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Keynote lecture di Dan H. Barouch – ICAR 2026

Tra le sessioni più interessanti di ICAR 2026 a Catania c’è stata senza dubbio la lecture di Dan H. Barouch dedicata allo stato attuale della ricerca sui vaccini contro HIV.
Una presentazione complessa, molto tecnica in alcuni passaggi, ma anche sorprendentemente politica nel senso più ampio del termine: il rapporto tra ricerca di base, salute globale, COVID-19, disuguaglianze internazionali e futuro della prevenzione HIV.

Il messaggio emerso non è stato né trionfalistico né pessimista. Piuttosto, quello di un campo scientifico che sta attraversando una profonda fase di trasformazione.

Imbokodo e Mosaico: risultati limitati, ma non inutili.

Una parte centrale della lecture ha riguardato gli studi Imbokodo (HVTN 705) e Mosaico, i grandi trial basati sulla piattaforma Ad26/Env sviluppata da Janssen.

I risultati finali sono ormai noti:
– vaccini sicuri e ben tollerati;
– buona capacità di indurre risposte immunitarie;
– ma efficacia insufficiente per un utilizzo clinico reale.

Nel caso di Imbokodo, l’efficacia vaccinale stimata tra il mese 7 e il mese 24 è risultata pari al 14%, con intervalli di confidenza compatibili anche con assenza di protezione. Numeri troppo bassi per parlare di un vaccino efficace.

Eppure Barouch ha insistito su un punto importante: anche gli studi considerati “negativi” producono informazioni biologiche fondamentali.Le analisi dei correlati immunologici hanno infatti suggerito che alcune risposte anticorpali — in particolare quelle dirette contro la regione V1V2 dell’envelope virale — potrebbero essere associate a segnali di protezione parziale.

HIV e COVID: una storia molto più collegata di quanto sembri

Uno dei passaggi più interessanti della lecture ha riguardato il legame tra la ricerca sui vaccini HIV e la risposta globale al COVID-19

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Barouch ha ricordato come gran parte delle infrastrutture scientifiche utilizzate durante la pandemia siano nate proprio attraverso decenni di ricerca su HIV:
– piattaforme virali;
– progettazione di immunogeni;
– reti di laboratori;
– sistemi per trial clinici;
– partnership industriali;
– reti di salute pubblica;
– coinvolgimento delle comunità.

La rivalutazione della piattaforma Ad26

Interessante anche la rivalutazione scientifica della piattaforma Ad26, spesso liquidata troppo rapidamente durante la pandemia.

I vaccini mRNA hanno mostrato un’enorme efficacia iniziale, ma le slide presentate da Barouch hanno evidenziato differenze immunologiche importanti:
– risposta anticorpale iniziale molto forte con mRNA;
– maggiore durabilità nel tempo con Ad26;
– risposta cellulare CD8 più robusta;
– possibile vantaggio in termini di memoria immunitaria. Aspetti che potrebbero avere particolare rilevanza proprio nel contesto HIV, dove probabilmente non basta ottenere anticorpi elevati per pochi mesi.

La salute globale resta centrale

La lecture ha dedicato ampio spazio anche alle disuguaglianze globali emerse durante la pandemia COVID-19. Alcune slide mostravano chiaramente come vaste aree dell’Africa abbiano avuto accesso molto limitato ai vaccini mRNA nel 2021, mentre piattaforme adenovirali come Ad26 hanno avuto un ruolo importante nelle campagne vaccinali di diversi Paesi a basso e medio reddito.

Dalla vaccinologia “empirica” alla progettazione strutturale

La parte finale della lecture è stata probabilmente la più affascinante dal punto di vista scientifico.

Le ultime slide hanno mostrato una nuova generazione di immunogeni progettati con approcci molto diversi rispetto al passato:
– V2-SET Env;
– targeting del fusion peptide;
– neutralizzazione eterologa;
– anticorpi broadly neutralizing (bNAbs);
– ingegneria strutturale dell’envelope virale.

Qui emerge chiaramente un cambio di paradigma.
Per molti anni la ricerca sui vaccini HIV ha lavorato cercando soprattutto di “stimolare il sistema immunitario”. Oggi invece la logica sembra molto più sofisticata: guidare il sistema immunitario verso bersagli estremamente specifici e conservati del virus.

Cinque studi di efficacia in 45 anni sono troppo pochi.

Una delle frasi più forti dell’intera lecture è comparsa quasi alla fine.

Una frase apparentemente semplice, ma che contiene una riflessione molto più ampia, se non una critica, sul modo in cui la ricerca sul vaccino HIV è stata finanziata, organizzata e sviluppata nel corso degli ultimi decenni.

Il problema, ha lasciato intendere Barouch, non è soltanto l’estrema complessità biologica di HIV — un virus capace di mutare rapidamente, integrarsi stabilmente nell’organismo e sfuggire alle risposte immunitarie — ma anche la relativa scarsità di strategie vaccinali realmente portate fino a grandi studi di efficacia.

Rispetto a quanto avvenuto durante la pandemia COVID-19, dove piattaforme multiple sono state sviluppate, finanziate e testate quasi simultaneamente, la ricerca HIV ha spesso proceduto in modo molto più lento, frammentato e discontinuo.

Ogni trial negativo ha prodotto non solo nuove conoscenze scientifiche, ma anche rallentamenti, tagli ai finanziamenti, prudenza industriale e una crescente difficoltà nel sostenere programmi di ricerca di lungo periodo.

Eppure, proprio questa storia fatta di tentativi incompleti, risultati parziali e progressi graduali ha contribuito a costruire molte delle piattaforme tecnologiche che si sono poi rivelate fondamentali durante il COVID-19. In questo senso, la lecture di Barouch sembra suggerire anche un altro elemento importante: nella ricerca scientifica, soprattutto quando si affrontano problemi estremamente complessi come HIV, il valore di un percorso non può essere misurato soltanto dal raggiungimento immediato dell’obiettivo finale.

Oltre il vaccino

Un altro elemento importante emerso dalla lecture è che oggi la prevenzione HIV non ruota più esclusivamente attorno all’idea di un vaccino perfetto.

Barouch ha inserito nello stesso scenario:
– vaccini;
– anticorpi monoclonali broadly neutralizing;
– PrEP long-acting.

Anche questo rappresenta un cambiamento culturale importante.
La prevenzione HIV sta diventando sempre più una strategia combinata, dove strumenti differenti possono coesistere e integrarsi.

La ricerca sul vaccino HIV non ha ancora raggiunto il suo obiettivo finale. Ma continua a produrre conoscenze e strumenti che stanno già cambiando il modo in cui affrontiamo le epidemie globali.

