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Con questo report vorrei provare a fare il punto sulla situazione di HIV. Sappiamo tutti, credo, che troppa gente pensa che HIV sia “over”, un problema risolto che alla peggio riguarda “gli africani e i gay” (risposta a survey, studente Alma Mater Bologna).

Vediamo se è vero attraverso i dati raccolti da ECDC – il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie – che ha la responsabilità di rafforzare le difese dei Paesi membri dell’UE contro le malattie infettive.

Mi baserò sugli obiettivi di UNaids, il programma dell’ONU per la lotta contro l’Aids, i famosi tre 95 ossia il 95% delle persone con HIV diagnosticate, il 95% delle persone con HIV diagnosticate poste in terapia, il 95% delle persone con HIV in terapia con carica virale non rilevabile. Con un po’ di acume qualcuno ha capito che questi obiettivi erano un po’ utopici senza un quarto 95, ossia il 95% delle persone con HIV con una buona qualità della vita correlata alla salute.

ECDC ci dice che come obiettivo complessivo siamo all’86%. Tenete presente che l’area controllata non è solo l’UE ma l’Europa secondo il concetto di OMS che, per ragioni che preferisco ignorare, comprende tutto il Continente europeo più l’Asia centrale.

In questo quadro geografico sono 10 i Paesi che hanno raggiunto il primo 95 (fra cui UK, Monaco, Svezia, Azerbaijan).
15 sono i Paese che sono li li, manca un 5% per raggiungere gli obiettivi (fra questi l’Italia).
21 i Paese ai quali manca più del 5%.

Nell’Europa occidentale (fra cui l’Italia per ragioni che ignoro) in media il 94% delle persone con HIV conoscono il loro stato sierologico.
Il dato scende all’88% in Europa centrale e all’80% nell’Europa orientale.

Le diagnosi tardive (LP), ossia persone che ricevono la diagnosi con un numero di CD4 <350, sono ancora un problema consistente nel territorio definito dall’OMS. La cosa che mi ha stupito è che i dati dell’ECDC mostrano percentuali importanti fra gli uomini eterosessuali che sfiorano il 60% dei casi di LP, le donne sono stimate intorno al 48% delle LP, le persone trans intorno al 40%. I maschi omosessuali superano il 40%.

Secondo 95 ossia il 95% degli HIV+ posti in terapia. Obiettivo relativamente più semplice del primo. Tuttavia 19 sono i Paesi che hanno raggiunto il target, 7 quelli a cui manca un 5% (fra questi l’Italia), 20 i Paesi a cui manca più del 5% per arrivare all’obiettivo fra cui la Lituania che si ferma al 52%. Nel primo gruppo ci sono praticamente tutti i Paesi dell’UE, mentre l’Italia è nel secondo insieme a diversi Paesi dell’Asia centrale che, suppongo, non siano nel G7 e abbiano disponibilità economiche non paragonabili alle nostre.

Secondo UNaids a livello globale il 77% delle persone con HIV è in terapia. Secondo ECDC in Europa lo sono il 71%.

Terzo 95 ossia HIV non rilevabile. Obiettivo raggiunto per 24 Paesi, l’Italia è fra quei 6 a cui manca un 5% in compagnia di diversi Stati dell’Europa meridionale inclusi Grecia e Spagna. 9 i Paesi a cui manca più del 5%, fra cui l’Armenia che si ferma al 69%.

Come percorso per arrivare ai tre 95 entro il 2030, l’obiettivo per il 2025 era l’86%. Obiettivo raggiunto per quest’anno da 14 Paesi. L’Italia, indovinate un po’, è fra i 3 Paesi a cui manca un 5% per raggiungere il target.

Per dare strumenti di valutazione del quarto target, UNaids ha dato alcuni spunti per esempio che meno del 10% delle persone con HIV dichiari di aver subito discriminazioni.
Secondo ECDC il 30% delle persone con HIV non l’ha detto in famiglia, il 19% non l’ha detto agli amici, il 22% non l’ha detto ai partner abituali. Sempre secondo i dati di ECDC, oltre un quarto del campione evita i servizi sanitari perché teme di essere trattato diversamente, del resto il 54% del campione ha subito un atteggiamento discriminatorio in ambito sanitario, il 23% nell’anno.

Tutto ciò ci dice che la paura di essere discriminati è ancora molto alta nelle nostre zone.

Restando in ambito sanitario, ECDC ha ideato uno studio teso a misurare la portata di questo atteggiamento discriminatorio. I risultati sono imbarazzanti:

il 39% di chi lavora in sanità non sa cosa sia U=U, il 44% non è a conoscenza della PEP, il  59% ha un’idea vaga della PrEP.

Alla domanda “la maggioranza delle persone con HIV ha avuto molti partner sessuali” il 12% degli operatori sanitari si è detta d’accordo, il 25% non sa.

Alla domanda “le persone contraggono l’HIV perché adottano comportamenti irresponsabili” il 22% si detto d’accordo e il 25% non sa. E ancora:

il 18% degli operatori sanitari ha somministrato un trattamento sanitario più scadente alle persone con HIV; il 19% ha rivelato lo stato sierologico ad altri senza il consenso del paziente, il 22% si dice riluttante a prendersi cura delle persone con HIV e il 32% ha detto o ha avuto comportamenti stigmatizzanti.

Il risultato di questo bel quadretto è che sono quasi nessuno degli obiettivi UNaids sarà raggiunto in Europa.

Vi rimando alla tabella nella foto per le specifiche.

Il relatore di ECDC nelle conclusioni ci dice che non è tutto così tragico:

  • Diversi Paesi hanno fatto grandi passi in avanti in molte delle aree dei target;
  • L’Europa Occidentale ha raggiunto molti obiettivi o è vicina a farlo;
  • Vanno riconosciute le innovazioni messe in campo, i servizi con i quali si raggiungono le comunità più esposte, i test integrati e gli elevati standard nelle opzioni di trattamento;
  • Tuttavia si deve anche riconoscere l’iniquità dilagante nella fornitura di questi stessi servizi in tutta la regione europea.

In chiusura accenno alla sessione “HIV Prevention: Current modalities and Future Horizons” che ha visto la presenza di ben 3 relazioni italiane su 5, tutte di sperimentazioni avanzate sulla PrEP.

Due di queste hanno descritto i dati preliminari degli studi pilota sulla PrEP LAI con Cabotegravir. Quella che in Emilia-Romagna non stato possibile fare perché i medici si sono messi di traverso con il pretesto che non si sa ancora il prezzo del farmaco… e il BLQ Checkpoint ha dovuto rispedire a Roma le fiale di PrEP facendo quella che non esito a chiamare una figura di merda con l’Istituto Spallanzani. Meglio che la chiuda qua.

Due parole invece vorrei spenderle sulla presentazione di Lella Cosmaro di LILA Milano sulla Tele PrEP, ossia l’utilizzo del un programma online per l’erogazione di servizi PrEP a distanza.

Come è facile immaginare il razionale del programma affonda le radici sulla difficoltà di accesso alla PrEP in Italia. Partito nel 2023, il programma è ancora operativo e lo sarà almeno fino a fine 2026.

Il programma è gestito da operatori della community e da infettivologi, così che le persone possono ricevere sia un counselling che un supporto medico. Un database registra i dati demografici e di comportamento, monitora le attività di Teleprep e invia promemoria per i follow up. Le persone che vivono vicino ad ambulatori PrEP vengono indirizzate li per beneficiare del farmaco rimborsato dal SSN.

434 sono le persone che hanno contattato TelePrEP fra febbraio 2023 e aprile 2025 per informazioni preliminari; 93 sono state indirizzate a servizi PrEP vicino a casa mentre 154 hanno scelto di non procedere oltre dopo il primo contatto.

187 sono stati arruolati nel progetto, 72 sono ancora seguiti direttamente. Ad oggi non ci sono stati fallimenti terapeutici.

