevati per pochi mesi.

La salute globale resta centrale

La lecture ha dedicato ampio spazio anche alle disuguaglianze globali emerse durante la pandemia COVID-19. Alcune slide mostravano chiaramente come vaste aree dell’Africa abbiano avuto accesso molto limitato ai vaccini mRNA nel 2021, mentre piattaforme adenovirali come Ad26 hanno avuto un ruolo importante nelle campagne vaccinali di diversi Paesi a basso e medio reddito.

Dalla vaccinologia “empirica” alla progettazione strutturale

La parte finale della lecture è stata probabilmente la più affascinante dal punto di vista scientifico.

Le ultime slide hanno mostrato una nuova generazione di immunogeni progettati con approcci molto diversi rispetto al passato:
– V2-SET Env;
– targeting del fusion peptide;
– neutralizzazione eterologa;
– anticorpi broadly neutralizing (bNAbs);
– ingegneria strutturale dell’envelope virale.

Qui emerge chiaramente un cambio di paradigma.
Per molti anni la ricerca sui vaccini HIV ha lavorato cercando soprattutto di “stimolare il sistema immunitario”. Oggi invece la logica sembra molto più sofisticata: guidare il sistema immunitario verso bersagli estremamente specifici e conservati del virus.

Cinque studi di efficacia in 45 anni sono troppo pochi.

Una delle frasi più forti dell’intera lecture è comparsa quasi alla fine.

Una frase apparentemente semplice, ma che contiene una riflessione molto più ampia, se non una critica, sul modo in cui la ricerca sul vaccino HIV è stata finanziata, organizzata e sviluppata nel corso degli ultimi decenni.

Il problema, ha lasciato intendere Barouch, non è soltanto l’estrema complessità biologica di HIV — un virus capace di mutare rapidamente, integrarsi stabilmente nell’organismo e sfuggire alle risposte immunitarie — ma anche la relativa scarsità di strategie vaccinali realmente portate fino a grandi studi di efficacia.

Rispetto a quanto avvenuto durante la pandemia COVID-19, dove piattaforme multiple sono state sviluppate, finanziate e testate quasi simultaneamente, la ricerca HIV ha spesso proceduto in modo molto più lento, frammentato e discontinuo.

Ogni trial negativo ha prodotto non solo nuove conoscenze scientifiche, ma anche rallentamenti, tagli ai finanziamenti, prudenza industriale e una crescente difficoltà nel sostenere programmi di ricerca di lungo periodo.

Eppure, proprio questa storia fatta di tentativi incompleti, risultati parziali e progressi graduali ha contribuito a costruire molte delle piattaforme tecnologiche che si sono poi rivelate fondamentali durante il COVID-19. In questo senso, la lecture di Barouch sembra suggerire anche un altro elemento importante: nella ricerca scientifica, soprattutto quando si affrontano problemi estremamente complessi come HIV, il valore di un percorso non può essere misurato soltanto dal raggiungimento immediato dell’obiettivo finale.

Oltre il vaccino

Un altro elemento importante emerso dalla lecture è che oggi la prevenzione HIV non ruota più esclusivamente attorno all’idea di un vaccino perfetto.

Barouch ha inserito nello stesso scenario:
– vaccini;
– anticorpi monoclonali broadly neutralizing;
– PrEP long-acting.

Anche questo rappresenta un cambiamento culturale importante.
La prevenzione HIV sta diventando sempre più una strategia combinata, dove strumenti differenti possono coesistere e integrarsi.

La ricerca sul vaccino HIV non ha ancora raggiunto il suo obiettivo finale. Ma continua a produrre conoscenze e strumenti che stanno già cambiando il modo in cui affrontiamo le epidemie globali.

Sandro Mattioli
Plus aps.