Sandro Mattioli
Plus aps.

Simposio “Intersectionality among cancer and ageism among PWH” – ICAR 2026

Tra i simposi scientifici di ICAR 2026 – Italian Conference on AIDS and Antiviral Research – ho trovato interessante il tema “Intersectionality among cancer and ageism among PWH”, focalizzato sulle nuove sfide legate all’invecchiamento delle persone che vivono con HIV e all’impatto crescente delle patologie oncologiche.

All’interno del simposio, la dott.ssa Lene Ryom ha presentato la lecture “Cancer Burden in People with HIV: Priorities for Prevention & Care”, dedicata al rapporto tra HIV, tumori e strategie di prevenzione. L’intervento ha evidenziato come oggi, grazie all’efficacia delle terapie antiretrovirali, le persone con HIV vivano sempre più a lungo. Un cambiamento straordinario che ha però modificato anche il profilo clinico dell’HIV, rendendo sempre più rilevanti le patologie croniche e oncologiche.

Tumori: cambia il quadro epidemiologico

I dati presentati mostrano come, nel corso degli anni, siano diminuiti molti tumori AIDS-correlati classici grazie all’impatto della terapia antiretrovirale.

Allo stesso tempo, però, stanno assumendo un peso crescente i tumori correlati al fumo, quelli associati all’HPV, le neoplasie legate all’invecchiamento e i tumori influenzati da obesità e fattori metabolici.
Particolarmente significativo il richiamo ai fattori di rischio modificabili, con dati che mostrano l’impatto del fumo di sigaretta, dell’obesità e delle coinfezioni virali oncogene nella popolazione HIV positiva.

Screening e vaccinazioni

Ampio spazio è stato dedicato alle strategie di prevenzione.
Le linee guida europee raccomandano programmi di screening oncologico specifici per le persone con HIV, con attenzione particolare a tumore anale, tumore cervicale, tumore del colon-retto, tumore del polmone e carcinoma epatico. La lecture ha inoltre ribadito l’importanza della vaccinazione contro HPV e HBV come strumento fondamentale di prevenzione oncologica.

Non solo terapia antiretrovirale

Uno dei messaggi più forti emersi dall’intervento è che oggi la gestione dell’HIV non può limitarsi al controllo virologico.

La terapia antiretrovirale resta centrale anche nella prevenzione oncologica, ma deve essere accompagnata da prevenzione, counselling, screening regolari, attenzione agli stili di vita e presa in carico multidisciplinare. Particolare attenzione è stata dedicata anche alle interazioni farmacologiche tra farmaci oncologici e terapia antiretrovirale, aspetto sempre più importante con l’aumento delle comorbidità legate all’età.

Invecchiare con HIV

Il simposio ha mostrato con chiarezza come oggi una delle grandi sfide dell’HIV sia l’invecchiamento in salute.

Se in passato l’obiettivo principale era sopravvivere all’infezione, oggi il tema è garantire qualità della vita, prevenzione e accesso precoce alla diagnosi e alle cure anche per patologie non direttamente legate all’HIV. Un cambiamento che riguarda non solo la medicina, ma anche l’organizzazione dei servizi, la continuità della presa in carico e la capacità di sviluppare percorsi realmente integrati tra infettivologia, prevenzione e medicina territoriale.

Sandro Mattioli
Plus aps

Nicoletta Policek riporta il tema politico dell’HIV dentro il dibattito scientifico.

Simposio: “Intersectionality among cancer and ageism among PWH”

Tra gli interventi più politici e culturalmente densi del simposio “Intersectionality among cancer and ageism among PWH” presentato a ICAR 2026, particolare attenzione ha suscitato la lecture di Nicoletta Policek dal titolo “Missed opportunities: the impact of ageism on people aging with HIV”.

Un intervento che ha scelto deliberatamente di uscire da una lettura esclusivamente clinica dell’invecchiamento con HIV, riportando al centro il rapporto tra salute, potere, disuguaglianze e organizzazione dei sistemi sanitari.

Fin dalle prime slide, Policek ha messo in discussione una narrazione ormai molto diffusa: quella secondo cui l’allungamento della vita delle persone con HIV coinciderebbe automaticamente con un miglioramento della qualità della vita.

“Living longer, but not always living well”, recita una delle slide iniziali.

L’intervento ha evidenziato come l’invecchiamento delle persone con HIV sia spesso accompagnato da un aumento di tumori, patologie cardiovascolari, sindrome metabolica, declino neurocognitivo e multimorbidità. Ma il punto centrale della lecture è stato un altro: questi fenomeni non possono essere interpretati soltanto come conseguenze biologiche dell’invecchiamento o dell’infiammazione cronica.

Secondo Policek, esiste una “cronicizzazione della disuguaglianza”.

I dati clinici, infatti, vanno letti dentro l’interazione tra fattori biologici e fattori politici e sociali: stigma, povertà, esclusione strutturale, accesso diseguale ai servizi sanitari, marginalizzazione di alcune identità e fragilità economiche.

Uno dei concetti chiave dell’intervento è stato quello di intersectionality, riprendendo esplicitamente il lavoro di Kimberlé Crenshaw. L’invecchiamento con HIV — ha sottolineato Policek — non è un’esperienza uniforme.

Genere, orientamento sessuale, identità di genere, origine etnica, status migratorio, precarietà economica, disabilità e accesso alle cure non rappresentano dimensioni separate che “si sommano”, ma fattori che si producono reciprocamente, creando livelli differenti di vulnerabilità.

In questa prospettiva, l’ageismo non viene descritto come semplice pregiudizio individuale, ma come un dispositivo strutturale incorporato nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.

Tra gli esempi riportati:
• la banalizzazione dei sintomi (“è solo l’età”),
• l’esclusione delle persone anziane dagli studi clinici,
• percorsi di prevenzione meno accessibili,
• cure razionate sulla base di assunzioni implicite legate all’età,
• sistemi sanitari frammentati che obbligano le persone a muoversi continuamente tra infettivologia, oncologia, medicina territoriale e geriatria senza reali percorsi integrati.

Particolarmente forte il passaggio dedicato al rapporto tra stigma HIV e ageismo.
Policek ha definito lo stigma HIV non come un “residuo del passato”, ma come un vero e proprio strumento di governo sociale ancora attivo, che continua a produrre esclusione, invisibilità e gerarchie nell’accesso alle cure.

Quando stigma HIV e ageismo si sovrappongono — soprattutto per donne, persone trans, migranti o persone economicamente fragili — si produce quella che la relatrice ha definito una forma di “violenza strutturale stratificata”.