Al momento è l’unico progetto del genere in Italia, forse potrebbe essere interessante adattarlo alla nostra situazione ma direi più a livello di centri clinici regionali che solo per la città di Bologna.

Sandro Mattioli
Plus aps

La 20esima Conferenza Europea AIDS è iniziata sotto il segno dei problemi tecnici. La struttura che ci ospita, Il Palais des Congrès a Parigi, si pensava che fosse adeguata e abituata a un flusso consistente di persone. In realtà abbiamo visto una inaugurazione quasi completamente senza slide e oggi, primo giorno effettivo di congresso, permane la difficoltà. Stamattina il primo relatore ha dovuto concludere la presentazione a memoria perché non c’è stato modo di trasmettere le ultime due slide, fra cui le conclusioni.

Ma, al di là degli aspetti tecnologici che sono in sé fragili, anche i locali sono palesemente inadeguati ad accogliere tutti i partecipanti. E così ci ammucchiamo davanti ai pochi distributori di acqua, ai pochi bar, ecc. Senza contare che Parigi, per quanto sempre affascinante, non è certo l’ideale dal punto di vista economico. Molti attivisti hanno trovato posto per dormire a 1 ora di metro per non vendere un rene.

Ad ogni modo siamo qui, EACS è sempre un’esperienza interessante e, dopo tutto, Parigi val bene una messa come disse Enrico di Navarra rovinandosi la reputazione.

Anche EACS si è adeguata all’idea di non stampare i poster per gli abstract e a esporre monitor dove i partecipanti possono cercare quello che trovano interessante. Il risultato visibile è che ben pochi lo fanno e buona parte degli studi vengono ignorati, mentre nelle altre conferenze che utilizzano ancora le stampe (magari preferendo materiali riciclati), spesso le persone passeggiano fra le file di poster e gli studi vengono visti. Pazienza. Sicuramente ho incrociato molti ricercatori, soprattutto giovani, che si sono fatti i selfie davanti al monitor con il loro studio… e io ho fatto altrettanto anche se non sono giovane, tié. Questo sono io davanti al nostro eP439.

In generale vedo che aleggia uno spettro non buono su tutti i partecipanti alla conferenza: mancanza di fondi.

Gli istituti di ricerca si lamentano del crollo dei fondi federali USA, le associazioni i soldi non li hanno mai avuti per cui si lamentano da sempre, tuttavia mai come oggi siamo a rischio di sparire. Nel UK, per esempio, oltre 50 associazioni hanno chiuso i battenti e devo dire che anche in Italia la situazione non è buona.

Mi chiedo che senso abbia, da parte delle associazioni, partecipare al CTS se poi da Governo non arriva mai il becco di un quattrino e rischiamo di chiudere?

L’inaugurazione si è dipanata fra discorsi di benvenuto e di circostanza. Alla fine della fiera la parte più interessante è stata la sorpresa finale ossia lo spettacolo offerto da 3 meravigliose drag queen che hanno riempito il palcoscenico con energia e voglia di fare, per chiudere con un breve ma efficace discorso sull’esclusione di alcune fasce di popolazione dalla prevenzione di HIV.
Quindi passiamo direttamente alle successive plenarie. La prima “Are we prepared for pandemics?” è già tutto un programma. Il relatore, dott. Yazdanpanah direttore dell’agenzia nazionale delle ricerche per le malattie infettive emergenti, si chiede se cinque anni dopo la pandemia di COVID-19 e l’emergere dell’Mpox, abbiamo imparato qualcosa su come prepararci alle pandemie e se siamo pronti per la prossima? Il ragionamento prende le mosse da un’analisi della diffusione del virus West Nile che si sta rapidamente diffondendo nell’Europa meridionale mentre nel 2010 era pressoché assente (vedi foto). Quello che si vede è uno studio del ECDC. Secondo l’OMS sappiamo che circa 260 virus provenienti da 25 famiglie di virus sono in grado di contagiare gli esseri umani, ma si ritiene che oltre 1,6 milioni di specie virali ancora da scoprire provenienti da queste famiglie già siano presenti, come ospiti, in mammiferi e uccelli.
Il panorama relativo ai rischi delle malattie infettive è cambiato negli ultimi vent’anni. Il cambiamento climatico, i cambiamenti demografici (urbanizzazione, crescita della popolazione, cambiamento dell’uso del suolo, migrazione, invecchiamento, variazione nei tassi di natalità) e i cambiamenti tecnologici a partire dai viaggi e dal commercio sempre più rapidi e economici che sono in grado di diffondere globalmente gli agenti patogeni, sicuramente influenzano tale cambiamento. Quali sono le nuove sfide che per le quali ci dobbiamo prepare? La prima, che a tutti è venuta in mente del resto, è la drastica riduzione dei finanziamenti del Governo degli USA ma anche i tagli, più moderati, da parte dei paese europei.
Possiamo aggiungere le disuguaglianze sanitarie persistenti tra il Nord e il Sud del Mondo, la perdita di fiducia nel sistema multilaterale (sostituito da America First), così come l’atteggiamento anti-scientifico e il revisionismo scientifico. Il relatore si sofferma su quest’ultimo punto sottolineando come il silenzio istituzionale sia una pessima idea che ha portato a ignoranza sostenuta da dinamiche tossiche politiche e dai social-media. E’ necessario prendere più seriamente la comunicazione scientifica riconoscendo l’importanza di coinvolgere e imparare da educatori qualificati e anche dai leader delle comunità. Tutti abbiamo pensato ai dubbi che in molti hanno sui vaccini, sono privi di qualunque base scientifica ma si diffondono. Pertanto c’è un dovere da parte della comunità scientifica di sviluppare legami diversi, più stretti con la popolazione generale in modo meno paternalistico, bidirezionale su scienza, tecnologia e i loro prodotti, sottolineando certamente i benefici ma anche i loro limiti. Secondo il relatore sono cinque i pilastri fondamentali per lottare con successo contro le malattie infettive emergenti:

  1. Prevenzione: fermare un’epidemia prima che si verifichi
  2. Contenimento: eliminare la trasmissione della malattia da individui infetti a individui suscettibili dopo che è emersa una malattia
  3. Servizi sanitari: salvare la vita delle persone malate e garantire la continuità di altri servizi sanitari, compresi quelli per la salute mentale
  4. Equità: garantire che gli oneri economici e sociali siano condivisi tra la popolazione e che i gruppi o le persone vulnerabili siano protetti
  5. Innovazione e diffusione: sviluppare, produrre e distribuire nuove terapie e vaccini in modo equo e efficiente.

La successiva lecture tenuta dalla dott.ssa Monica Ghandi, UCSF, è sulla terapia antiretrovirale (ART) e ha iniziato parlandoci della storia di HIV e di come è entrato nel corpo umano. Ormai tutti, o molti, sappiamo che Il 5 giugno 1981, Il CDC di Atlanta (Centers for Disease Control and Prevention), pubblicò un articolo sul suo Morbidity and Mortality Weekly Report, dove venivano descritti 5 casi di un rara infezione polmonare, PCP, in giovani gay di Los Angeles altrimenti sani. Ma per tracciare le vere origini molti studi sono andati ad analizzare dove vediamo i retrovirus nei nostri “parenti più stetti”, i primati. La presenza di retrovirus è stata dimostrata in effetti in molti primati, SIV ( Virus di immunodeficienza delle scimmie) è in grado di infettare almeno 45 specie di primati. Dalle analisi condotte è emersa una parentela stretta fra HIV1 e il SIV degli scimpanzé e di quello dei gorilla, mentre HIV2 è parente del SIV del cercocebo.