Simposio “Intersectionality among cancer and ageism among PWH” – ICAR 2026

Tra i simposi scientifici di ICAR 2026 – Italian Conference on AIDS and Antiviral Research – ho trovato interessante il tema “Intersectionality among cancer and ageism among PWH”, focalizzato sulle nuove sfide legate all’invecchiamento delle persone che vivono con HIV e all’impatto crescente delle patologie oncologiche.

All’interno del simposio, la dott.ssa Lene Ryom ha presentato la lecture “Cancer Burden in People with HIV: Priorities for Prevention & Care”, dedicata al rapporto tra HIV, tumori e strategie di prevenzione. L’intervento ha evidenziato come oggi, grazie all’efficacia delle terapie antiretrovirali, le persone con HIV vivano sempre più a lungo. Un cambiamento straordinario che ha però modificato anche il profilo clinico dell’HIV, rendendo sempre più rilevanti le patologie croniche e oncologiche.

Tumori: cambia il quadro epidemiologico

I dati presentati mostrano come, nel corso degli anni, siano diminuiti molti tumori AIDS-correlati classici grazie all’impatto della terapia antiretrovirale.

Allo stesso tempo, però, stanno assumendo un peso crescente i tumori correlati al fumo, quelli associati all’HPV, le neoplasie legate all’invecchiamento e i tumori influenzati da obesità e fattori metabolici.
Particolarmente significativo il richiamo ai fattori di rischio modificabili, con dati che mostrano l’impatto del fumo di sigaretta, dell’obesità e delle coinfezioni virali oncogene nella popolazione HIV positiva.

Screening e vaccinazioni

Ampio spazio è stato dedicato alle strategie di prevenzione.
Le linee guida europee raccomandano programmi di screening oncologico specifici per le persone con HIV, con attenzione particolare a tumore anale, tumore cervicale, tumore del colon-retto, tumore del polmone e carcinoma epatico. La lecture ha inoltre ribadito l’importanza della vaccinazione contro HPV e HBV come strumento fondamentale di prevenzione oncologica.

Non solo terapia antiretrovirale

Uno dei messaggi più forti emersi dall’intervento è che oggi la gestione dell’HIV non può limitarsi al controllo virologico.

La terapia antiretrovirale resta centrale anche nella prevenzione oncologica, ma deve essere accompagnata da prevenzione, counselling, screening regolari, attenzione agli stili di vita e presa in carico multidisciplinare. Particolare attenzione è stata dedicata anche alle interazioni farmacologiche tra farmaci oncologici e terapia antiretrovirale, aspetto sempre più importante con l’aumento delle comorbidità legate all’età.

Invecchiare con HIV

Il simposio ha mostrato con chiarezza come oggi una delle grandi sfide dell’HIV sia l’invecchiamento in salute.

Se in passato l’obiettivo principale era sopravvivere all’infezione, oggi il tema è garantire qualità della vita, prevenzione e accesso precoce alla diagnosi e alle cure anche per patologie non direttamente legate all’HIV. Un cambiamento che riguarda non solo la medicina, ma anche l’organizzazione dei servizi, la continuità della presa in carico e la capacità di sviluppare percorsi realmente integrati tra infettivologia, prevenzione e medicina territoriale.

Sandro Mattioli
Plus aps

Nicoletta Policek riporta il tema politico dell’HIV dentro il dibattito scientifico.

Simposio: “Intersectionality among cancer and ageism among PWH”

Tra gli interventi più politici e culturalmente densi del simposio “Intersectionality among cancer and ageism among PWH” presentato a ICAR 2026, particolare attenzione ha suscitato la lecture di Nicoletta Policek dal titolo “Missed opportunities: the impact of ageism on people aging with HIV”.

Un intervento che ha scelto deliberatamente di uscire da una lettura esclusivamente clinica dell’invecchiamento con HIV, riportando al centro il rapporto tra salute, potere, disuguaglianze e organizzazione dei sistemi sanitari.