L’intervento ha avuto anche un forte carattere politico nel senso più alto del termine: non una denuncia astratta, ma una riflessione sul modo in cui i sistemi sanitari vengono progettati.

Secondo Policek, la frammentazione dei servizi non è un incidente organizzativo, ma il risultato di precise scelte di governance sanitaria. E questa frammentazione produce ritardi diagnostici, percorsi di cura discontinui, screening mancati e un crescente peso sulle capacità individuali delle persone di orientarsi dentro sistemi complessi e diseguali. Per questo, nella parte finale della lecture, è stata avanzata una proposta chiara: non basta “migliorare” il sistema, bisogna trasformarlo.

Tra le priorità indicate:
• costruire sistemi realmente integrati,
• superare approcci paternalistici e patologizzanti,
• includere le persone anziane con HIV nella ricerca,
• sviluppare politiche anti-ageismo,
• rafforzare la governance community-based dei servizi sanitari.
Non a caso una delle ultime slide riprendeva uno dei principi (di Denver) storici dell’attivismo HIV internazionale: “Nothing about us without us”.

Il messaggio conclusivo dell’intervento è stato probabilmente anche il più forte: la giustizia sanitaria inizia quando l’esperienza vissuta viene riconosciuta come competenza e non semplicemente tollerata come testimonianza. Un approccio che riporta dentro il dibattito scientifico alcuni temi storicamente centrali per le community HIV: dignità, partecipazione, autodeterminazione, continuità della presa in carico e lotta alle disuguaglianze strutturali.

In un congresso fortemente orientato ai dati clinici e all’innovazione terapeutica, la lecture di Nicoletta Policek ha avuto il merito di ricordare che la salute non dipende solo dai farmaci o dalle tecnologie disponibili, ma anche dai rapporti di potere, dall’organizzazione dei servizi e dalla capacità delle istituzioni di riconoscere la complessità reale delle persone che vivono con HIV.

Sandro Mattioli
Plus aps

La Giulio Maria Corbelli Memorial Lecture apre ICAR con una riflessione sul presente politico dell’HIV

Solitamente non scrivo molti report in occasione di Icar. Tuttavia quest’anno c’è una novità che vale la pena di riportare.

La lecture è dedicata alla memoria di Giulio Maria Corbelli, attivista HIV, vicepresidente di Plus APS e amico di molte delle persone presenti oltre che mio, scomparso nel 2022.

Ad aprire l’incontro è stato Filippo von Schloesser, Presidente di Nadir, che ha ripercorso alcuni passaggi fondamentali della storia dell’attivismo HIV in Italia e nel mondo, ricordando come l’epidemia abbia profondamente ridefinito non solo la medicina, ma anche il rapporto tra sessualità, politica e cittadinanza. Un intervento che ha richiamato con forza le responsabilità culturali e istituzionali, dal Vaticano al Ministero, che hanno accompagnato per decenni il silenzio sull’HIV, contribuendo a produrre stigma, isolamento e disinformazione.

Ma è stato soprattutto l’intervento del nostro Salvio Cecere a segnare il tono politico della lecture.

Partendo dalla propria esperienza personale, Salvio ha descritto il modo in cui l’HIV continui ad attraversare l’esperienza collettiva di molte persone gay anche nelle generazioni che non hanno vissuto direttamente gli anni più drammatici dell’epidemia. Non solo come memoria sanitaria, ma come sedimentazione culturale e psicologica di paura, vergogna e colpa.

“La sessualità viene così legata a un senso costante di pericolo, anche nelle generazioni che non hanno vissuto direttamente gli anni più drammatici dell’epidemia.”

Nel suo intervento, Salvio ha ripreso il concetto di “trasmissione intergenerazionale del trauma”, interrogandosi su quanto quel trauma sia davvero stato elaborato e superato. Un passaggio particolarmente significativo riguarda la PrEP, descritta non soltanto come tecnologia biomedica, ma come possibile pratica di autodeterminazione e liberazione sessuale.

“La PrEP, che è potenzialmente una pratica sociale di autodeterminazione e vera liberazione, rischia così di divenire appiattita a mero strumento biomedico di prevenzione.”

Da qui, una riflessione più ampia sul linguaggio stesso con cui vengono affrontati HIV e salute sessuale. Salvio ha proposto di superare un uso ormai inflazionato della parola “stigma”, invitando invece a parlare più concretamente di marginalizzazione, discriminazione istituzionale, esclusione sociale, eteronormatività e determinanti sociali della salute.

Un ragionamento che si è esteso rapidamente oltre l’HIV, dentro un’analisi più generale del presente politico e sanitario italiano.

Secondo Salvio, il passaggio dal “Ministero della Sanità” al “Ministero della Salute” rappresenta molto più di una semplice modifica terminologica:

“La sanità richiama un bene pubblico, collettivo, qualcosa da proteggere insieme. La salute, invece, rischia sempre più di essere interpretata come una responsabilità individuale.”

Una trasformazione culturale che, secondo la lecture, si inserisce in una fase storica segnata da derive conservatrici, ridefinizione delle priorità economiche e crescente delegittimazione della medicina e della salute pubblica. Da qui il riferimento alle ispezioni avvenute presso l’ospedale Careggi sui percorsi di affermazione di genere e all’inchiesta che ha coinvolto alcuni infettivologi legati alla valutazione sanitaria di persone destinate ai CPR.

Più che singoli episodi, Salvio li ha giustamente descritti come segnali di un clima politico e simbolico più ampio, nel quale professionisti sanitari, ricerca scientifica e pratiche di autodeterminazione diventano progressivamente oggetto di pressione politica e pubblica.

Una delle domande più forti poste durante la lecture è stata probabilmente questa:

“Dove eravamo noi, come attiviste e attivisti, mentre tutto questo accadeva?”

L’intervento si è concluso richiamando il pensiero di Paul Farmer e la necessità di recuperare una capacità politica di immaginazione, contro l’idea che ciò che oggi appare troppo complesso, troppo costoso o troppo ambizioso debba necessariamente restare impossibile.

“Considerare impossibile ciò che semplicemente non siamo più in grado di immaginare.” E infine:

“Ritroviamo la capacità politica di immaginazione, così da immaginare sistemi sanitari diversi, relazioni e pratiche diverse di cura e di prevenzione.”

In un momento storico in cui il successo biomedico dell’HIV rischia talvolta di essere letto come una conclusione della sua dimensione politica, la Giulio Maria Corbelli Memorial Lecture ha ricordato invece come salute, autodeterminazione, sessualità e diritti continuino a restare profondamente intrecciati.

Sandro Mattioli
Plus aps.