Rispetto all’evento che ha permesso il salto di specie verso gli umani, la Ghandi individua una serie di motivi che vanno dalle popolazione che cacciavano i primati per procurarsi cibo e che hanno finito per incorporare diversi ceppi di SIV, fino alla colonizzazione che ha portato alla disgregazione sociale, alla crescita della popolazione nelle città (pensate che in Africa occidentale prima del 1910 nessuna città superava i 10.000 abitanti) e all’aumento della prostituzione. Rispetto al quando, HIV è stato rilevato in 1213 campioni di sangue raccolti e conservati in Zaire nel 1959. Ricostruiti gli alberi genealogici e calcolato il tasso di mutazione è emerso che HIV è entrato negli umani probabilmente fra il 1884 e il 1924.

Oggi abbiamo 40,8 milioni di persone con HIV, senza contare la Russia le cui comunicazioni di diagnosi sono considerate inattendibili; 31,6 milioni in ART;
1,3 milioni di nuove diagnosi l’anno scorso, invariate dal 2022;
630.000 morti l’anno scorso, dato invariato dal 2022;
44,1 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia e 91,4 milioni di infezioni.
Solo i 77% è in ART, il 73% di questi ha viremia non rilevabile.
Stigma, aumento del sentimento anti-LGBTQ, perdita del finanziamento dagli USA, tutto gioca un ruolo.

Fatta eccezione per AZT (messo in uno scaffale come possibile farmaco contro il cancro e provato contro HIV), tutta la ricerca contro HIV è il racconto di una progettazione di farmaci razionale e mirata a fermare il ciclo vitale di HIV. La ART vanta numerose molecole ma possiamo tranquillamente dire di essere nell’era degli inibitori dell’integrasi: BIC e DTG (rispettivamente biktegravis e dolutegravir) che sono farmaci molto potenti.
La causa maggiore di fallimento è la stessa in tutto il mondo: aderenza terapeutica inadeguata, punto confermato dallo studio ACTG 5381. Forse anche per questo la ricerca si sta orientando sui long acting, ossia farmaci che bloccano la replicazione virale per un tempo ben superiore alle attuali 24 ore, 1 pillola al giorno… o magari perché il tasso di soppressione virale negli USA è del 67%, secondo il report 2025 del CDC di Atlanta, la media mondiale è al 73% (!) e sicuramente andrà peggio per quanto sono stupide le scelte sanitarie del Governo federale degli USA.

Già al CROI la Ghandi aveva accennato a un tema in relazione alle terapia long acting (LA). La terapia LA al momento è costituita da cabotegravir (CAB) e rilpivirina (RPV) iniettivi che hanno una durata di 2 mesi. E’ cosa nota che CAB è stato studiato non tanto per essere migliore di altri, quanto per durare più di altri nel fare il suo lavoro. Forse per questa ragiona non ha una barriera genetica altissima. Forse l’unione di CAB e LEN (lenacapavir) potrebbe aiutare ad alzare la barriera genetica, infatti LEN ha già dimostrato di essere utile in pazienti multiresistenti. In effetti la ricercatrice ha condotto un piccolo studio su 34 pazienti con una combinazione long acting di lenacapavir e cabotegravir con un buon risultato. Perché sembro così titubante? Perchè i due farmaci sono aziende concorrenti e non so quanto possa essere probabile una unione di intenti quando ci sono in ballo investimenti di milioni. Staremo a vedere. Nel mentre ci sono altri 2 studi con CAB e LEN LA autorizzati e approvati (A5431 palace e A5433 Lancet) che potrebbero aprire la strada a studi grandi.

Il futuro è molto interessante perché le terapie in pillole preparano un grande ritorno. Per esempio con formulazioni da una pillola una volta a settimana (Islatravir/lanacapavir – islatravir/ulonirvina.
Ma ci sono numerose molecole LA in studio, sia iniettabili che orali: MK8527 1 volta al mese, LEN modificato per durare un anno, CAB ULA modificato per durare 4 mesi, VH199 è un nuovo inibitore del capside, ecc. Anche la Ghandi chiude dicendo davanti a tutti che se non si salva la PEPFAR che il Presidente Trump ha bloccato, tutto ciò servirà a poco.

Sandro Mattioli
Plus aps

Nell’ultimo periodo, ci sono giunte alcune segnalazioni, per lo più direttamente dai pazienti, in relazione alla presenza di casi di infezione da mpox (ex vaiolo delle scimmie) a Bologna, si tratta di diagnosi recenti verosimilmente in persone non vaccinate.

Sebbene i numeri non siano allarmanti in senso assoluto, il dato ha destato comunque attenzione tra le persone della comunità LGBTQ+ rispetto al tema della prevenzione, in particolare alla luce di una campagna vaccinale che, nel territorio bolognese forse ha mostrato qualche limite in termini di efficacia.

È facile ipotizzare che l’Azienda sanitaria abbia dovuto affrontare carenze di vario tipo: di farmaco, autorizzative o di personale, con le quali molte realtà sanitarie sono costrette a confrontarsi ultimamente. Ma resta il fatto che sono stati registrati dei casi, nonostante ci siano delle armi per prevenire questa patologia.

In alcuni contesti nazionali si osserva una realtà apparentemente diversa. Alcune strutture sanitarie in Italia, anche con un bacino d’utenza ampio e complesso, hanno avviato programmi vaccinali solidi e continui, raggiungendo migliaia di persone con la doppia dose e introducendo richiami nei tempi previsti. «Noi osserviamo casi sporadici nei non vaccinati. Abbiamo vaccinato 4000 persone a rischio e stiamo rifacendo a molti la terza dose boost dopo due anni. Non abbiamo visto una concentrazione “estiva”. I pochi casi che vediamo sono tutti non vaccinati», spiega il dott. Andrea Antinori Direttore Sanitario dell’Istituto Spallanzani di Roma.

A livello globale, la diffusione del virus mpox continua a rappresentare una sfida per la salute pubblica. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel solo mese di giungo 2025 sono stati segnalati 4.732 nuovi casi di infezione da mpox in 49 Paesi. L’aggiornamento epidemiologico pubblicato dall’ECDC nello stesso mese evidenzia che la maggior parte delle infezioni da mpox clade I è stata registrata nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Uganda e in Burundi. Nella RDC e in Uganda si osserva una stabilizzazione o una tendenza alla riduzione dei casi, sebbene tali dati vadano interpretati con cautela. In Burundi, invece, il calo dei casi appare più netto e costante. Sempre a giugno, sono stati notificati anche alcuni casi sporadici di mpox clade Ib al di fuori del continente africano, tutti associati a viaggi recenti. Le segnalazioni hanno riguardato Svezia, Germania, Belgio, Irlanda, Italia e Francia. In Italia, il numero complessivo di casi segnalati tra il 2022 e aprile 2025 è pari a 1.148.

Alla luce del recente incremento dei casi, abbiamo rinnovato l’appello alle autorità sanitarie bolognesi affinché continuino a garantire una comunicazione aggiornata, completa, come già avviene, ma anche un accesso agevole alla vaccinazione per tutte le popolazioni con un rischio sostanzialmente più elevato di esposizione al virus dell’mpox.

Siamo felici di sottolineare che l’appello è stato ascoltato e il dott. Davide Resi, responsabile del settore controllo e prevenzione delle malattie infettive di USL Bologna, ha deciso di trovare un modo per rendere più agevoli le vaccinazioni, ovviamente nell’ambito delle disposizioni ministeriali, anche cercando di superare una certa problematicità insita nel prodotto: le fiale vanno congelate. Una volta scongelate, devono essere trovate rapidamente 5 persone per la vaccinazione sottocutanea. Cosa tutt’altro che se semplice come è facile immaginare, sono pur sempre 5 persone che prenderanno un appuntamento (e un permesso sul lavoro) nello stesso giorno e ora. Oppure è possibile optare per la vaccinazione intradermica su un solo paziente, opzione che potrebbe ridurre i problemi di ordine “sociale”. Ovviamente è una decisione che spetta all’Azienda Sanitaria.