Fin dalle prime slide, Policek ha messo in discussione una narrazione ormai molto diffusa: quella secondo cui l’allungamento della vita delle persone con HIV coinciderebbe automaticamente con un miglioramento della qualità della vita.

“Living longer, but not always living well”, recita una delle slide iniziali.

L’intervento ha evidenziato come l’invecchiamento delle persone con HIV sia spesso accompagnato da un aumento di tumori, patologie cardiovascolari, sindrome metabolica, declino neurocognitivo e multimorbidità. Ma il punto centrale della lecture è stato un altro: questi fenomeni non possono essere interpretati soltanto come conseguenze biologiche dell’invecchiamento o dell’infiammazione cronica.

Secondo Policek, esiste una “cronicizzazione della disuguaglianza”.

I dati clinici, infatti, vanno letti dentro l’interazione tra fattori biologici e fattori politici e sociali: stigma, povertà, esclusione strutturale, accesso diseguale ai servizi sanitari, marginalizzazione di alcune identità e fragilità economiche.

Uno dei concetti chiave dell’intervento è stato quello di intersectionality, riprendendo esplicitamente il lavoro di Kimberlé Crenshaw. L’invecchiamento con HIV — ha sottolineato Policek — non è un’esperienza uniforme.

Genere, orientamento sessuale, identità di genere, origine etnica, status migratorio, precarietà economica, disabilità e accesso alle cure non rappresentano dimensioni separate che “si sommano”, ma fattori che si producono reciprocamente, creando livelli differenti di vulnerabilità.

In questa prospettiva, l’ageismo non viene descritto come semplice pregiudizio individuale, ma come un dispositivo strutturale incorporato nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.

Tra gli esempi riportati:
• la banalizzazione dei sintomi (“è solo l’età”),
• l’esclusione delle persone anziane dagli studi clinici,
• percorsi di prevenzione meno accessibili,
• cure razionate sulla base di assunzioni implicite legate all’età,
• sistemi sanitari frammentati che obbligano le persone a muoversi continuamente tra infettivologia, oncologia, medicina territoriale e geriatria senza reali percorsi integrati.

Particolarmente forte il passaggio dedicato al rapporto tra stigma HIV e ageismo.
Policek ha definito lo stigma HIV non come un “residuo del passato”, ma come un vero e proprio strumento di governo sociale ancora attivo, che continua a produrre esclusione, invisibilità e gerarchie nell’accesso alle cure.

Quando stigma HIV e ageismo si sovrappongono — soprattutto per donne, persone trans, migranti o persone economicamente fragili — si produce quella che la relatrice ha definito una forma di “violenza strutturale stratificata”.

L’intervento ha avuto anche un forte carattere politico nel senso più alto del termine: non una denuncia astratta, ma una riflessione sul modo in cui i sistemi sanitari vengono progettati.

Secondo Policek, la frammentazione dei servizi non è un incidente organizzativo, ma il risultato di precise scelte di governance sanitaria. E questa frammentazione produce ritardi diagnostici, percorsi di cura discontinui, screening mancati e un crescente peso sulle capacità individuali delle persone di orientarsi dentro sistemi complessi e diseguali. Per questo, nella parte finale della lecture, è stata avanzata una proposta chiara: non basta “migliorare” il sistema, bisogna trasformarlo.

Tra le priorità indicate:
• costruire sistemi realmente integrati,
• superare approcci paternalistici e patologizzanti,
• includere le persone anziane con HIV nella ricerca,
• sviluppare politiche anti-ageismo,
• rafforzare la governance community-based dei servizi sanitari.
Non a caso una delle ultime slide riprendeva uno dei principi (di Denver) storici dell’attivismo HIV internazionale: “Nothing about us without us”.

Il messaggio conclusivo dell’intervento è stato probabilmente anche il più forte: la giustizia sanitaria inizia quando l’esperienza vissuta viene riconosciuta come competenza e non semplicemente tollerata come testimonianza. Un approccio che riporta dentro il dibattito scientifico alcuni temi storicamente centrali per le community HIV: dignità, partecipazione, autodeterminazione, continuità della presa in carico e lotta alle disuguaglianze strutturali.