In questi giorni sono stati presentati dati preliminari molto interessanti sull’utilizzo delle CAR-T cells contro HIV. Si tratta di una tecnologia già utilizzata in alcuni tumori: le cellule immunitarie della persona vengono prelevate, modificate geneticamente e reinfuse nell’organismo per riconoscere e distruggere le cellule infettate dal virus.

Nel piccolo studio presentato al congresso della American Society of Gene and Cell Therapy, ripreso da Associated Press, Reuters successivamente rilanciato anche da The Independent (allora è possibile per la stampa riprendere notizie serie su HIV!), due persone coinvolte nello studio sperimentale hanno mantenuto HIV soppresso per molti mesi senza terapia antiretrovirale dopo una singola infusione di CAR-T cells, Una per quasi un anno, l’altra per quasi due anni.

È presto per parlare di svolta definitiva. I numeri sono minuscoli, i costi delle CAR-T oggi sono ancora enormi e non sappiamo se il reservoir virale venga davvero eliminato oppure semplicemente controllato meglio. Gli stessi ricercatori parlano con prudenza di “functional cure”, cioè di una remissione a lungo termine senza necessità di assumere terapia quotidiana.

Eppure il dato politico e scientifico importante è un altro: la ricerca sulla cura dell’HIV continua ad avanzare.
Semmai, ciò che in Italia sembra arretrare è la dimensione sociale e culturale. Lo stigma verso le persone con HIV non sta scomparendo: in molti contesti resta fortissimo e, per certi aspetti, sembra perfino peggiorare. I progressi della medicina non hanno prodotto un analogo progresso nel modo in cui le persone con HIV vengono percepite e trattate dalla società.

Tornando alla ricerca, negli ultimi anni il mondo HIV ha progressivamente abbassato l’asticella del possibile. Prima sopravvivere. Poi avere terapie efficaci. Poi ridurre la tossicità. Poi i long acting. Ora andiamo verso la remissione funzionale.

Tutto questo è importantissimo. Le terapie antiretrovirali hanno salvato milioni di vite e trasformato HIV da condanna a morte a condizione cronica gestibile.

Ma HIV non è “risolto”.

Anche quando la viremia è non rilevabile e le terapie funzionano perfettamente, HIV continua a restare nel corpo. E oggi sappiamo che la presenza persistente del virus, anche a livelli residuali o difettivi, mantiene una condizione di attivazione immunitaria e infiammazione cronica.

Questa infiammazione persistente è associata, nel lungo periodo, a numerosi problemi: ageing accelerato, fragilità precoce, danni cardiovascolari, neuroinfiammazione, danni d’organo e aumento del rischio di alcune neoplasie.

Per questo, da attivista, considero la “functional cure” un fantastico possibile passaggio, non il punto di arrivo.
Capisco perfettamente la prudenza scientifica. Capisco anche che una remissione stabile senza terapia quotidiana rappresenterebbe un enorme miglioramento nella qualità della vita di milioni di persone.

Ma non credo che il compito delle persone con HIV o degli attivisti sia quello di abbassare continuamente le proprie aspettative.

Il compito dell’attivismo non è sostituirsi alla ricerca biomedica.

Il compito dell’attivismo è continuare a pretendere una soluzione definitiva.

Perché HIV continua a restare nel corpo e nella vita delle persone.

Vogliamo una cura.

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Sandro Mattioli
Plus aps

Quindici anni di Plus, comunità, attivismo e futuro

Plus nei contesti internazionali: comunità, attivismo, presenza

Scrivo queste righe dopo l’assemblea di oggi pomeriggio, 19 aprile 2026, che ha segnato la conclusione del mio mandato come Presidente di Plus.
È una frase semplice, ma dentro ci stanno molte cose. Non è un passaggio improvviso, né una decisione solitaria: è un percorso che abbiamo costruito nel tempo, condiviso, discusso, preparato. Eppure, anche così, non riesco a viverlo come un semplice cambio di ruolo.

Perché Plus non è mai stata solo una carica.

È stata — ed è — una comunità, un pezzo di vita condivisa, un luogo in cui abbiamo provato a cambiare le cose partendo da noi stessi. Per questo quello che state leggendo non è un comunicato, almeno non nel senso tradizionale del termine. È, piuttosto, una lettera aperta a chi ha attraversato questo percorso insieme a me: a chi c’era all’inizio, a chi è arrivato dopo, a chi è rimasto e anche a chi è passato solo per un tratto.

E, inevitabilmente, anche a chi non c’è più.

In questi anni abbiamo perso persone importanti. Stefano – stellina – nel 2023, Giulio – godi da paura – nel 2022. Due presenze diverse, due modi diversi di stare al mondo, ma entrambe parte della nostra comunità. Due assenze che non si riempiono.

Sono morti a causa dell’HIV, e dirlo — ancora oggi — è necessario.

Perché se continuiamo ad avere diagnosi tardive, se continuiamo a perdere persone, non è solo una questione individuale: è anche il risultato di ritardi, rimozioni e responsabilità collettive.
Perché a volte sembra che l’HIV sia diventato un tema gestito, quasi archiviato, ma non lo è. Non lo è mai stato davvero. Anche per questo Plus esiste.

Plus nasce nel 2011, in un contesto molto diverso da quello attuale. Parlare di HIV significava ancora confrontarsi con uno stigma forte, persistente, spesso interiorizzato. Le persone che vivono con HIV erano raccontate più come oggetti di intervento che come soggetti attivi. Mancava uno spazio comunitario reale: non assistenziale, non paternalistico, non costruito dall’alto.

Da lì siamo partiti.

La scelta è stata fin dall’inizio politica: costruire un’organizzazione realmente community-based. Non come etichetta, ma come pratica quotidiana. Significava costruire fiducia dove c’era diffidenza, parlare di sessualità senza moralismi, tenere insieme il piano umano, sociale e scientifico dell’HIV, dialogare con le istituzioni senza perdere autonomia.

E, quando necessario, anche mettere in discussione quelle stesse istituzioni.

Non è stato sempre semplice. Spesso ha voluto dire essere scomodi. Ma era l’unico modo che conoscevamo per essere coerenti.

In questi anni abbiamo fatto molte cose. Alcune hanno funzionato subito, altre no, altre ancora le abbiamo capite strada facendo. Abbiamo contribuito a spostare il modo in cui si parla di HIV in Italia, portando al centro la qualità della vita, i diritti, l’accesso alla prevenzione e alle terapie, il ruolo attivo delle persone coinvolte.
Non è stato un processo spontaneo. È stato, spesso, il risultato di pressioni, confronto e anche conflitto.