Al momento siamo in attesa che vengano aperte le agende per iniziare le prenotazioni.

Nonostante le linee guida attualmente in vigore non raccomandino la vaccinazione di massa, è bene ribadire l’importanza della prevenzione. È essenziale costruire un dialogo efficace tra sistema sanitario, comunità e cittadinanza, promuovendo la fiducia negli strumenti di prevenzione attualmente esistenti e nella salute pubblica. Ringraziamo quindi il dott. Resi che si è fatto carico di questa forse piccola ma significativa battaglia e restiamo in attesa delle sue indizioni.

Sandro Mattioli
Plus aps/BLQ Checkpoint

Grazie alla disponibilità dell’Azienda Sanitaria, anche nel 2025 si terrà il corso di formazione per i volontari del BLQ Checkpoint, nonché di Plus e del PrEP Point.

L’iscrizione è obbligatoria. Il corso inizierà il 11 ottobre 2025 e terminerà nel week end del 21-23 novembre con il consueto laboratorio residenziale.

Per partecipare è necessario inviare una mail a:
info@plus-aps.it indicando:
nome e cognome
numero di cellulare

Attenzione: quest’anno le ore d’aula si terranno sia presso la Casa di Comunità Porto-Saragozza in via Sant’Isaia 94a, Bologna, sia presso la sede di Plus in via San Carlo 42c a Bologna.

Le ore d’aula sono aperte a chiunque voglia approfondire gli argomenti trattati, quindi anche se non vuoi fare il volontario ma ti interessano i temi, sei libero di entrare ed ascoltare. Invece la parte residenziale del corso si terrà presso Ca’ Vecchia, via Maranina 9 Sasso Marconi (BO) ed è riservata a chi vuole fare il volontario o la volontaria.

Il limite massimo di iscrizioni per ogni sessione è di 20 persone. Il corso è gratis. L’organizzazione tecnica è a cura dell’Azienda Sanitaria di Bologna che ne effettua anche la certificazione. Per cui se qualcuno fanno comodo alcuni crediti formativi, si faccia avanti e li richieda. Maggiori informazioni vi saranno fornite dalla responsabile, dott.ssa Valeria Gentilini, all’inizio del corso.

Ecco la bozza di programma. Le eventuali variazioni verranno effettuate su questa pagina del sito di Plus. Restate connessi:

11 ottobre18 ottobre25 ottobre8 novembre15 novembre
Sede PlusCasa di Comunità Aula ColonneCasa di Comunità Aula ColonneSede PlusCasa di Comunità Aula Colonne
9,30-13,309,30-11,309,30-11,309,30-13,309,30-13,30
Plus e i suoi servizi: BLQ Checkpoint – PrEP PointEpatiti B e C
Cause, sintomi, test
Le IST: cosa sono, trasmissione, terapieHIV for beginners: cos’è, la trasmissione, il trattamento, la prevenzioneIl counselling fra pari: sospensione del giudizio, empatia, ascolto attivo
11,30-13,3011,30-13,30
PrEP e PEPIl ChemSex: il fenomeno, i rischi, il piacere
Sandro MattioliLorenzo BadiaValeria GaspariSandro MattioliEleonora Gennarini
Filippo Leserri

Il 29 marzo 2024 segna per il BLQ Checkpoint l’inizio della collaborazione con l’architetto Massimo Manfredini per la progettazione del primo ambulatorio ufficiale all’interno del centro. Un passo fondamentale verso il potenziamento dei servizi rivolti alla prevenzione dell’HIV e alla promozione della salute e benessere sessuale.

A più di un anno da quella data, però, i lavori non sono ancora iniziati. A bloccarli, una serie di ostacoli burocratici e istituzionali che si rincorrono tra Regione, AUSL e Comune. Un immobilismo che rischia di compromettere la sostenibilità di un intervento che ha già comportato mesi di studio e investimenti economici da parte di Plus, e che si configura sempre più come un freno all’efficacia di un’azione di salute pubblica sul territorio.

Tra le cause del ritardo, la circolare della Regione Emilia-Romagna che impone agli infettivologi di erogare la PrEP esclusivamente presso i propri ambulatori ospedalieri ha di fatto ignorato l’esperienza pluriennale del PrEP Point, attivo al BLQ Checkpoint dal 2018 in collaborazione con il reparto di Malattie Infettive del Policlinico S. Orsola, che ha seguito 357 persone nel loro percorso di prevenzione.

Anche le verifiche tecniche dell’AUSL di Bologna hanno richiesto tempo per riconoscere la natura specifica del BLQ Checkpoint: non un ambulatorio ospedaliero, ma un centro di comunità, basato sull’ascolto, il counselling e la prevenzione peer-to-peer. Una volta compreso questo elemento distintivo, l’Azienda Sanitaria ha mostrato apertura, con l’augurio che possa diventare un partner attivo nel rilancio del progetto.

Tuttavia, lo stallo continua. Il Comune di Bologna – città firmataria dell’iniziativa Fast Track City – ha fermato l’approvazione del progetto architettonico, che prevedeva un adeguamento non strutturale ma funzionale degli spazi, con soluzioni di arredo (ossia una libreria) conformi ai requisiti igienico-sanitari. Ad oggi, 14 luglio 2025, il BLQ Checkpoint è ancora in attesa di risposte concrete da parte dell’amministrazione e delle forze politiche che si erano impegnate a sostenere il progetto.

Questo immobilismo colpisce non solo direttamente le 357 persone che, senza il supporto del BLQ Checkpoint, avrebbero probabilmente gravato su un sistema sanitario già fragile o eventualmente ricevuto diagnosi tardive di HIV, ma un’intera comunità che in questo spazio troverebbe relazioni di fiducia, un luogo sicuro e non giudicante dove la salute si costruisce in modo partecipato e consapevole.

L’esperienza del BLQ Checkpoint ha contribuito, dati del servizio epidemiologico regionale alla mano, alla riduzione significativa delle diagnosi in fase avanzata rispetto ad altri capoluoghi di regione. Eppure, a fronte di questi risultati, si continua a riscontrare un disinteresse istituzionale preoccupante. La comunità continua a chiedersi cos’altro debba ancora accadere affinché venga riconosciuto il valore del nostro lavoro. Una disattenzione istituzionale che non è nuova, né casuale. “La politica non è interessata all’HIV – commenta Sandro Mattioli, presidente di Plus – perché oggi non si muore più come negli anni ’80 e ’90. Ma questa è una scelta miope, che il Paese sta già pagando con l’aumento progressivo delle nuove diagnosi, anche quest’ultime nella sostanziale indifferenza della politica.”

Alla luce di tutto ciò, il BLQ Checkpoint chiede alle istituzioni che:

  • Il Comune di Bologna sblocchi senza ulteriori indugi l’iter per l’ambulatorio, seguendo il protocollo che ha sottoscritto;
  • La Regione Emilia-Romagna aggiorni le normative per permettere la reale accessibilità alla PrEP nei contesti di comunità e definire il perimetro di azione dei centri community-based con i Checkpoint;
  • L’AUSL di Bologna attivi una modalità di collaborazione effettiva, non meramente formale;
  • Venga finalmente istituito il Tavolo provinciale HIV, come previsto da circolare regionale.

Il BLQ Checkpoint non è un’eccezione, ma un modello di sanità di prossimità che funziona. Non possiamo più permettere che l’HIV venga reso ulteriormente invisibile nel dibattito politico e sanitario, mentre le nuove diagnosi aumentano e i servizi di prevenzione vengono sistematicamente ostacolati. Perché se nulla si muove, a guadagnarci sarà solo il virus.