In un congresso fortemente orientato ai dati clinici e all’innovazione terapeutica, la lecture di Nicoletta Policek ha avuto il merito di ricordare che la salute non dipende solo dai farmaci o dalle tecnologie disponibili, ma anche dai rapporti di potere, dall’organizzazione dei servizi e dalla capacità delle istituzioni di riconoscere la complessità reale delle persone che vivono con HIV.

Sandro Mattioli
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Tra i momenti scientificamente più interessanti dell’inaugurazione di ICAR 2026 a Catania c’è stata la Mauro Moroni Memoriam Lecture tenuta dal dott. Ole Schmeltz Søgaard, dedicata a uno dei temi più complessi e affascinanti della ricerca HIV contemporanea: la possibilità di arrivare, un giorno, a una “functional cure”.

Un tema che richiede subito una precisazione importante.

Quando si parla di “cura” dell’HIV non si intende — almeno allo stato attuale — l’eliminazione completa del virus dall’organismo nella maggior parte delle persone. La direzione della ricerca oggi guarda soprattutto alla possibilità di ottenere una remissione virologica duratura senza terapia antiretrovirale continua.

In altre parole: insegnare al sistema immunitario a controllare HIV anche in assenza di ART.

Dal controllo virologico alla remissione.

Una delle slide finali della lecture mostrava molto bene il percorso immaginato dalla ricerca:

  • controllo virologico;
  • remissione;
  • cura.

Oggi le terapie antiretrovirali riescono già a ottenere un controllo estremamente efficace della replicazione virale. Ma HIV non scompare: rimane nascosto in alcuni reservoir cellulari, pronto potenzialmente a riattivarsi se la terapia viene interrotta. È proprio qui che si concentra la ricerca attuale.

Perché una cura è così difficile.

Nel corso della lecture Søgaard ha ricordato alcuni dei principali ostacoli scientifici:

  • molte persone iniziano la terapia mesi o anni dopo l’infezione;
  • il sistema immunitario può arrivare già parzialmente compromesso;
  • il reservoir virale è estremamente complesso;
  • HIV riesce a integrarsi stabilmente nelle cellule;
  • molte strategie sperimentali sono difficili da rendere scalabili su larga popolazione.

Un aspetto interessante emerso dalla relazione è che probabilmente la “cura” dell’HIV non sarà un singolo evento o un’unica terapia miracolosa, ma il risultato di strategie combinate.

Gli anticorpi neutralizzanti: i bNAbs.

Una parte importante della Mauro Moroni Lecture è stata dedicata ai broadly neutralizing antibodies (bNAbs), anticorpi capaci di riconoscere e neutralizzare molte varianti differenti di HIV.

L’idea non è semplicemente bloccare il virus come fanno gli antiretrovirali, ma aiutare il sistema immunitario a riconoscere e colpire meglio le cellule infette.

Secondo i dati presentati, i bNAbs sembrano avere diversi possibili effetti:

  • neutralizzazione diretta del virus;
  • attivazione di cellule immunitarie;
  • potenziale riduzione del reservoir;
  • rafforzamento delle risposte T HIV-specifiche.

Alcuni studi mostrano che, in determinate persone, dopo trattamento con bNAbs è stato possibile mantenere il controllo virale anche dopo la sospensione della terapia antiretrovirale.

I “post-bNAb controllers”.

Uno dei concetti più interessanti emersi riguarda i cosiddetti “post-bNAb controllers”: persone che, dopo trattamento con anticorpi neutralizzanti, riescono a mantenere HIV sotto controllo senza ART per periodi prolungati.

Secondo i dati mostrati durante la lecture, queste situazioni sembrano verificarsi più frequentemente rispetto ai classici “post-treatment controllers”, soprattutto nelle persone trattate molto precocemente.