Dieci anni di lavoro comunitario: prevenzione, relazioni, continuità

Abbiamo lavorato sulla PrEP quando era ancora un tema marginale. Abbiamo costruito servizi come il BLQ Checkpoint, che oggi possono sembrare quasi “naturali”, ma che all’inizio non lo erano affatto. Spazi comunitari, accessibili, non giudicanti, fuori dall’ospedale ma in dialogo con il sistema sanitario.

Anche lì, tra burocrazia, resistenze e incomprensioni, abbiamo imparato che fare attivismo significa non solo denunciare ciò che non funziona, ma costruire alternative concrete — e farlo anche quando il contesto non è pronto a riconoscerle.
Se però dovessi dire cosa ha fatto davvero la differenza in questi quindici anni, non parlerei dei progetti.

Parlerei delle persone.

Le persone che hanno attraversato Plus nei diversi direttivi, nei gruppi di lavoro, nei servizi, nelle assemblee. Persone che mi hanno sostenuto, ma anche corretto; che mi hanno affiancato, ma anche messo in discussione. Ed è sempre stato un valore. Perché una comunità vera non è fatta solo di consenso, ma anche di confronto.

Proprio per questo, negli ultimi anni, abbiamo scelto di lavorare con attenzione su un tema spesso sottovalutato: la transizione. Ho visto molte transizioni di leadership, non sempre gestite con cura. Noi abbiamo provato a fare diversamente. Insieme ai colleghi più anziani — alcuni dei quali oggi non sono più con noi — abbiamo investito su persone più giovani, costruendo competenze e cercando di trasferire non solo ruoli, ma visione.

Non so se ci siamo riusciti perfettamente. Ma so che ci abbiamo lavorato.

Chiudere un ciclo così lungo porta inevitabilmente a fare dei bilanci.
I risultati ci sono, e sono il frutto di un lavoro collettivo che ha attraversato questi quindici anni.

Più che elencarli, però, mi interessa il modo in cui li abbiamo costruiti: con gli strumenti che avevamo, cercando di essere coerenti e, soprattutto, senza arretrare sui principi.

La comunità continua, nei corpi, nelle strade, nelle relazioni

Ci sono cose che farei diversamente? Sicuramente sì. Ma non ho rimpianti nel senso più profondo del termine, perché ogni scelta è stata fatta dentro un percorso collettivo.

Lascio la Presidenza, ma non lascio Plus.

Resto parte di questa comunità, con un ruolo diverso e con un passo diverso, ma con la stessa convinzione di fondo: che un percorso community-based, se è autentico, è più forte delle singole persone. E se non fosse così, vorrebbe dire che abbiamo costruito qualcosa di fragile.

Oggi Plus è diversa da quella del 2011. È più strutturata, più riconosciuta, più complessa. Ma la sfida resta la stessa: crescere senza perdere il legame con la comunità, innovare senza dimenticare da dove si è partiti. In questi anni ho imparato molto. Dalle persone che vivono con HIV, dai colleghi, dalle istituzioni, anche dagli errori. E forse è proprio questo il punto: il cambiamento reale non è mai lineare, mai semplice, mai definitivo.

Ma vale sempre la pena provarci. Anche quando è scomodo.

A tutte e tutti, davvero, grazie.

Plus è una comunità viva, grazie all’impegno di tutti e non per merito di pochi.

E continuerà a esserlo, con persone, ruoli e responsabilità che cambiano, ma con gli stessi valori e la sua specificità di rete di persone LGBTQ+ che vivono con HIV.

Sandro Mattioli
Plus aps

Plus APS, in collaborazione con IAM – Intersectionalities and More, organizza nell’ambito del progetto “A Positive Journey” una formazione dedicata all’approfondimento dei temi della salute sessuale delle popolazioni migranti in Italia, con particolare attenzione all’HIV e alle persone LGBTQIA+.

L’iniziativa intende offrire strumenti teorici e operativi a professioniste e professionisti dell’area sociale, sanitaria e dell’accoglienza, promuovendo un approccio intersezionale, inclusivo e orientato ai diritti.

La formazione si terrà in presenza presso la sede di via Galliera 40 a Bologna, nelle seguenti date:

  • 9 maggio, dalle ore 9.00 alle 18.00
  • 16 maggio, dalle ore 9.30 alle 18.15

La partecipazione è gratuita. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 25 persone.

Il corso è attualmente in fase di accreditamento presso l’Ordine degli Assistenti Sociali per il rilascio dei crediti formativi. È previsto il rilascio dell’attestato di partecipazione su richiesta per coloro che prenderanno parte a entrambe le giornate.

La sede è accessibile a persone con disabilità motoria e/o sensoriale e si trova a breve distanza dalla stazione ferroviaria, facilmente raggiungibile anche con il trasporto pubblico locale.

Clicca qui per il programma

Per iscrizioni:
segreteria@plus-aps.it
intersectionalitiesandmore@gmail.com

Per ulteriori informazioni è possibile contattare IAM anche via WhatsApp al numero 339 3389448.

Il progetto è realizzato grazie al contributo non condizionato di Gilead Sciences.

Sandro Mattioli
Plus aps

Oggi compio 20 anni.
No, cari: non per gamba, ma in tutto il corpo. Negli organi, nel sangue, fuso nel mio DNA c’è l’ospite indesiderato che da vent’anni prova ad ammazzarmi. E all’inizio c’era quasi riuscito.

Grazie all’incredibile progresso scientifico – e forse anche al mio essere poco consenziente – HIV non ce l’ha fatta. Me lo immagino un po’ seccato: ha dovuto prendere la via lunga. Non l’autostrada dell’Aids (qualche mese ed è fatta), ma la mulattiera dell’attivazione immunitaria e dell’infiammazione cronica. I risultati arrivano comunque, ma ci vogliono anni. E nel frattempo può succedere di tutto: ti può investire un autobus, ti può picchiare un fascio col cranio rasato (e la merda che gli soffoca il cervello) — anche se no, su questo HIV non c’entra.

HIV però agevola gli amici di sempre: il cancro, le malattie cardiovascolari, il diabete. E con la traslocazione microbica poi ciaone proprio. Da questo punto di vista HIV è modernissimo: trasversale, intersezionale, molto più bravo dei mafiosi nel fare il suo malaffare silenzioso.

Talmente silenzioso e furtivo che nessuno ne parla più. Non interessa quasi a nessuno, nemmeno a chi dovrebbe interessarsene almeno per i numeri delle nuove diagnosi: che so… i gay o MSM, o LGBTQIA+ come si dice oggi per essere inclusivi. Non ho mai capito bene cosa c’entrino l’affermazione di genere o la non binarietà con un virus che si diffonde facendo sesso, ma meglio fermarsi qui o parte una polemica inutile. Del resto bisogna essere inclusivi. E HIV è inclusivo per definizione: ha le sue preferenze, certo, ma ci prova con tutti.