Non chiediamo privilegi, chiediamo solo che le promesse vengano mantenute.

clicca qui per il comunicato stampa

Ho appena letto una mail di Nicoletta Policek (Executive Director EATG) che ci informa dello stato di salute di Ben Collins, storico attivista di EATG, purtroppo ricoverato in ospedale in attesa di un intervento chirurgico, al quale vanno i miei migliori auguri di pronta guarigione.

L’approccio gramsciano di Nicoletta nell’affrontare il tema mi ha fatto riflettere. Nicoletta scrive: “…da una prospettiva gramsciana, questa solidarietà è più di un semplice gesto di benessere; è un potente atto di resistenza organica contro l’individualismo promosso dall’egemonia dominante.” In altre parole quando condividiamo notizie sulla salute di un compagno di lotta, “... non è solo empatia; è una forza culturale che costruisce attivamente una società più umana e interconnessa, una società in cui riconosciamo che il nostro benessere è intrinsecamente legato a quello degli altri.“

Penso che sia un bellissimo modo di ragionare, una prospettiva politica che condivido pienamente e che mi porta a chiedermi come si concilia tutto ciò con la comunità LGBTQ+ che non potrebbe essere meno interessata ai propri componenti che vivono con HIV.

Se vogliamo metterla sul piano personale, in 20 anni di lotta contro HIV, di coming out sierologico, non ricordo che qualcuno mi abbia chiesto come sto. È necessario andare in ospedale per smuovere l’etica marxista drogata da anni di il mio stato sierologico è un problema personale?

Sul finire degli anni ’80 buona parte del movimento contribuì a fondare la LILA e, di fatto, lasciò alle associazioni di “settore” la gestione di un tema che pur interessava la nostra comunità già allora, anche se sottotraccia per ovvi problemi di discriminazione multipla. Uno stigma doppio che abbiamo affrontato da soli o, più comunemente, non è mai stato affrontato ma semplicemente sepolto.
Se è vero che in quegli anni i 4 gatti LGBT che facevano politica e lotta contro la discriminazione sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, non avrebbero potuto reggere all’apertura di un secondo fronte impegnativo come quello dell’HIV, è anche vero che 10 anni più tardi il movimento avrebbe potuto riprendere in mano una situazione che colpiva sempre di più la nostra comunità e realizzare quella svolta politica che ActUp ha fatto, a suo tempo.

Ma non è successo, ed oggi siamo in una situazione di generale ignoranza, silenzio (=morte), rimozione, disinteresse, in molti casi perfino per il proprio stato di salute (il medico dice che sto bene perché devo ricordarmi il nr dei CD4), figuriamoci per quello degli altri componenti della comunità. In questi ultimi giorni la lotta si concentra spesso sul tema della salute trans, purché si parli di terapia di affermazione di genere o servizi ospedalieri sempre più di difficile accesso, mai di HIV. Del resto in Italia, al contrario di altri Paesi UE, non conosciamo l’incidenza di HIV nella popolazione trans, prevalenza poi è pura fantasia stante che non lo sappiamo per nessuna popolazione chiave.

Ma pare che nemmeno questo punto sia di interesse, ancorché stigmatizzante.

Una comunità che si disinteressa di qualcosa che la colpisce, è ancora una comunità? Forse, ma una comunità dove ogni gruppuscolo pensa solo a sé stesso e costruisce attivamente una società disumana, autoreferenziale, senza alcuna visione politica generale e di comunità dove, a breve, la collettività non avrà più alcun peso.

Tanti auguri a quelle 2.300 persone con nuova diagnosi, buona parte dei quali gay. Sarete soli.

Sandro Mattioli
Plus aps

Il 16 aprile di due anni fa ci ha lasciato Stefano Pieralli e ancora non mi sembra vero.
Per quei pochi che non lo conoscevano, Stefano è stato un attivista di lunga data, presente nel movimento fin dall’età di 17 anni, poco propenso ai compromessi di partito o, meglio, a reggere il moccolo a chi ha fatto compromessi di partito, Stefano ha incarnato l’anima critica dell’attivismo LGBTQ+. Mai banale o scontato, la sua visione politica e sociale, il suo metodo di azione e di analisi hanno fatto scuola.

Per Plus, Stefano Tallulah Pieralli è stato uno dei fondatori dell’associazione e punto di riferimento politico.
È grazie a lui se abbiamo dato il via alla prima Rete di Persone LGBT+ Sieropositive in Italia. In un movimento che si occupava (e si occupa) principalmente di diritti per le persone LGBTQ+ e dove quelle stesse persone se HIV positive, dovevano rivolgersi altrove, era chiaro che qualcuno doveva farsi carico di ricostruire una comunità di riferimento che fosse d’aiuto e sostegno, che implementasse le buone pratiche viste in altri contesti e Paesi, che puntasse all’empowerment previsto dai principi di Denver, che cercasse di porre sotto controllo le nuove diagnosi di HIV nella nostra comunità, ancora molto colpita dal virus dell’immunodeficienza.

Con Stefano abbiamo avviato riflessioni politiche che ci hanno portato a prendere la decisione di coinvolgere la politica locale e regionale, gli enti pubblici, nel percorso di lotta contro HIV. Abbiamo scelto di combattere HIV sia pensando alle persone che vivono con HIV, sia in termini di prevenzione aprendo il primo centro di comunità in Italia che offre counselling e test per HIV, HCV e sifilide: il BLQ Checkpoint.
Riflessioni e scelte di ordine politico, ma sempre guidate dalla ricerca scientifica. Cosa che potrebbe sembrare ovvia ma in Italia non lo è affatto, stante la evidente fatica per ottenere che le innovazioni scientifiche entrino a far parte della pratica clinica.

Ne è un esempio lampante il percorso della PrEP che in Italia è stata resa disponibile a pagamento a ottobre 2017 e per tutti a maggio 2023, con buona pace delle nuove diagnosi (FDA in USA ha approvato la PrEP nel luglio 2012!). Un percorso fatto di ritardi e stigma, che ha portato Plus ad aprire un servizio dedicato, il PrEP Point, a marzo 2018, pochi mesi dopo l’autorizzazione di AIFA.
Un percorso di colpevoli ritardi e stigma che vediamo replicare oggi con i nuovi farmaci a lunga durata che, con buona pace dell’efficacia e dell’incremento della aderenza terapeutica, in Italia AIFA sta ancora pensando se autorizzarli.
A Bologna il BLQ Checkpoint è già pronto per avviare uno studio di fattibilità sull’utilizzo dei farmaci a lunga durata erogati nel nostro centro community-based. Purtroppo i ritardi di AIFA e i timori dell’Azienda ospedaliera, hanno bloccato tutto per ora. Tanto per rimarcare quanto la situazione italiana sia complicata da vari potentati con i pazienti in mezzo e per dirvi quanto il lavoro delle associazioni sia vitale in questo quadro.

La lotta per farla finita con HIV, come avete letto, è dura e trova ostacoli a volte anche dove ci si aspetterebbe collaborazione.
Siamo consapevoli di questo e non arretreremo di un passo anche grazie all’efficace lavoro svolto da Stefano Pieralli, un lavoro che continuiamo a portare avanti. Il lento lavoro di HIV ci ha privato di Stefano ma non del suo esempio.

Sandro Mattioli
Plus aps

Ormai è cosa nota che i farmaci più recenti (ma anche quelli meno recenti) fanno ingrassare. La plenaria di oggi verteva su questo tema. Purtroppo è stata una lettura in parte deludente, vediamo come mai.

La dott.ssa Jordan Lake, University of Texas Health, Science Center at Houston ha portato la relazione Weight Gain in People With HIV. Non bastava HIV, pure l’aumento di peso (!) ed è partita in quarta con la slide “Global obesity epidemic”. Quindi, un problema consistente e mondiale.

In effetti presenta uno studio dove, in alcuni casi, la prevalenza di obesi nelle PWHIV arriva a superare il 50% e un altro dove l’indice di massa corporea vedere un consistente incremento 12 mesi dopo l’inizio della terapia, rispetto ai 12 mesi prima.