Naturalmente si tratta ancora di studi sperimentali su piccoli numeri, ma il segnale biologico viene considerato estremamente rilevante.
Particolarmente interessante il caso dello studio eCLEAR ID107, presentato come esempio di controllo virologico associato non solo alla presenza di anticorpi neutralizzanti, ma anche a risposte immunitarie cellulari molto forti e policlonali.

Non basta una singola strategia.

Uno dei messaggi più chiari della lecture è stato probabilmente questo: nessuna singola strategia sembra sufficiente.

Citochine, agonisti TLR, checkpoint inhibitors, CAR-T cells: tutte tecnologie promettenti, ma che da sole non sembrano in grado di ottenere una remissione stabile.

La direzione della ricerca appare sempre più orientata verso approcci combinati:

  • bNAbs;
  • vaccini terapeutici;
  • immunoterapia;
  • interventi sul reservoir;
  • strategie cellulari.

Un modello che ricorda, almeno in parte, l’evoluzione dell’oncologia moderna.

CAR-T e immunoterapia: dall’oncologia all’HIV.

Molto interessante anche il parallelo con alcune strategie sviluppate per i tumori.

Durante la lecture sono state discusse:

  • CAR-T cells dirette contro HIV;
  • terapie anti-PD1;
  • immune checkpoint blockade.

L’obiettivo è tentare di riattivare cellule T “esauste” o funzionalmente compromesse dopo anni di infezione cronica.
Anche in questo caso, però, Søgaard ha sottolineato come i risultati siano ancora preliminari e lontani da un’applicazione clinica diffusa.

La vera sfida: renderlo accessibile.

Forse uno dei passaggi più importanti della lecture è arrivato verso la conclusione.

Perché ottenere risultati in piccoli studi sperimentali altamente selezionati è una cosa. Trasformare queste strategie in strumenti realmente accessibili per milioni di persone nel mondo è un’altra.
Ed è qui che la ricerca sulla cura dell’HIV incontra inevitabilmente questioni più ampie:

  • sostenibilità economica;
  • accessibilità globale;
  • diagnosi precoce;
  • continuità terapeutica;
  • disuguaglianze sanitarie.

Siamo vicini a una cura?

La risposta più realistica oggi è no. Non siamo ancora vicini a una cura definitiva dell’HIV.

Ma rispetto a pochi anni fa qualcosa sembra essersi mosso. Per la prima volta iniziano a emergere dati coerenti che suggeriscono come, almeno in alcune persone, possa essere possibile ottenere un controllo immunologico duraturo del virus senza terapia continua.

È ancora ricerca sperimentale. Complessa. Costosa. Lontana dalla pratica clinica quotidiana.

Ma non più semplicemente teorica. Ed è probabilmente questo il messaggio più interessante emerso dalla Mauro Moroni Memoriam Lecture di ICAR 2026: la ricerca sull’HIV sta lentamente passando dall’idea di contenere il virus per sempre alla possibilità concreta di educare il sistema immunitario a controllarlo autonomamente.

Sandro Mattioli
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La Giulio Maria Corbelli Memorial Lecture apre ICAR con una riflessione sul presente politico dell’HIV

Solitamente non scrivo molti report in occasione di Icar. Tuttavia quest’anno c’è una novità che vale la pena di riportare.

La lecture è dedicata alla memoria di Giulio Maria Corbelli, attivista HIV, vicepresidente di Plus APS e amico di molte delle persone presenti oltre che mio, scomparso nel 2022.

Ad aprire l’incontro è stato Filippo von Schloesser, Presidente di Nadir, che ha ripercorso alcuni passaggi fondamentali della storia dell’attivismo HIV in Italia e nel mondo, ricordando come l’epidemia abbia profondamente ridefinito non solo la medicina, ma anche il rapporto tra sessualità, politica e cittadinanza. Un intervento che ha richiamato con forza le responsabilità culturali e istituzionali, dal Vaticano al Ministero, che hanno accompagnato per decenni il silenzio sull’HIV, contribuendo a produrre stigma, isolamento e disinformazione.