Quelle preferenze oggi si chiamano popolazioni chiave: gay e bisessuali, migranti, sex worker, persone trans e così via. Siamo “chiave” perché se riesci a ridurre HIV lì, sei a buon punto anche con il resto della popolazione. Peccato che in Italia per oltre metà di queste popolazioni non abbiamo nemmeno idea di quanti casi ci siano. Per persone trans, sex worker e altri gruppi ci affidiamo alle stime europee. Noi abbiamo il ponte sullo Stretto da costruire, mica possiamo perderci dietro a queste cavolate, giusto?

La cosa “buffa” è che anche dove i dati ci sono, e sono chiari, non importa comunque a nessuno. Prendiamo i gay: gli ultimi dati disponibili parlano di circa il 36% delle nuove diagnosi. Dite che il movimento – che so, Arcigay – abbia detto o fatto qualcosa per far calare quelle cifre? Un’azione politica, sociale, culturale per riportare il tema all’attenzione? Una nuova legge, magari? Quella attuale, per quanto buona, risale al 1995: qualcosa nel frattempo è cambiato.

Mi è stato risposto che non c’è la volontà politica di chiedere una nuova legge a questo governo. Giuro. Capisco l’abitudine ormai consolidata per cui sembra che le leggi le faccia solo l’esecutivo, ma le leggi si chiedono al Parlamento. E un disegno di legge pronto per la discussione esiste già. Boh. Aspettiamo. Nel frattempo speriamo che non si contagi troppa gente, in attesa di un governo più gradito.
Grazie movimento LGBTQ+, ancora una volta ti sei dimostrato attentissimo alle istanze delle persone LGBTQ+ con HIV.

Che HIV non sia una priorità per il movimento è evidente da tempo. I gay che vivono con HIV lo sanno bene: all’inizio dell’epidemia siamo stati di fatto trasferiti verso un associazionismo “di settore”, chiamato a occuparsi di tutta la popolazione con HIV senza distinzione di bisogni o identità.

Così un gay bolognese come me poteva andare a ballare al Cassero, ma per l’HIV doveva andare alla LILA, dove trovavi di tutto. Io per esempio ci trovai un drug user che mi chiamò “frocio di merda” davanti a tutti.

In effetti fu un’esperienza molto breve. Così come breve fu il mio coming out sierologico al Cassero. Quando dissi che avevo l’HIV si girarono tutti verso di me, e non uno che abbia pensato di dire qualcosa. Che so: “come stai?”, “come la vivi?”. Un minuto di silenzio, un po’ come per i morti, e poi ognuno tornò ai propri discorsi.

Plus è nata poco dopo, quando ho capito che quel senso di solitudine e abbandono non era solo mio, ma di molte persone con HIV nella comunità gay.
Dunque: facciamo qualcosa per chi è gay e vive con HIV?

Sono passati vent’anni. Molte cose sono cambiate, ma alcune mentalità faticano ancora a muoversi.

Prendiamo la grande manifestazione nazionale di Roma del 17 maggio 2025 – giornata contro l’omo-bi-lesbo-transfobia – salvo poi dimenticare tutto già dal 18 maggio. Era previsto anche un tavolo sulla salute, e il tema principale doveva essere la salute riproduttiva. Sul serio? A quante gravidanze andrà mai incontro questa comunità? Forse che le persone gay o trans con HIV non subiscono discriminazioni, spesso doppie? Nel nostro Paese funziona così.
In Francia il movimento si è organizzato fin dall’inizio dell’epidemia ed è poi passato all’azione politica nazionale. Negli Stati Uniti Act Up riempie ancora oggi le strade contro i tagli alla ricerca e alla prevenzione. In Italia abbiamo molte ottime esperienze locali, ma a livello nazionale non c’è mai stato un vero impegno politico. Anzi, a volte sembra quasi ci sia fastidio verso chi ricorda l’evidenza scientifica, persino quando serve a proteggere le popolazioni più colpite.

A dirla tutta, neppure le associazioni di pazienti hanno organizzato proteste contro i tagli. Del resto da noi HIV non va di moda: c’è sempre qualcos’altro a cui pensare.

Poi un giorno qualcuno si sveglia, legge “positivo” su un referto e chiede: “Morirò?” oppure “Ma non riguardava solo i gay?”
E lì capisci quanto lavoro resta ancora da fare.

Spero che l’azione combinata di empowerment e prevenzione portata avanti da Plus da ormai quindici anni riesca almeno a cambiare un po’ la mentalità generale. O quantomeno a limitare i danni.

HIV is not over, scrive Act Up New York sui suoi manifesti.
HIV non è finito. È lì, lavora, e non se ne andrà tanto presto.

Per cui:

Cin cin. Auguri.

Sandro Mattioli

ma noi non possiamo farla.

Nel luglio del 2012 FDA, ente di controllo dei farmaci negli USA, approvò l’utilizzo della PrEP ossia la profilassi pre-esposizione la pillola che previene HIV.
Una pillola al giorno o al bisogno e il contagio non avviene. Uno strumento incredibile per dare una spallata ad HIV, alle nuove diagnosi, alle diagnosi tardive che in Emilia-Romagna stazionano al 60%.

Noi di Plus abbiamo incominciato a diffondere la notizia, a interessare la gente e, soprattutto i medici, alla PrEP. Nel 2013 e nel 2015 abbiamo presentato due ricerche. Nel 2017 uno studio regionale, all’inizio del 2017 abbiamo attivato un sito internet con tutte le info del caso.
Finalmente AIFA a fine 2017 approva anche in Italia l’utilizzo del farmaco per la PrEP.

È un disastro.

Il farmaco si vende a pagamento, 60€ per 30 pillole e, ovviamente, inizia il “mercato nero”. La PrEP si acquista online (anche se illegale), c’è chi va in India (dove si fabbrica il farmaco generico) e la compra li a prezzi più bassi.
Pochissimi farmacisti sono informati e i più mandano i pazienti in farmaci ospedaliera con buona pace delle indicazioni di AIFA per la vendibilità nelle farmacie private.
La maggior parte dei pochi utenti PrEP è disorientata e gli attivisti di Plus passano le giornate a spiegare come ovviare alla situazione, arriveremo a dare ai pazienti il codice del farmaco generico per avere una possibilità in più di ottenere la terapia in farmacia. Solo lo specialista in infettivologia può prescriverla, alcune Regioni (per fortuna non la nostra) applicano ticket su queste visite e sui test di controllo, rendendo la PrEP ancora più di classe.