Come sappiamo l’obesità correla con problemi cardiometabolici, ma anche diabete, cancro e varie altre comorbidità, il tutto più frequente in chi ha HIV.

Queste sono conoscenze consolidate da svariati studi. Ma da qui in poi sarà un susseguirsi di punti interrogativi, di verbi al condizionale, di ipotesi se non addirittura di dichiarazione di ignoranza.

Il 13% delle PWHIV prende peso in modo consistente (superiore al 10%) entro il primo anno di inizio della terapia, né sembra che iniziare il trattamento molto a ridosso della sieroconversione sia un fattore. Ma lo switch terapeutico sugli inibitori dell’integrasi [INSTI], (Risk of Obesity, Cardiometabolic Disease, and MACE After Switch to Integrase Inhibitor in REPRIEVE, Emma M. Kileel, CROI, 2025).

In uno studio pubblicato su The Lancet (Lancet HIV, 2024 Oct; 11(10):e660-e669) è stato calcolato tale aumento di peso su pazienti che hanno iniziato la ART a un anno dalla sieroconversione. Ecco i risultati (ovviamente è stata fatta una media):

  • Bictegravi +TAF: 4,93 Kg
  • Eviltegravir + TAF: 4,18 Kg
  • Dolutegravir + TDF: 3,74
  • Dolutegravir senza TAF né TDF: 3,69 Kg
  • Raltegravir + TDF: 3,39 Kg

(si veda anche Changes in Cardiometabolic Parameters After ART Initiated Within 1 Year of HIV Acquisition, Nikos Pantazis et al., 826, CROI 2025)

In molti studi l’aumento di appare più importante nelle donne, negli afroamericani/africani, nelle persone con HIV anziane e con una malattia da HIV seria… però non c’è uniformità di dati a livello mondiale.

Diversi studi attribuiscono al TAF un aumento di peso mediamente di 1\2 Kg, ma se assunto insieme agli INSTI sembra essere additivo o sinergico. Questo accade a causa di un meccanismo che ignoriamo completamente. Ma sappiamo che l’aumento di peso è costituito da grasso.

Ancora, uno studio open-lable, randomizzato, multicentrico, dal simpatico nome “PASO DOBLE” ci informa che anche con viremia soppressa, in caso di switch su INSTI ci dobbiamo aspettare un aumento di peso clinicamente significativo superiore al 5%. Nello studio gli arruolati erano randomizzati a passare a DTG/3TC (dolutegravir/lamivudina ossia il Dovato) o BIC/FTC/TAF (bictegravir, emtricitabina e tenofovir alafenamide ossia il Biktarvy). Nello studio il Dovato si è comportato un pochino meglio del suo concorrente ma di qualche etto.

Inoltre, HIV, ART, obesità e anzianità nelle persone con HIV portano più rapidamente alla obesità sarcopenica ossia un calo della massa muscolare il cui posto viene preso dal grasso, il che porta a problemi cardiovascolari, cancro, diabete, fratture, una generale fragilità. Capite perché insisto nel dire che HIV è in grado di aggirare il blocco dell’AIDS e ci ammazza per altre vie? In tutto questo le conclusioni della relatrice sono una meraviglia:

  • i meccanismi non li conosciamo
  • non ci sono dati sufficienti per imbastire una strategia preventiva o tesa a invertire il processo di aumento di peso
  • servono ulteriori ricerche

Un rapido accenno agli studi pubblicati in forma di poster, trovate le immagini in fondo all’articolo. Al CROI ovviamente ci sono i poster elettronici, ma viene anche data la possibilità di esporli. Francamente è bello poter passeggiare fra i corridoi pieni di studi, una specie di viale della scienza.

Lo studio Online and Less Frequent Monitoring of Oral HIV PrEP Use Are Noninferior to Standard of Care, Marije L. Groot Bruinderink et al., ci informa che le persone in PrEP possono essere viste online e ogni 6 mesi senza che questo causi problemi. Parlando con la ricercatrice è emerso che questo studio olandese ha si arruolato 469 persone analizzate per un anno, ma erano mediamente persone con una alta conoscenza di HIV, sicuramente persone da mettere in PrEP ma con un rischio di contagio tutt’altro che alto. Quando le ho parlato del nostro campione, anche lei ha concordato che è meglio vederli ogni 3 mesi. Tuttavia un ragionamento sulla minoranza del nostro gruppo che non corre rischi alti si potrebbe fare.

A seguire lo studio Self-Reported Frequent vs Infrequent HIV Risk and Actual Diagnoses in MSM: Implications for PrEP, N. Salvadori et al., ci informa che il sesso senza condom con partner casuali è associato a un alto rischio di contagio a prescindere dalla frequenza. In questi casi la PrEP daily o on demand dovrebbe essere raccomandata.

Uno studio niente meno che dell’Università Cattolica di Milano, Asymptomatic Sexually Transmitted Infections in a Population of High-Risk Men Who Have Sex With Men, P. F. Salvo et al., ci informa che le IST asintomatiche sono estremamente comuni fra gli MSM e che gli screening regolari sono fondamentali per il rilevamento e il trattamento. Con buona pace di chi ha coniato il termine “pcerrite” e vuole testare gli MSM ad alto rischio ogni 6 mesi, o se sintomatici.

Lo studio Support for Over-the-Counter PrEP Among Transgender Women and Transfeminine Nonbinary People, L. R. Violette, Harvard Medical School, Boston mi ha molto divertito soprattutto al pensiero di mostrarlo agli infettivologi o ai farmacisti ospedalieri. Per il momento si tratta solo di uno studio teso a registrare il gradimento (ma pensano di andare avanti). L’ipotesi è quella di trasformare la PrEP in farmaco da banco, ottenibile senza ricetta in farmacia oppure online. L’idea nasce dalla difficoltà che diverse persone trans e non binarie hanno a sobbarcarsi tutta la procedura per ottenere il farmaco per la PrEP. Con questo metodo non avrebbero problemi.

Da ultimo lo studio catalano, Impact of a New Opt-In Targeted Strategy for HIV Testing in Emergency Departments, J. Guardiola, Hospital de la Santa Creu i Sant Pau, Barcelona, Spain, è interessante ed esportabile. Nei pronti soccorsi hanno proposto il test per HIV ai pazienti che ricevevano almeno una di queste 6 “diagnosi”:

  1. Infezione sessualmente trasmissibile (IST)
  2. polmonite community-acquired
  3. sindrome da mononucleosi
  4. herpes zoster solo persone fra i 18 e i 65 anni
  5. chemsex
  6. PEP

Questa strategia non sembra aver dato i risultati sperati, nel senso che a fronte di una crescita percentuale del numero dei test ordinati e eseguiti (769.134 in 7 anni), ma il numero di nuove diagnosi (309) è rimasto invariato sul percentuale durante il periodo studiato (2017 al 2023).

Un po’ di memoria. Qua e la nelle aule della conferenza, gli organizzatori hanno esposto alcuni Memorial Quilt, le coperte dei nomi. La Names Project AIDS Memorial Quilt, la inventò nel 1987 Cleve Jones per ricordare i morti di AIDS.
Negli anni ‘80 spesso i morti per AIDS non ricevevano neppure un funerale a causa dello stigma. Jones diede vita al progetto per consentire di commemorare i propri cari realizzando pannelli di stoffa, le coperte appunto, con impressi disegni, pensieri a ricordo della persona amata.
Ogni pezzo è stato cucito all’altro a formare grandi coperte.
Nel 1996 le coperte sono state stese davanti al Campidoglio: 38.000 pannelli a ricordo di 70.000 persone morte occupando lo spazio di 20 campi da calcio. Porterà a una grande presa di coscienza del problema AIDS. Ho pensato che fosse carino ricordarlo e pensare per un momento a Giulio, Stefano, Massimo… finché ricordiamo, coloro che amiamo non se ne sono mai veramente andati.