Ma è stato soprattutto l’intervento del nostro Salvio Cecere a segnare il tono politico della lecture.

Partendo dalla propria esperienza personale, Salvio ha descritto il modo in cui l’HIV continui ad attraversare l’esperienza collettiva di molte persone gay anche nelle generazioni che non hanno vissuto direttamente gli anni più drammatici dell’epidemia. Non solo come memoria sanitaria, ma come sedimentazione culturale e psicologica di paura, vergogna e colpa.

La sessualità viene così legata a un senso costante di pericolo, anche nelle generazioni che non hanno vissuto direttamente gli anni più drammatici dell’epidemia.

Nel suo intervento, Salvio ha ripreso il concetto di “trasmissione intergenerazionale del trauma”, interrogandosi su quanto quel trauma sia davvero stato elaborato e superato. Un passaggio particolarmente significativo riguarda la PrEP, descritta non soltanto come tecnologia biomedica, ma come possibile pratica di autodeterminazione e liberazione sessuale.

La PrEP, che è potenzialmente una pratica sociale di autodeterminazione e vera liberazione, rischia così di divenire appiattita a mero strumento biomedico di prevenzione.

Da qui, una riflessione più ampia sul linguaggio stesso con cui vengono affrontati HIV e salute sessuale. Salvio ha proposto di superare un uso ormai inflazionato della parola “stigma”, invitando invece a parlare più concretamente di marginalizzazione, discriminazione istituzionale, esclusione sociale, eteronormatività e determinanti sociali della salute.

Un ragionamento che si è esteso rapidamente oltre l’HIV, dentro un’analisi più generale del presente politico e sanitario italiano.

Secondo Salvio, il passaggio dal “Ministero della Sanità” al “Ministero della Salute” rappresenta molto più di una semplice modifica terminologica:

“La sanità richiama un bene pubblico, collettivo, qualcosa da proteggere insieme. La salute, invece, rischia sempre più di essere interpretata come una responsabilità individuale.”

Una trasformazione culturale che, secondo la lecture, si inserisce in una fase storica segnata da derive conservatrici, ridefinizione delle priorità economiche e crescente delegittimazione della medicina e della salute pubblica. Da qui il riferimento alle ispezioni avvenute presso l’ospedale Careggi sui percorsi di affermazione di genere e all’inchiesta che ha coinvolto alcuni infettivologi legati alla valutazione sanitaria di persone destinate ai CPR.

Più che singoli episodi, Salvio li ha giustamente descritti come segnali di un clima politico e simbolico più ampio, nel quale professionisti sanitari, ricerca scientifica e pratiche di autodeterminazione diventano progressivamente oggetto di pressione politica e pubblica.

Una delle domande più forti poste durante la lecture è stata probabilmente questa:

Dove eravamo noi, come attiviste e attivisti, mentre tutto questo accadeva?

L’intervento si è concluso richiamando il pensiero di Paul Farmer e la necessità di recuperare una capacità politica di immaginazione, contro l’idea che ciò che oggi appare troppo complesso, troppo costoso o troppo ambizioso debba necessariamente restare impossibile.

Considerare impossibile ciò che semplicemente non siamo più in grado di immaginare.” E infine:

Ritroviamo la capacità politica di immaginazione, così da immaginare sistemi sanitari diversi, relazioni e pratiche diverse di cura e di prevenzione.

In un momento storico in cui il successo biomedico dell’HIV rischia talvolta di essere letto come una conclusione della sua dimensione politica, la Giulio Maria Corbelli Memorial Lecture ha ricordato invece come salute, autodeterminazione, sessualità e diritti continuino a restare profondamente intrecciati.

Sandro Mattioli
Plus aps.