Marzo 2018 apriamo il primo servizio italiano community-based sulla PrEP, il PrEP Point.
Grazie all’aiuto del dott. Badia, infettivologo al S. Orsola, riusciamo a proporre la PrEP alle persone MsM e trans ad alto rischio di contagio da HIV, in un luogo accogliente, con counsellor fra pari.

Iniziamo col botto 70 richieste, poi 100, 150, 190.

Facciamo test per HIV, HCV, HbsAg, sifilide, CT, NG, creatinina, in linea con le linee guida nazionali, combattendo contro l’atteggiamento di sufficienza di buona parte del sistema sanitario. Solo quando in Commissione Regionale AIDS qualcuno fa presente che l’area vasta di Bologna è l’unica che ha un livello di diagnosi tardive dimezzato rispetto al resto dei capoluoghi di provincia, qualcuno si accorge di noi.

Il PrEP Point non riceve altri fondi se non da quelli che dovrebbero essere il male assoluto: big Pharma.
Nessun altro, nessun ente pubblico, non il Comune che, del resto, non ha mai fondi a bilancio per queste cose, non Azienda sanitaria; in effetti abbiamo iniziato senza un supporto normativo, senza una convenzione, senza un supporto economico da parte della Regione.

Forse abbiamo sbagliato.

Forse avremmo dovuto aspettare e far capire alla sanità regionale che il metodo community-based applicato alla PrEP salva delle vite. E forse spiegarlo anche a quella parte di clinici, infermieri, farmacisti che pensano che siano soldi buttati, che c’è il condom che costa meno, o che, dopo tutto siamo noi froci i problema.
Ma, dopo 6 anni di attesa del farmaco in Italia, aspettare ancora avrebbe significato altre diagnosi di HIV. Guardare negli occhi quei ragazzi, dire loro che ci sono due barrette rosse, che il test è reattivo quando in realtà abbiamo uno strumento per limitare se non fermare tutto.

Anche no.

Non penso che abbiamo sbagliato. Abbiamo osato. Un’avventura che siamo stati in grado di portare avanti senza gravare sul sistema sanitario.
Avanti nonostante gli ostacoli che AIFA prima e la Regione dopo stanno ponendo alla diffusione di questo efficace strumento di prevenzione.

Quest’anno la raccolta fondi di Plus è andata male.

ViiV ci ha negato i fondi, Gilead ci ha dato una mano ma purtroppo meno degli anni precedenti, enti e fondazioni, chiesa Valdese, ecc. non pervenute.
Facciamo del nostro meglio per continuare, ma stiamo per mandare in bancarotta l’associazione.
Gli utenti ci sono vicini, in diversi hanno cercato di contribuire, ma non è un servizio che può gravare così tanto sui pazienti, non siamo negli USA dopo tutto e abbiamo lottato perché la pillola che previene HIV non fosse una terapia di classe ma di tutti coloro che ne hanno necessità.
Tuttavia ad oggi ancora non abbiamo un qualunque appoggio normativo regionale di riferimento, non abbiamo una convenzione, né dei fondi pubblici che possano almeno tenerci a galla in casi come questo.

Sheena McCormack (la “mamma” della PrEP in UK) supporta la nostra protesta

La sanità regionale, in particolare i tecnici, ha uno sguardo burocratico e prevenuto, si insomma remano contro, non fanno girare le informazioni e la politica si è insediata da poco e da l’impressione di non avere le idee chiare ipotesi supportata dal fatto che anche gli ambulatori PrEP dei maggiori centri clinici sono al collasso per ragioni economiche.
Ragioni comprensibili ovviamente stante il brutto momento del bilancio regionale, ma io vi chiedo: cosa è meglio? Investire in un programma che funziona, in un farmaco che costa 12€ a scatola, o rischiare di aumentare le nuove diagnosi (che stavano finalmente scendendo) e spendere in media 500€ al mese?
L’assemblea dell’associazione ha deciso di continuare, di fatto abbiamo dovuto peggiorare il servizio erogando test di controllo per le batteriche a 6 mesi, mentre prima era ogni 3 mesi e già così oltre il 3% del campione riceveva una diagnosi di IST in un altro centro/ambulatorio.

Se nemmeno una Regione storicamente di sinistra capisce che la prevenzione è un investimento per un futuro migliore, allora siamo veramente nei guai.

Sandro Mattioli
Plus aps

Ultima giornata della Conferenza EACS. Ho pensato che potrebbero essere interessanti le ultime sessioni che hanno trattato temi “caldi”, almeno per noi in Italia

  • DoxyPEP e vaccino contro gonorrea
  • Chemsex
  • Aumento di peso a causa dei farmaci ARV

La sessione principale dell’ultima giornata comprende i lavori scelti dai presidenti per essere presentati in pubblico.

Lo studio “Doxycycline postexposure prophylaxis and the 4-component meningococcal B vaccine among persons living with HIV at high risk for bacterial sexually transmitted infections in Switzerland” già dal titolo porta con sé un certo interesse perché è uno dei pochi studi sulla prevenzione delle infezioni batteriche su persone con HIV.

Dal razionale esposto, lo studio della coorte svizzera si propone di fare un po’ di chiarezza rispetto ai dati contraddittori che circolano nell’ambiente. Lo studio è disegnato come osservazionale multicentrico su una popolazione MSM e TGW con HIV e che

  • Hanno rapporti sessuali senza condom con partner occasionali e/o
  • Hanno avuto almeno 1 diagnosi di IST negli ultimi 3 anni e
  • Hanno dato il consenso all’utilizzo off-label della doxiciclina e del vaccino contro il meningococco B (4CMenB)

Lo studio, di durata triennale, ha come endpoint l’incidenza della IST batteriche. Questa prima relazione espone un’analisi ad interim del periodo che va dal 30 novembre 2023 al 30 giugno 2025.

Rispetto alle caratteristiche demografiche il campione è costituito principalmente da uomini bianchi (83,8%), con un’età mediana di 49 anni, con in media 4 partner occasionali negli ultimi 3 mesi, una media di 277 giorni dall’ultima IST e 1 IST in media prima dell’inizio dello studio.

Gl utenti in doxyPEP sono 266, quelli che con doxy + vaccino contro il meningococco B 114.