Sandro Mattioli
Plus aps

La plenaria di oggi ha visto una presentazione sui vaccini, piuttosto deludente in realtà. In effetti il relatore ha parlato principalmente di come funziona il sistema immunitario in tutte le sue componenti. Da un certo punto di vista interessante ma, trattandosi di una conferenza su HIV, sapere nello specifico come funziona il vaccino per l’influenza mi interessa il giusto, però ha anche descritto l’attivazione epigenetica del sistema immunitario, ha cercato di farci capire come funziona la durata della risposta anticorpale e che, più che di anticorpi, ha senso parlare di risposta combinata delle varie componenti del sistema immunitario, magari aiutato dai vaccini… che funzionano (risata e applauso del pubblico).

La tengo corta perché ieri c’è stato un presidio contro Trump e i suoi deliri ascientifici e vorrei darne conto. Le associazioni locali hanno organizzato un raduno di protesta in un giardino nei pressi del centro Moscone. Ben pubblicizzato da volantini con lo slogan “Save our science”, la protesta voleva sensibilizzare i partecipanti su quanto stanno pesando le azioni deliranti del presidente. I grandi enti federali, come NIH per esempio, non riescono a portare avanti le ricerche e i ricercatori hanno dovuto firmare di proprio pugno una sorta di abiura stile chiesa cattolica ai tempi di Galilei. Questa è una cosa del tutto inusuale per questa conferenza. Semmai è alle conferenze di IAS dove le associazioni organizzano sempre proteste e marce su vari temi e mi piace evidenziare che molti medici e i ricercatori presenti in conferenza hanno partecipato e ben volentieri hanno issato i cartelli e i manifesti preparati dagli attivisti. Ditemi voi se la scienza può prendere ordini da un ignorante che parla di topi transgender (invece che transgenici). Sarò un inguaribile romantico, ma a me è sembrata una bella interazione fra clinici e comunità.

Diverse sessioni si sono concentrate sul problema della sifilide che sta assillando il Paese. I casi di sifilide neonatale sono cresciuti di 10 volte in 10 anni, nel 2022 sono stati registrati 200.000 casi, evidentemente i sistemi di testing non stanno funzionando e la ricerca sta valutando altre opzioni più efficaci.

Inoltre ci sono stati diverse presentazioni orali su doxyPEP – forse anche per via della crescita di sifilide. Si tratta di studi di efficacia e l’hanno dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Rispetto alla scarsa efficacia su gonorrea semplicemente qui si limitano a prenderne atto, apparentemente senza pensare al motivo e, ovviamente, nessun accenno al possibile sviluppo di ceppi resistenti. Tuttavia uno studio ha attirato la mia attenzione: è quello di un centro di comunità (Magnet) che ha valutato la doxyPEP in un gruppo di MSM in PrEP paragonato a un gruppo equivalente non in doxy. I risultati non discostano da quelli degli altri studi (il rischio di contagio in chi non usa la doxy è superiore d 4 volte), ma la struttura dello studio era interessante perché esportabile anche nel nostro centro e sarebbe interessante avere un dato community based, per cambiare… vedremo.

I simposi del pomeriggio si sono concentrati sulla prevenzione e, ovviamente, la PrEP ha avuto la parte principale.

Le “danze” iniziano con la relazione Game Changed: Navigating the Era of Long- Acting Therapies for HIV Prevention, Jonathan Li, Brigham and Women’s Hospital, Boston.

Il ricercatore fa il punto della situazione rispetto alle possibili scelte su PrEP che definisce insufficienti ma che sono sempre di più di quelle che puoi trovare in Italia:

  • Anello di dapivirina
  • PrEP iniettabile
    • Cabotegravir
    • Lenacapavir
  • Nuove strategie in via di sviluppo

Avete notato anche voi che nessuna delle tre esiste da noi? Comunque andiamo avanti. Oltre a ovvie questioni di business, gli altri tipi di PrEP partono da studi che evidenziano problemi di aderenza con la PrEP orale, per esempio lo studio di Van Damme pubblicato nel 2012 sul New England dove il 26% delle donne africane che avevano fallito la PrEP orale non avevano traccia di tenofovir nel sangue. Secondo un altro studio (Onigwe, OFID, 2024) nel 60% del campione in PrEP orale si registrava una diminuzione dell’aderenza. Situazione simile per l’anello vaginale con dapivirina, sulla carta poteva funzionare ma le donne non lo usavano perché scomodo, soprattutto le più giovani. In breve l’aderenza a un trattamento impatta fortemente sull’efficacia del farmaco. Gli studi HPTN 083 e 084 pubblicati rispettivamente nel 2021 e 2022, hanno dimostrato l’efficacia di cabotegravir come PrEP.

Tuttavia alcuni “warning” sono stati lanciati già l’anno successivo (2023) dove sono stati registrati casi nei quali l’infezione si è verificata nonostante un livello di cabotegravir generalmente elevato, così come nel contesto di un rapido e inaspettato decadimento dei livelli del farmaco (Marzina, AAC, 2023). Inoltre, grazie all’effetto LEVI (Long-acting Early Viral Inhibition) queste cosiddette breakthrough infection ossia infezioni in soggetti in trattamento, possono essere difficili da diagnosticare. Secondo uno studio (Landovitz, NEJM, 2024) sembra che siano passati 98 giorni dal contagio prima di ottenere un test Ag/Ab reattivo.

Lo studio sulla formulazione a 4 mesi di cabotegravir è ancora in fase di valutazione in uno studio di fase 2.

E poi c’è il Lenacapavir, il nuovo inibitore del capside che, proprio per il tipo di inibizione, può bloccare la replicazione virale in diversi punti. Gli studi PURPOSE 1 e 2, che prevedono 1 iniezione sottocutanea ogni 6 mesi, sembrano dimostrare un calo molto significativo del rischio di HIV comparato con la PrEP orale. Tuttavia anche qui un primo warning: appena 2 casi di breakthrough infection ma entrambi i casi associati alla mutazione resistente N74D. Inoltre, ci sono già i primi casi di ritiro prematuro dallo studio a causa di effetti collaterali legati al sito dell’iniezione (Kelly, NEJM,2024).

La formulazione a una iniezione intramuscolo all’anno di lenacapavir come PrEP è in fase di sviluppo.

Come detto al momento nessuno di questi farmaci è approvato in Italia e, anzi, il cabotegravir long acting iniettivo come PrEP (una iniezione ogni 2 mesi) è approvato, però sembra che AIFA abbiamo rimandato già 3 volte la definizione del prezzo come farmaco a carico del SSN. Secondo voci non confermate e contrariamente a quanto sembrava, i tempi non sarebbero brevi.

Da tenere sotto osservazione lo studio MK-8527 in ipotesi una nuova PrEP orale della durata di 1 mese. Così come l’impianto che erogherebbe tenofovir per un anno ma pare che sia associato a effetti collaterali nella sede dell’impianto (Gengiah, jias,2025).

Riassumendo:

  • La PrEP orale è efficace ma l’aderenza potrebbe essere un problema
  • L’anello con la dapivirina ha dimostrato un’efficacia limitata anche collegata a problemi di aderenza
  • Cabotegravir è molto efficace, ma sono stati evidenziati ostacoli logistici e la resistenza resta una preoccupazione
  • lenacapavir rappresenta un importante passo avanti per la PrEP, sia pur non senza qualche piccolo problema; è in attesa di approvazione dell’ente regolatorio (EMA)
  • altre formulazioni/impianti sono in fase di sviluppo

Sandro Mattioli
Plus aps

Chi ha letto i miei report degli anni precedenti, oltre a guadagnare punti per il paradiso, saprà che tendo a dare la precedenza alle plenarie perché normalmente gli interventi effettuati davanti a oltre 3.000 persone sono i più importanti.
I temi trattati nella prima plenaria, spesso danno l’idea dell’orientamento che avrà la conferenza o di ciò che “bolle in pentola” e, con gli interventi del Governo federale, bollono parecchie cose.

È interessante notare che la prima lettura è stata HIV Cure: A Translational Research Perspective, Ole S. Søgaard, Aarhus University, Aarhus, Denmark. Ma guarda un po’: il primo tema della prima plenaria è proprio la cura, ossia a che punto siamo con il trattamento per guarire da HIV.

La ricerca traslazionale, per dirla in parole povere, cerca di realizzare nuovi strumenti clinici a partire dalle scoperte scientifiche degli studi.
La foto del soffitto del ponte coperto che collega le due aree del centro congressi Moscone, (dedicato al Sindaco di S. Francisco assassinato insieme a Harvey Milk nel 1978) rende l’idea: per eliminare HIV, è necessario trovare l’unica lucina fasulla, ma in apparenza uguale alle altre, fra tutte quelle lucine. Togliere HIV dal nostro corpo è cosa estremamente complessa e il dott. Søgaard ce lo ha fatto capire molto chiaramente.

La HSCT, ossia il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (Hematopoietic stem cell transplantation), può curare ma non è sicura, volendo usare un garbato eufemismo stante che circa il 20% dei trapiantati muore. Tuttavia è una prova che HIV può essere curato.

Il problema principale nella lotta contro HIV è che il virus si integra nel DNA umano e lo si trova ovunque nel corpo. Ora… ovviamente comprendo che si tratta di un tema estremamente complicato, che abbiamo strumenti limitati, che queste ricerche costano moltissimo, lo comprendo. Ma quello che a mio avviso è importante è tenere un faro puntato su questo tema. Quando mi chiedono quali sono i bisogni insoddisfatti delle persone con HIV, la prima cosa che penso è che non siamo ancora guariti.

Tutti i pazienti tendono a voler guarire, perfino chi ha un cancro in fase terminale cerca una via per farcela. Chissà perché a noi questo obiettivo pare che non sia concesso, invece è un obiettivo politico da tenere sempre, costantemente sullo sfondo. Io sono un attivista, un politico, non un ricercatore e penso che in questa vicenda ognuno deve fare il suo mestiere. Il mio è quello di spingere perché i ricercatori trovino una soluzione, la ricerca la deve trovare.

Il dott. Søgaard è un ricercatore con il giusto atteggiamento e parte in quarta a descrivere le strategie perseguibili per eliminare HIV: 1) prendere di mira il provirus, 2) migliorare la risposta immunitaria. Sulla carta ci sono vari modi per raggiungere questi obiettivi ma sono tutti ancora in fase di studio, alcuni anche da molto tempo come la strategia “shock and kill”, fin’ora con scarsi risultati: si è visto che le LRA (Latency-reversing agents) possono incrementare HIV nelle cellule e nel plasma, ma non hanno alcun impatto nei reservoir. Ci sono poi le modifiche genetiche, la sfida dei vaccini terapeutici, gli inibitori del checkpoint a sua volta una forma di immunoterapia o gli anticorpi neutralizzanti.

Ci ha anche dato un’idea della cosiddetta cura funzionale, ossia la soppressione immuno-mediata della replicazione virale, ma anche su questo si parla di attendere anni.

Secondo il relatore, la ricerca si dovrebbe orientare verso:

  • Riduzione dei reservoir
    • abbiamo bisogno di strategie più specifiche e potenti per ridurre i reservoir (in modo sicuro)
  • indurre il controllo virale
    • acquisire una migliore comprensione di come e quando colpire la persistenza dell’HIVcostruire sulla base dei segnali positivi che arrivano dagli studi attualmente in corsoesplorare interventi combinati volti a migliorare l’immunità adattativa specifica
    • sviluppare strategie per superare la disfunzione immunitaria in coloro che hanno iniziato tardi la terapia antiretrovirale
  • mantenere il controllo virologico
    • esplorare approcci e modalità per mantenere alti livelli di aNAb (anticorpi neutralizzanti) e cellule T specifiche per l’HIV

Nella presentazione successiva, Chris Beyrer, del Duke Global Health Institute, Durham, NC, USA, ci ha relazionato sul tema The global HIV/AIDS pandemic: where are we now?

In sé un titolo tipico del riempitivo, non molto allettante, invece è stato vero il contrario. Il relatore ha esordito dicendo che l’accesso al trattamento ARV deve continuare… perché già alle attuali condizioni il 23% delle persone con HIV non è in terapia, nel mondo, e infatti il numero di morti per AIDS non sta calando con la rapidità attesa e le stime UNaids sul numero di nuove diagnosi è di 1 milione 300 mila persone nel 2023, un numero sottostimato a partire dal fatto che i dati ufficiali della Russia sono troppo bassi, almeno il 50% dei casi non vengono dichiarati.

In altre parole:

  • non abbiamo raggiunto gli obiettivi di UNAIDS 2025, tenendo presente che incidenza e mortalità per HIV sono in calo, ma troppo lentamente
  • l’incidenza in particolare è ancora troppo alta per poter raggiungere il controllo dell’epidemia per il 2025
  • in 3 Regioni (Europa e Asia Centrale, America Latina, Medio Oriente e Nord Africa nel 2025 sono in espansione epidemiologica

Anche nei Paesi dove le cose non vanno male, alcune fasce di popolazione continuano ad avere una incidenza ostinatamente alta (per esempio gli MSM afro-americani in USA).

Il relatore propone alcuni messaggi chiave:

  •  Per ottenere il controllo dell’epidemia serve implementare in modo significativo i programmi di prevenzione primaria
  • Purtroppo, a parte la prevenzione materno-fetale, i programmi di prevenzione finanziato con la PEPFAR sono in pausa
  • L’aderenza alla prevenzione primaria, compresi gli iniettabili a lunga azione, potrebbe ridurre notevolmente l’incidenza dell’HIV, ma solo se applicata su larga scala sia alla popolazione ad alta densità di incidenza (MSM, Sex Worker, TGW, ragazze adolescenti (AGYW) in contesti ad alto carico) sia a quella a bassa incidenza.
  • Per raggiungere il controllo epidemico occorre che oltre 40 milioni di persone sia messo in PrEP.

In questo quadro i cambiamenti apportati dal governo federale USA alle politiche sanitarie stanno creando un vero caos.

Per rendere l’idea,

prima della PEPFARCon PEPFAR
nei paesi africani ad alto tasso di HIVDopo oltre 20 anni e 110 miliardi di dollari investiti
l’aspettativa di vita media stava diminuendo di 10-30 anni25 milioni di vite salvate – hanno aiutato a colmare il divario di aspettativa di vita nei Paesi supportati
Il prodotto interno lordo in calo del 2,6% all’anno20,5 milioni di persone in ART
29 milioni di persone contagiate e senza accesso ai farmaci5,5 milioni di bambini nati senza HIV
Prodotto interno lordo pro capite in crescita del 2,1%

L’impatto atteso della PEPFAR nel periodo 2024-2030 era già stato calcolato e prevedeva, per esempio, 5,2 milioni di morti in meno nei 12 Paesi supportati, ma senza PEPFAR si prevede:

  • un aumento del 400% di morti per patologie AIDS correlate
  • raddoppio degli orfani a causa dell’AIDS dal 2023
  • la PrEP verrà offerta solo alle donne incinte o in allattamento

Le popolazioni chiave vengono rimosse dagli indicatori, dai report di monitoraggio, dalle linee guida, dal flusso di immissione dati e dai modelli.
Fra le sex worker si prevede un incremento del 30% di nuove infezioni, il 20% fra MSM e donne trans, il 15% fra drug user.

Sandro Mattioli
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