I risultati per gli utenti in doxy sono interessanti:

  • totale casi di IST in generale prima dell’inizio dello studio 407, dopo lo studio 79 (p<0.001)
  • totale casi clamidia prima 152, dopo 17 (p<0.001)
  • totale casi gonorrea prima 141, dopo 48 (p≥ 0.05)
  • totale casi sifilide prima 114, dopo 14 (p<0.001)

Per quanto riguarda i 144 utenti in doxy+4CMenB i risultati ovviamente solo su gonorrea, sono

  • prima dello studio 76 casi, dopo 11 (p≥0.05)

Le conclusioni almeno per quanto riguarda questa analisi ad interim sono piuttosto evidenti:

l’uso di doxyPEP nelle persone con HIV ad alto rischio di per le IST batteriche porta ad un calo significativo dei casi clamidia e sifilide.

Non ci sono effetti significativi della doxyPEP o del vaccino contro il meningococco B sull’incidenza di gonorrea.

Il secondo studio dal titolo “Chemsex, novel chemsex substances, associated risks for STIs, and an extended PrEP cascade among HIV-negative MSM, trans* individuals in 20 European countries: A latent class analysis” è interessante appunto perché ha effettuato una ricerca su MSM e persone trans in 20 stati europei.

Dal punto di vista del metodo, lo studio ha coinvolto 14.652 MSM HIV-negativi (per cui non so quel “trans” nel titolo a che serva!) provenienti da 20 paesi europei hanno completato un’indagine trasversale (PROTECT) tra ottobre 2023 e aprile 2024. È stata utilizzata l’analisi delle classi latenti (LCA) per raggruppare l’uso di sostanze a sfondo sessuale. Inoltre, sono state studiate le IST auto-riferite dai partecipanti nei sei mesi precedenti e le cascate della PrEP (assunzione di PrEP orale, aderenza, interruzione, intenzione di LAI-PrEP), con regressione logistica a coppie per confrontare l’intenzione di LAI-PrEP, aggiustando per l’uso attuale di PrEP orale.

Come forse avete notato c’è una curiosa “riclassificazione” delle sostanze in tradizionali (metanfetamine, GBL, ketamina, cocaina e mefedrone) e “nuovo chemsex” dove, alle sostanze tradizionali, si aggiungono i catinoni sintetici.

Una nota “buffa”: come vedete dall’immagine la cannabis è molto popolazione in tutti gli stati mentre in Italia molto meno… mah!

Altra cosa curiosa è la terminologia utilizzata da questo ricercatore olandese che ha inventato il termine “bottom shorties” che sta a indicare le sostanze utilizzate per agevolare la penetrazione anale e/o una maggiore disinibizione, con un effetto della sostanza relativamente più breve.

I gruppi di consumatori sono stati definiti sulla base delle dichiarazioni dei consumatori stessi, per cui abbiamo quelli dell’uso moderato o i giovani con uso moderato che sono in realtà i protagonisti della ricerca perché i risultati ci danno un’idea di uso tutt’altro che moderato soprattutto per quanto riguarda cannabis, cocaina, GHB/GBL e popper.

La associazione fra gruppi e contagio da IST è un po’ complicata, tuttavia mi sembra di capire che il gruppo che sua sostanze “nuove”, quindi con l’aggiunta dei catinoni, ha un’incidenza di gonorrea, clamidia e sifilide più alta rispetto a chi usa sostanze tradizionali.

I giovani con uso sedicente moderato preferiscono i catinoni, sembrano avere un peggiore assorbimento di PrEP orale, un’aderenza non ottimale alta e un elevato tasso di interruzione della PrEP orale ma un alto interesse per la PrEP long acting.

Una analisi che trova qualche riscontro anche nei nostri dati e che mi porta a riflettere se l’età non possa essere un elemento da considerare per un passaggio ai long acting, un tipo di trattamento che suscita interesse.

Un altro studio interessante è l’ACTG A 5391 dal titolo “Metabolic and Body Composition Outcomes at 48 Weeks among People with HIV and Obesity on Integrase Inhibitors and Tenofovir Alafenamide Switching to Doravirine with or without Tenofovir Disoproxil Fumarate: ACTG A5391 (the DO-IT Trial)”.

Uno degli effetti collaterali più frequenti degli inibitori dell’integrasi (INSTI) è l’aumento di peso. Può sembrare una cosa da poco ma questo effetto ne porta altri come diabete, problemi cardiovascolari, ecc. Lo studio è statunitense, giustamente, ha randomizzato 145 persone HIV+ obese (BMI >30kg/m2) e con insulino-resistenza, in terapia stabile con un INSTI+TAF, a passare a una terapia con doravirina+TAF+emtricitabina (FTC) o a continuare con l’attuale regime. A 48 settimane non ci sono stati risultati significativi in nessuno dei parametri fisici che indicano l’obesità con o senza la sostituzione di TAF con il vecchio TDF (tenofovir disoproxil fumarato).

Lo stesso relatore ci segnala un paio di limiti dello studio ossia che hanno arruolato solo persone negli USA per cui i dati potrebbero non essere generalizzabili, inoltre il disegno dello studio in forma open-label potrebbe aver influenzato i pazienti, per tacere del fatto che i dati potrebbero non essere applicabili a chi ha un BMI <30Kg/m2. Provo a incollare la tabella con il grafico dei risultati per chi si diletta di statistica.

Vabbè… speravo tanto nella doravirina ma temo che dovrò fare ginnastica.

Da ultimo 2 parole sullo studio di fase 2 (quindi non abbiate fretta) su una composizione di Islatravir e Lenacapavir come terapia contro HIV 1 volta a settimana.

Fase due vuol dire che si è concentrato sul mantenimento della soppressione virologica ossia descrive l’efficacia e la sicurezza e la descrive bene perché alla 48esima settimana il 94,2% dei pazienti ha mantenuto la carica virale non rilevabile. Non ci sono eventi avversi importanti (2 hanno fatto registrare che hanno la bocca secca…) battute a parte sembra ben tollerato. È un po’ presto ancora per trarre conclusioni ma sembra che questa combinazione di molecole abbia buone potenzialità per diventare la prima LA orale settimanale per persone con HIV.

Sarei disposto a scommettere che se mai arriverà in Italia, la metteranno in scatole da due pillole.

Questa conferenza si conferma nel suo ruolo sostanzialmente divulgativo, i risultati “grossi” vengono presentati al CROI o alle conferenze mondiali, ma comunque è utile. C’è stata una buona presenza di medici italiani, anche con studi interessanti che, in qualche caso, hanno fatto rosicare gli altri… tié. Se proprio vogliamo essere pignoli poteva essere organizzata con maggiore attenzione ai dettagli: la well-being lounge (equivalente delle positive lounge della IAS, ossia uno spazio tranquillo per le persone con HIV) ricavata in uno spazio di passaggio con tanto di filodiffusione delle sessioni è stato un esempio di ad minchiam fecit spettacolare.

Sandro Mattioli
Plus aps